Il bene comune, questo sconosciuto

In una mandria, gli animali pascolano insieme, ma in realtà in modo del tutto solitarioQual è la differenza, si chiedeva sant’Agostino, fra un grande impero e una banda di malfattori? Ecco la sua risposta: «Se togli la giustizia, i regni non sono altro che magna latrocinia». L’idea antica di giustizia indicava però qualcosa di più che una equa suddivisione di interessi: la spartizione del bottino in una banda di malfattori potrà anche essere equa, ma sicuramente non sarà mai giusta. Non si può separare la giustizia dal bene: una ripartizione corretta del “mio” e del “tuo” presuppone che si abbia anche la nozione del “nostro”; presuppone cioè che non esista solo l’“io” e il “tu”, ma anche il “noi”. Dall’altezza inclusiva del “noi” dipende la differenza fra uno stato e un clan mafioso. Se la politica entra con forza nella nostra vita, se può impedirci in nome della legge di compiere certe azioni e sanzionare alcuni comportamenti, può farlo unicamente in nome di una interpretazione “giusta” (e non semplicemente equa) del bene comune. È il bene comune il principio ultimo di legittimazione della politica, quello che consente di distinguere fra la forza e la violenza: la violenza è una forza ingiusta, che insulta una giusta interpretazione del bene comune. Sembra un paradosso, ma se la politica smarrisce questo principio e s’illude – nell’epoca del multiculturalismo e della globalizzazione – di fare continui passi indietro riducendosi a un contenitore neutro di individui e di culture, si scava l’erba sotto i piedi, autodelegittimandosi pericolosamente.
Tutto quello che finora sono venuto dicendo nei post precedenti trova ora uno snodo cruciale proprio intorno a questo problema, che, in realtà, viene da lontano. Ha scritto Paul Ricoeur che lo Stato moderno poggia ormai su «fragili convergenze», affidandosi a un arco di valori che dovrebbero essere sostenuti da un consenso diffuso, ormai separato, però, dalle fonti originarie che li hanno generati e che possono legittimarli e alimentarli. Mutilati delle loro radici, questi valori sono per noi «come dei fiori recisi in un vaso»; non pericolose armi ideologiche, ma orpelli retorici inodori, incolori e insapori, che non possono raccontare più nulla intorno al giardino che li ha cresciuti e alle mani che li hanno coltivati. Il problema è che oggi stiamo lasciando in andare in frantumi perfino il vaso in cui quei fiori sono contenuti, nell’illusione che ognuno possa riprendersi il proprio fiore per custodirlo come meglio crede. Oltre a non sentirci più impegnati nella cura di un giardino comune, interrogandoci responsabilmente sulla possibilità di ospitarvi altre coltivazioni, pensiamo di potercene andare ognuno per la sua strada brandendo un fiore ormai mummificato e rifiutando il confronto con altri giardini troppo diversi e forse per noi troppo rigogliosi.
Un modo di sventolare penosamente dei fiori secchi è quello che si accontenta di evocare retoricamente il bene comune, trasformandolo in uno slogan vuoto e insignificante. In questo piccolo percorso vorrei quindi segnalare in prima battuta almeno tre equivoci che possono portarci fuori strada scambiando il bene comune con la sua bruttacopia. È difficile articolare positivamente tale nozione, può essere già qualcosa provare a dire che cosa il bene comune non è.
Comincerei anzitutto con il precisare che il bene comune non è una somma di interessi o, peggio ancora, di egoismi individuali. Se un comune riuscisse, per ipotesi, a dotarsi di un piano urbanistico che prevedesse una deroga per ogni cittadino che la richiede, si potrebbe paradossalmente arrivare a una situazione in cui si soddisfano gli interessi di tutti, ma non si attua il bene comune. Un bene non diventa “comune” attraverso un processo di espansione in senso puramente quantitativo: il bene comune non si raggiunge per accumulo di beni individuali; la sua peculiarità è d’ordine qualitativo. L’intero è molto di più della somma delle parti. Sarebbe ancora peggio se si pensasse di ricavare da un insieme di egoismi individuali, semplicemente per addizione, un bene comunque inteso: ad un gruppo di ciechi non sarà dato il dono della vista solo perché si sono messi insieme e hanno fondato un club!
In secondo luogo, il bene comune non è nemmeno una cornice puramente formale che si limita a fissare alcune elementari “regole del gioco”, senza preoccuparsi minimamente delle squadre in campo, della loro storia, delle loro differenze più macroscopiche e soprattutto rinunciando preliminarmente a proporre un correttivo di tipo “cooperativo” al principio insindacabile della competizione. Su questo punto non dovremmo dimenticare un prezioso esempio di Aristotele: a differenza di una mandria, dove gli animali pascolano insieme, ma in realtà in modo del tutto solitario, poiché hanno un rapporto diretto con il pascolo e solo indiretto tra di loro, il vivere insieme condividendo ragionamenti e pensieri è proprio degli esseri umani e si realizza in modo eminente nell’amicizia e nella polis. Potremmo anche dire che la mandria interpreta un paradigma competitivo, mentre la vita politica un paradigma cooperativo. Dietro un’accezione minimalista del bene comune, tipica di forme estreme di liberismo, sta in fondo l’idea che la politica è solo un tentativo di impedire agli animali in branco di farsi del male, cercando di interferire il meno possibile nei loro interessi individuali.
Un terzo modo insoddisfacente d’intendere il bene comune è quello che lo scambia con l’insieme dei beni naturali che debbono essere preservati per un uso comune. Oggi – per fortuna – è molto cresciuta una sensibilità sociale su alcuni beni naturali di uso comune (come l’aria, l’acqua, le spiagge, i parchi…); si tratta di una battaglia importantissima, ma da non confondere con il bene comune: l’acqua o la foresta amazzonica in quanto tali sono beni naturali, e quindi condizione necessaria, ma non sufficiente per la promozione del bene comune. Una volta preservati, infatti, tali beni potrebbero continuare a essere usati in modo selvaggiamente individualistico: il rapporto con tali beni, in altri termini, può non essere “comune”, cioè di per sé non garantire nulla circa il legame relazionale di chi ne usa. In questo caso, più che di una concezione distorta, parlerei di una concezione insufficiente di bene comune. Tornando ad Aristotele, non basta preoccuparsi perché a tutti gli animali del branco non manchi mai il proprio pascolo; il “valore aggiunto” della polis nasce dall’amicizia civile che i suoi membri riescono a tessere tra loro. Tra noi: ecco il segreto del bene comune, che intercetta e promuove quel legame tra le persone, capace di trasformare un insieme di “io” in un “noi” aperto e inclusivo.
*fonte: Dialogando – Il blog di Luigi Alici

Il bene comune, questo sconosciuto
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