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Identità europea e stato sociale: una deriva senza fine?

  • Scritto da  Giuseppe Marchese e Federica Volpi


L'identità europea

C’è da credere che negli ultimi anni i cittadini europei si siano spesso chiesti quale sia il fondamento dell’Unione europea, la cifra identitaria, il perno basilare sul quale è stato costruito l’intero edificio comunitario.

Per avviare la riflessione conviene, come sempre, ricordare alcuni momenti storici. All’indomani del periodo post-bellico e della guerra fredda, e in parte persino della caduta del Muro di Berlino (1989), si generò la speranza di un mondo nuovo, pacifico e integrato, raccolto intorno al modello dell’economia sociale di mercato. Già allora si sollevarono voci di profetica critica verso le possibili insidie nascoste in questo esito. Voci inascoltate nel frastuono della “vittoria”, che però oggi appaiono quanto mai aver colpito nel segno, perché il capitalismo aveva sfoderato già le sue ambizioni egemoniche.

All’epoca non si avvertì subito a pieno l’impatto dell’evento sul sistema politico mondiale ma anche sui sistemi sociali dei singoli Paesi europei. Certamente la progressiva inclusione nell’Unione degli Stati in precedenza inseriti nella sfera sovietica determinarono di fatto un sistema socio-politico a due velocità, con sfasature nella protezione sociale, nella democrazia diffusa, nella organizzazione e consistenza dell’opinione pubblica e dunque nello sviluppo della società civile. Ma l’idea guida era quella della convergenza fra i Paesi membri e, dunque, che il Modello sociale europeo avrebbe raggiunto anche i nuovi Stati.

Capitalismo e crisi finanziaria

Il crescente strapotere del capitalismo – divenuto, nel frattempo, addirittura turbo-capitalismo, a indicare la forza e la velocità con cui si muoveva – e, a seguire, la sua crisi recente, si sono incaricati da ultimo di mostrare l’illusorietà di questa ambizione, insieme alla fiducia del mercato di autoregolarsi a fronte della sua esponenziale finanziarizzazione.

Al punto che oggi a fronte di un’economia reale globale che produce 20.000 miliardi di dollari l’anno, i mercati finanziari muovono 5.000 miliardi di dollari al giorno per la sola compravendita di valute. Inoltre, nel solo 2014 il valore dei derivati sui mercati non regolamentati ha raggiunto quota 700.000 miliardi di dollari, 380 volte il Pil italiano dello stesso anno. L’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013 è stato di 75 mila miliardi di dollari, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine del medesimo anno è stata di 993 mila miliardi.

Nell’era del capitalismo assoluto (ab-solutus, ovvero sciolto da qualunque vincolo) è sempre più urgente in Europa la necessità di una nuova sintesi politica, che coniughi le tre componenti dell’agenda di Keynes (l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale), facendo ripartire il motore dell’economia e ritessendo la trama della coesione sociale. E questo passa necessariamente per il Modello sociale europeo (Mse).

Il modello sociale europeo

Lungo il suo progressivo e non sempre facile cammino l’Unione europea ha mirato a coniugare la dimensione “sociale” con la costruzione del mercato unico e, dunque, con la prospettiva economica. Tanto che oggi il Mse è divenuto l’elemento fondamentale di ciò che l’Europa rappresenta nel mondo, forse ancora più della sua forza economica.

In generale si può affermare che il Mse si è fondato su una serie di valori, conquiste e aspirazioni comuni agli Stati europei anche se trova un diverso grado di realizzazione nei singoli Paesi, per le peculiari condizioni di ciascuno e per le strategie e le soluzioni fornite da ogni Stato in virtù di specifiche visioni, sensibilità, scelte di politica sociale.

Guardando a fenomeni esterni all’Unione europea – come i processi di globalizzazione o di allargamento – e interni alla Comunità – come i cambiamenti demografici, i mutamenti nella struttura familiare, i flussi migratori – è il Modello sociale europeo a dover essere rafforzato (anziché essere oggetto di discussione e di proposte di profonda riforma in senso restrittivo) per rendere competitiva l’economia europea.

È assai dubbio che l’indebolimento di tale modello (in parte già avviato nei decenni scorsi, e oggi grandemente esteso ed accelerato) costituisca la risposta adeguata per un’economia più dinamica.

Tra i molti, anche noi non condividiamo questa posizione; anzi, riteniamo che la questione del Modello sociale rappresenti il passaggio essenziale per il futuro dell’Europa, riconoscendo alle politiche sociali di essere non un costo – come spesso in modo miope e strumentale vengono considerate – ma un fattore positivo per la crescita economica dell’Unione, garantendo accesso ai diritti, coesione sociale e stabilità politica senza le quali nessun progresso economico può essere duraturo.

