Il 25% dei bimbi italiani senza asili nido

Secondo Cittadinanzattiva le famiglie si barcamenano tra liste d’attesa e rincari fino al 4,8 %.
L’ennesima triste notizia per la famiglia arriva da uno studio sulla condizione degli asili nido comunali italiani condotto da Cittadinanzattiva.

In Sicilia ben il 42% dei bambini non riesce ad accedere ai servizi per l’infanzia, ma anche in Puglia e in Toscana la situazione non è poi tanto migliore, con liste d’attesa che coinvolgono il 33% dei bambini. A livello nazionale, secondo i dati del Viminale, il mancato accesso agli asili nido coinvolge il 25% dei bambini italiani da 0 a 3 anni. Ma le famiglie non devono solo fare i conti con la carenza dei posti presso le strutture pubbliche ma anche, quand’anche essi fossero disponibili, con il rincaro delle rette.

L’Associazione rivela infatti che dal 2005 ad oggi, le rette degli asili hanno fatto registrare un aumento del 4,8%, portando il costo medio mensile a circa 302 euro per figlio.

Solo nell’anno scolastico appena conclusosi (2010/2011) 26 città hanno fatto registrare aumenti di spesa per le rette di frequenza, una classifica che vede in testa ben 5 capoluoghi di provincia: Foggia (+54,6%), Alessandria (+24,3%), Siracusa (+20%), Caserta (+19,5%), Catanzaro (+19,4%).

Si tratta di una variazione che assume un peso notevole all’interno del bilancio familiare, tenuto anche conto che, come sottolinea Antonio Gaudioso, vicesegretario generale e responsabile delle politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva, ormai per una famiglia la spesa media mensile per la retta del nido comunale assorbe il 12% della spesa media mensile totale.

Questi, dunque, i dati; ma la realtà che uno studio come questo ci restituisce non si esaurisce nelle cifre, bensì è racchiusa in esse: bisogna saperla leggere.

La ricerca, infatti, ancora una volta ci parla di un’Italia incapace di comprendere le esigenze delle famiglie e di soddisfarle, un’Italia incapace di rimuovere gli ostacoli al “fare famiglia”, un’Italia incapace di investire pienamente in servizi e politiche a favore della conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia.

In queste condizioni, il nostro Paese non costruisce il futuro: resta invece fermo in attesa di un domani che verrà di certo, ma in cui la sopravvivenza sociale sarà garantita solo al più ricco.

La borsa italiana crolla ogni giorno sotto i colpi della dura crisi mondiale e, davanti a creative finanziare di salvataggio che tagliano fondi ai comuni e alla spesa sociale, appare lampante come non sia chiaro a chi governa che l’Italia può crescere solo se cresce la famiglia, e che oggi una maggiore disponibilità di asili nido si configura come la conditio sine qua non per mettere al mondo un figlio e, insieme, partecipare al mercato del lavoro.

La mancanza di servizi per la prima infanzia, infatti, è considerato dall’Unione europea uno tra i primi disincentivi all’occupazione femminile e per questo una copertura minima del servizio pari al 33% è stata fissata come obiettivo comunitario già nell’Agenda di Lisbona. È evidente dunque che in tema di asili nido l’Italia, con una copertura complessiva pari all’11,7%, sconta un grande ritardo rispetto al resto dei Paesi europei (dove tra i più attenti in materia troviamo Danimarca, Svezia e Islanda con una copertura del 50%); ma ciò non stupisce se si pensa che solo il 4,7% dell’intera spesa per la protezione sociale italiana è destinata alla voce Famiglia, poco più della metà di quanto speso in media nell’Unione, ossia l’8,3% (sia nell’Unione a 15 che in quella a 27).

Alla luce di ciò, non stupisce neppure il dato della Sicilia con il 42% dei bambini che non trova posto negli asili nido comunali, poiché basta fare riferimento al recente studio commissionato dall’Assessorato alla famiglia della stessa Regione, per scoprire che il 68, 5% dei comuni siciliani non ha asili nido (cioè ben 234 comuni su 390 in totale) e che solo il 5,16% dei bambini in età da asilo risulta iscritta. Di conseguenza questo implica una ricaduta del lavoro di cura totalmente sulle donne che restano escluse dall’occupazione, con un livello di mancata partecipazione al mercato del lavoro che  raggiunge il 62,8%, una percentuale di gran lunga maggiore al dato nazionale che è del 48,9%; dato comunque altrettanto lontano dalla media europea che si attesta invece al 35,5% (fonte Eurostat).

Ma la Sicilia è solo uno dei casi che potremmo esaminare perché, seppur con percentuali diverse, il fenomeno si ripete con gli stessi esiti in molte realtà italiane.

La crisi che ci ha travolto, così come chiede alle famiglie di rivedere il proprio bilancio familiare ed i propri parametri di spesa individuando le priorità e abolendo gli eccessi, deve fare altrettanto con lo Stato affinché spenda oculatamente favorendo lo sviluppo di settori e di soggetti chiave per la ripresa economica del nostro Paese, primo tra essi proprio la famiglia.

Per questo, l’atteggiamento di austerity a cui lo Stato richiama i cittadini attraverso i tagli delle recenti manovre finanziarie, non può che stridere con l’assurda spesa governativa prevista nei prossimi mesi per l’acquisto di aerei militari F-35 che, come ci ricorda la campagna per il disarmo “Tagli le ali alle armi” (promossa tra gli altri anche dalle Acli) valgono ognuno ben 183 asili nido per 12.810 bambini.

Bisogna quindi essere coerenti ed avere il coraggio di scegliere: investire sulla famiglia per costruire un futuro per questo Paese.

Il 25% dei bimbi italiani senza asili nido
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Fonte UNHCR
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