I tre avverbi del cristiano

In un testo molto intenso e poco conosciuto del 1946, Paul Ricoeur riflette sulla natura post-cristiana dell’età moderna, la quale è come se avesse rigettato il suo battesimo: «Non siamo più in una storia profana, ma profanata». La conclusione è drastica: «Forse i cristiani saranno tra breve i soli ad attribuire un senso all’umano perché, ancora una volta, non si salva l’umano dal disumano se non radicandolo in alto». Eppure da questa radicalità non si può ricavare una conclusione a senso unico: «Forse ci troviano in un tempo in cui, più che in ogni altro, compito del cristiano è proclamare la signoria di Cristo nella disperazione degli altri e di discernere a ogni costo il bene, il positivo, l’umano, in ciò che è diabolico, negativo, disumano». Nasce da qui, sempre secondo Ricoeur, la possibilità che nella chiesa possano convivere due tipologie di figli: «Quelli che fanno di tutto per salvare l’uomo dalla disumanizzazione, e quelli che tentano l’avventura del villaggio sulla montagna». Due poli, due vocazioni «in tensione fraterna nella chiesa: la vocazione del cristiano nella politica laica e quella del cristiano nelle comunità cristiane profetiche» (La logica di Gesù, Qiqajon, Magnano 2009, pp. 130-133). La testimonianza del cristiano nella storia è sempre in tensione tra politica e profezia; tuttavia non si deve trasformare la tensione in un’antinomia, cui forse sembra inclinare anche Ricoeur, in coerenza con la sua confessione protestante. La “tensione fraterna” dev’essere invece mantenuta viva e rimessa continuamente in circolo all’interno della chiesa, in una benefica contaminazione reciproca, senza la quale la comunità cristiana si ridurrebbe ad un’azienda specializzata in una gestione funzionale delle competenze, che cercherebbe di supplire a un deficit di comunione spirituale appaltando ai gruppi più disparati brandelli disorganici di una tradizione ormai sgretolata. In questo caso la tensione tra politica e profezia si spegnerebbe in forme di cristianesimo unilaterale e selettivo, oscillando tra i due estremi di uno spiritualismo disincarnato ed evasivo e di un presenzialismo egemonico e battagliero. Immaginando una doppia articolazione dell’impegno sociale e politico del cristiano, si può dire che il primo livello di tale impegno interpella la comunità cristiana tutta intera; come tale, esso dev’essere considerato parte integrante della sua testimonianza e, prima ancora, di ogni cammino di educazione alla fede. Tutti i cattolici, in quanto tali e in quanto cittadini, debbono sentirsi impegnati in un’opera di manutenzione ordinaria e straordinaria del pavimento etico della nostra società. Naturalmente, in quest’impegno primario, che presuppone un’accezione ampia di politica, si dev’essere capaci di “tradurre” la fede cristiana, cioè di “farla passare” attraverso la concreta dinamica storica in forme sempre provvisorie e rivedibili. Questo vuol dire mediare: voce del verbo incarnare, non annacquare. Il compito di riconoscere e promuovere la legittima autonomia delle realtà temporali suppone quindi che la comunità cristiana, in un certa misura, debba essere tutta “laica” nella capacità di discernere, valorizzare, purificare, promuovere il positivo. Ancora Ricoeur, sorprendentemente: «Così come la chiesa battezza dei bambini che non ha messo al mondo, essa battezza anche delle civiltà che promuovono valori appartenenti a un altro piano dell’esistenza umana e della creazione rispetto al disegno di salvezza». In questo compito basilare di manutenzione morale, i cristiani hanno dunque una responsabilità in più, non certo in meno: responsabilità di partecipazione per la promozione del bene comune, in cui si potrebbe riassumere il senso stesso della politica e la sua giustificazione ultima; responsabilità di fedeltà nella testimonianza della propria fede, che non dev’essere nascosta, ma nemmeno esibita e usata come “corsia preferenziale” per guadagnare un consenso facile e immeritato. Ritenere che il battesimo comporti uno “sconto” nella competenza o nella moralità del politico è un grave atto di irresponsabilità, che va denunciato con carità nei confronti delle persone e con chiarezza nei confronti dei comportamenti pubblici.Il “valore aggiunto” di tale impegno attivo di “primo livello” in ambito politico nasce essenzialmente dal primato della carità sulla giustizia, che – soprattutto oggi – dovrebbe manifestarsi almeno sotto tre aspetti:
a) Insieme: il primo aspetto investe la qualità della partecipazione e della relazione tra le persone, che sul piano politico impedisce alla democrazia di scadere in una procedura neutra e impersonale di gestione del consenso. Il cristiano deve abitare lo spazio pubblico non come un sottoprodotto della vita di relazione, da snobbare o conquistare a seconda delle convenienze, ma come la forma più alta e storicamente insuperabile dell’essere insieme, che dev’essere protetta e promossa immettendovi continuamente benefici fermenti di socialità virtuosa. La testimonianza cristiana può essere autentica, però, se è autentica la radice della vocazione comunitaria di cui si alimenta: comunità pneumatica e non psichica, come ricordava Italo Mancini, legata cioè all’altezza dello Spirito e non alla logica interessata della lobby. Collanti e non solventi, cooperazione e non solo competizione, gratuità e non solo interesse per ricucire la rete smagliata della fiducia. b) Dentro: il Concilio ha invitato la comunità cristiana ad entrare nella trama profonda della storia e a non considerarsi mai come un corpo separato: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et Spes, 1). Solo ponendosi umilmente in ascolto di ciò che è “genuinamente umano” si può contribuire ad accreditare una visione unitaria e coerente del bene comune, frutto di una sintesi organica e sempre perfettibile, posta alla base della vita sociale e politica, senza la quale ogni legittima competizione democratica verrebbe delegittimata in partenza. c) Oltre: prima che gestione del potere, la politica è progettualità coraggiosa, che sa sempre gettare lo sguardo oltre i confini degli interessi immediati. Anche quando i cittadini sembrano chiedere solo questo. Ciò di cui la vita politica oggi ha più bisogno è saper dire un “no” al presente in vista di un “sì” al futuro. Riqualificazione del senso e del mercato del lavoro, redistribuzione della ricchezza, promozione della ricerca, riforma dell’istruzione, riprogettazione del welfare, tutela dell’ambiente… Il fattore che accomuna questo elenco, certamente destinato ad allungarsi, è sempre lo stesso: futuro. Giovani e futuro: ecco l’endiadi sconosciuta alla politica. Il cristiano non può tirarsi indietro su questo punto, per una ragione evidente: «C’è sempre un’escatologia che è l’anima di un messaggio sociale» (P. Ricoeur). Insieme, dentro, oltre: nella manutenzione del pavimento etico comune, che rappresenta la prima articolazione dell’impegno politico, non possono esserci diritti di esonero per nessuno. Meno che mai per i cristiani, che debbono ritrovare spazi comunitari dentro i quali allenarsi in questo esercizio di rimotivazione, discernimento e impegno; spazi istituzionali e associativi che forse esistono e debbono essere profondamente aggiornati, per uscire da un’afasia oggi incomprensibile e forse anche un po’ comoda. Solo praticando questa prima sintassi elementare e irrinunciabile della politica, sarà possibile impegnarsi nel secondo livello, come cercherò di dire nel prossimo e ultimo post, evitando che tutto si riduca (come ormai siamo da tempo abituati a vedere) a un problema di schieramenti, di visibilità e di qualche poltrona.
*fonte: Dialogando

I tre avverbi del cristiano
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