Rafforzare lo stato sociale

Lo Stato sociale (welfare state) è un sistema redistributivo mirante al benessere e all’inclusione di tutti i cittadini, tipicamente continentale, per cui il Modello europeo è giustamente noto. Certamente, al di là dei meriti storici, come ogni sistema è necessario che evolva con la società, ne accompagni l’andamento tenendo fermo il suo obiettivo e i principi di fondo cui è improntato: solidarietà, inclusione, coesione sociale, insieme all’affermazione di una forte volontà e di una concreta capacità di promuovere e di realizzare politiche, servizi e interventi in grado di eliminare ogni forma di discriminazione e di garantire pari opportunità.

Specialmente in Italia è valido questo discorso: i dati Eurostat ci informano che la spesa pubblica italiana per prestazioni agli invalidi e ai disabili, per la famiglia, la maternità, la scuola, per promuovere l’inclusione e la partecipazione sociale è generalmente inferiore alla media europea.

Per esempio, per educazione e formazione l’Unione a 28 impegna una media del 5,25% sul Pil, mentre nell’Area euro si scende al 5,15%. Alcuni Paesi si distinguono in questa classifica: l’Olanda impegna il 5,93% sul Pil, la Francia il 5,68%. Anche la Germania con il 4,98% e la Spagna con il 4,82% sono ben posizionate. L’Italia, invece, impegna solo il 4,29%; persino i Paesi baltici e Cipro spendono più di noi, mentre dopo di noi si collocano solo Croazia, Romania e Slovacchia; forse la “buona scuola” dovrebbe ripartire da qui. Non è, quindi, eccessiva, come molti credono o affermano, la spesa pubblica che anzi riceve in Italia un finanziamento inferiore rispetto agli altri Stati europei.

Inoltre, l’Italia è la sola in Europa, insieme alla Grecia, a non avere uno strumento capace di contrastare la povertà, il lavoro nero e la precarietà. Per esempio le Acli sono tra i promotori dell’Alleanza contro la povertà, un cartello di 32 organizzazioni della società civile che si batte per l’introduzione del Reddito di inclusione sociale (Reis).

Sarebbe necessario anche mettere i giovani in condizione di affrontare, con un adeguato bagaglio formativo, il mondo del lavoro. Quest’ultimo, intanto, vive la tentazione di una ulteriore de-regolamentazione. Tuttavia, è bene sottolineare che la necessaria flessibilità per nuovi rapporti di lavoro in sintonia con le dinamiche di un mercato del lavoro in forte mutazione può essere sperimentata senza necessariamente comprimere o annullare i diritti dei lavoratori, come invece si sta pervicacemente facendo.

Quindi, anche nel lavoro sempre più deregolato e flessibile sono necessari interventi efficaci di welfare. E a poco giova continuare a ripetere che non ci sono i soldi, perché, sia a livello italiano che europeo, sono le scelte di fondo politiche a determinare la disponibilità di risorse. In Italia, ad esempio, dove pure lo Stato è in avanzo primario dai primi anni ’90, è stato calcolato che ogni anno vengono sottratti 2/3 punti di Pil all’economia nostrana, dirottati verso speculatori nazionali e internazionali attraverso il pagamento degli interessi sul debito. Secondo l’Istat, abbiamo speso circa 318 miliardi di euro in quattro anni (2010-2013) per pagare i soli interessi. Miliardi provenienti dalle tasse dei cittadini che non rientrano più in circolo attraverso la spesa pubblica.

Gli accordi internazionali

Malgrado ciò, chi governa l’Europa non sembra intenzionato a invertire la rotta.

Anzi, a giudicare da alcune scelte politiche pare che ci si voglia muovere in direzione opposta al rilancio del Modello sociale, come nel caso degli accordi di libero commercio internazionali (Transatlantic trade and investment partnership - Ttip e Trade in services agreement - Tisa) in corso di negoziato, che molta parte della società civile continentale e non solo, addita come principali cause dell’irreversibile fine del welfare e dei diritti sociali e dei lavoratori in Europa, per votarsi a un modello di stampo americano che perfino il presidente Obama ha smentito nel proporre edattuare la riforma sanitaria statunitense.

Come di recente ha affermato il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico, «la stipula del Trattato transatlantico farebbe cadere le tutele per i lavoratori, per la salute dei cittadini, per l’ambiente e sancirebbe la fine della sovranità giuridica dell’Ue e degli Stati membri, e con ciò la fine del progetto di integrazione europea, riducendo il Vecchio continente a una colonia indifesa contro le scorrerie delle multinazionali e della speculazione finanziaria, proprio nel momento in cui, invece, si avverte la necessità di una Europa più unita ed autonoma».

Siamo sicuri che sia questa la strada per riavvicinare i cittadini alla costruzione europea? Per sostenere il Modello sociale intorno al quale si è articolata l’idea d’Europa? Date le premesse, piuttosto si ha l’impressione di vivere una transizione che intende spogliarci definitivamente del nostro ruolo di cittadino, che va ben al di là di quello di mero consumatore, incapace di spirito critico e di intendere altra razionalità che non sia quella economica. Allora è lecito che i cittadini si chiedano: è questa l’Europa sognata dai padri fondatori?

Ultima modifica: Mercoledì, 09 Settembre 2015 12:08
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