Il bonus bebè della discordia

Il “bonus bebè” venne istituito con la legge finanziaria del 2006: la notizia arrivò nelle case degli italiani annunciata da una lettera che invitava le famiglie in possesso dei requisiti richiesti a ritirare il buono di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato nel 2005 presso un preciso ufficio postale.
Oggi, però, il ministero dell’Economia, su 550 mila bambini nati in quell’anno, chiede a 8.000 famiglie la restituzione del bonus, avendo accertato che, a quella data, queste non possedevano i requisiti reddituali idonei alla sua riscossione. Il bonus era, infatti, riservato a coloro che avessero un reddito familiare complessivo non superiore ai 50 mila euro annui, anche se non era specificato se fosse da intendersi netto o lordo; cosicché, nell’ambiguità del caso, ognuno ha fatto come meglio ha creduto ed ora l’Agenzia delle Entrate reclama la restituzione dei buoni concessi a tutti quei nuclei familiari che, dalla verifica delle autocertificazioni, sono risultati non meritori.

Ovviamente, l’eco della vicenda è rimbalzato subito su tutti i media nazionali, sostenuto non solo dalla mobilitazione di moltissime associazioni di tutela dei consumatori e delle famiglie, ma anche dal senso di profonda indignazione dei cittadini verso uno Stato che ancora una volta bastona le famiglie. È sotto gli occhi di tutti, infatti, che la manovra economica allo studio del governo, quella che a suon di “tagli lineari” dovrebbe portare l’Italia al pareggio di bilancio nel 2014,  penalizza fortemente le famiglie, il loro potere d’acquisto, la loro capacità di risparmio, ma soprattutto le possibilità di crescita e rigenerazione delle famiglie stesse.
A seguito dell’austera e rischiosa finanziaria, dunque, la richiesta di restituire dopo oltre 6 anni i mille euro di un bonus presentato come un incentivo ed un sostegno alla crescita delle famiglie, sembra davvero un affronto insostenibile, soprattutto se si paventa anche l’idea di non dover restituire solo il bonus ma, se si incorresse nella sanzione amministrativa, una cifra tre volte maggiore.
Senza entrare nel merito di chi ha torto e di chi ha ragione, lasciando la sentenza ad esperti di fisco e giuristi, bisognerebbe, invece, cogliere nella vicenda dei bonus bebè l’occasione per riflettere sul senso di una cittadinanza familiare attiva che sia intesa non solo come complesso di diritti, ma anche di doveri: l’unica vera tutela di cui ogni famiglia può veramente disporre.
Infatti, la vera affermazione della cittadinanza familiare passa da una presa di coscienza collettiva del ruolo della famiglia in cui, quindi, per un verso è la società che riconosce la famiglia come un’istituzione titolare di diritti sociali, politici ed economici specifici; ma per l’altro, è la famiglia stessa a prendere coscienza delle proprie responsabilità politiche e sociali. Esprimere con forza la cittadinanza del soggetto famiglia, significa perciò intraprendere un percorso attivo di riconoscimento e promozione della stessa, senza cullarsi nell’idea che il suo ruolo sociale venga automaticamente riconosciuto, ma battendosi ogni giorno nella difesa dei propri diritti e onorando senza escamotage i propri doveri.
Per questo, quindi, il caso “bonus bebè” non ci racconta solo di uno Stato sordo alle istanze delle famiglie, ma anche di famiglie incapaci di intessere un dialogo chiaro con la Pubblica amministrazione, di sapersi muovere tra gli ostacoli burocratici, famiglie che hanno scordato che la legge non ammette ignoranza e che i primi tutori dei propri interessi sono esse stesse: proprio per questo, dovrebbero dar vita ad azioni concrete che tutelino i diritti e le prerogative che esse possiedono in relazione alla società civile ed al territorio in cui esse vivono e lavorano. 

Il bonus bebè della discordia
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR