Il diritto all’abitare è sinonimo di vivere

Casa come rifugio, valore, calore. Casa come luogo di legami e di identificazione. Casa come elemento architettonico, semantico e distintivo. Casa come spazio da abitare, quindi da vivere, individualmente e/o collettivamente. Casa come diritto.

Il concetto di casa rimanda a molti significati. Infatti “la casa è l’epidermide del corpo umano” (Frederick Kiesler), ma è anche e soprattutto un luogo di scambio di emozioni e affetti dove creare, sviluppare e custodire legami intra e intergenerazionali e coesione sociale. Insomma, quando si analizza il tema della casa, occorre andare oltre la sua materialità e considerarla come vero e proprio luogo di costruzione di vita.

Nel nostro Paese però la casa è il primo ostacolo che singoli e famiglie, italiani ed immigrati, incontrano sulla loro strada verso la maturità/autonomia.

Questo problema non è riconducibile soltanto alla crisi del 2008. Prima di tale data i prezzi della case (tanto nell’acquisto che nell’affitto) avevano raggiunto livelli inavvicinabili per i ceti medio/bassi; oggi è vero che il mercato immobiliare è crollato, ma è altresì precipitato il potere d’acquisto delle persone. Quindi la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. In altre parole, finché i salari rimarranno così bassi, l’acquisto della casa continuerà a essere un miraggio, soprattutto per le giovani generazioni.

Se da una parte, come emerge dai dati Eurostat, il 73% degli italiani possiede una casa (contro una media Eu del 70%), dall’altra parte solo il 17,2% di questi proprietari paga un mutuo (contro una media europea del 27,3%), mentre il 55,7% non paga nulla (13 punti percentuali in più della media europea). Un altro dato degno di nota è che di tutti questi proprietari residenti in Italia, solo il 4% ha meno di 30 anni.

Per quanto riguarda gli affitti, la situazione è altrettanto asfittica: in Italia solo il 27% è locatario, contro il 37,5% della Francia e il 47,4% della Germania. Infatti è a tutti noto il problema delle case sfitte. Solo in Europa ce ne sono 11 milioni, di cui circa 2 milioni in Francia, 2 in Germania, 2 in Italia e 3,4 milioni in Spagna. In Italia, in particolare, manca, una politica organica sulle locazioni, una politica, per esempio, che preveda agevolazioni fiscali per locatori e locatari con particolari difficoltà (giovani coppie, famiglie a rischio di esclusione sociale, ecc.).

Non stupisce dunque che come confermano i dati Eurostat, l’Italia, per quanto concerne il sovraffollamento abitativo, raggiunge il nono posto (dopo Romania, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Croazia, Slovacchia, Lituania e Grecia) della classifica europea (27,3% contro il 17,3% della media europea), e che l’8,9% dei residenti soffra di un’importante deprivazione abitativa, contro il 5,2% della media europea.

In tale quadro, è chiaro che la “difficoltà casa” riguarda gli italiani, ma ancor di più gli immigrati che hanno livelli di disoccupazione più alti degli autoctoni, stipendi mediamente inferiori e che si devono confrontare con problemi di discriminazione e razzismo sui luoghi di lavoro, ma anche e soprattutto quando cercano casa. Tale difficoltà appare particolarmente tragica se si considera che l’adeguatezza dell’alloggio è uno dei principali prerequisiti per ottenere il ricongiungimento familiare e per completare il proprio progetto migratorio. 

La parola d’ordine attorno cui dovrebbe ruotare l’impegno del Governo centrale e delle amministrazioni locali sulla questione casa, in particolare per gli immigrati è “recupero”.

Attualmente, per ogni abitante del pianeta sono disponibili circa 2,5 ettari di terra emersa. Possono sembrare tanti, ma se a questi si tolgono la superficie dei laghi, dei fiumi e dei deserti, lo spazio a disposizione per ogni persona si riduce considerevolmente. In altri termini, se consideriamo la risorsa per eccellenza della pianificazione urbanistica il territorio del nostro pianeta, occorre fare i conti con il fatto cheil territorio è una risorsa ormai “finita”. In questo senso occorrono politiche e azioni sociali volte al recupero:

al recupero del cemento esistente ma inabitato (scuole e caserme dismesse, beni confiscati alla mafia, uffici abbandonati, ecc.);

al recupero dei terreni (si pensi a tutte le proprietà della Chiesa);

al recupero dell’enorme divario fra ricchi e poveri, attraverso l’introduzione di una tassa patrimoniale e di agevolazioni fiscali per famiglie povere e/o giovani, studenti, ecc.;

al recupero di una politica di edilizia popolare che non incentivi il modello “palazzinaro”,  attraverso cui si favoriscono solo i costruttori privati che realizzano grandi profitti, ma che sia davvero a favore delle persone e del loro benessere; in questo senso l’housing sociale è un diverso modo di guardare allo sviluppo urbanistico, con una differente razionalità ed estetica, che oltre a diminuire le disuguaglianze, promuove un cambiamento culturale.

Non è infatti sufficiente dare un tetto a ogni persona. La continuità fra spazio abitativo e spazio pubblico, in un’ottica di integrazione in cui lo spazio non sia solo luogo di separazione ma anche di incontro fra persone e culture è elemento altrettanto importante. Vi è infatti una sostanziale differenza fra “abitare” e “risiedere”. Col primo termine ci si riferisce solo all’alloggio, col secondo termine si intende, oltre a quest’ultimo, anche tutti i servizi indispensabili alla vita individuale e sociale del cittadino.

Questo è il solco tracciato dall’Agenda Habitat, firmata da 171 paesi, con l’obiettivo di promuovere la sostenibilità economica, sociale e ambientale delle città, garantendo ai meno abbienti una casa e migliorando la qualità della vita nei contesti urbani.

I Paesi che hanno firmato la dichiarazione si impegnano infatti a sostenere modelli di insediamento umano, tenendo conto della capacità di carico degli ecosistemi naturali e della necessità di preservarli per le future generazioni.

Secondo l’Agenda Habitat le città sostenibili e inclusive sono però anche quelle che garantiscono la partecipazione attiva di tutti i cittadini, alla vita politica, economica e sociale della città/paese, senza distinzione di sesso, età e provenienza.

Le nostre comunità locali sono, in fondo, reti di abitazioni, ossia reti di relazioni fra famiglie. Ecco perché è fondamentale un ripensamento e rilancio delle politiche locali sull’housing, capaci di riportare la casa ad assumere la posizione centrale che le è propria nella società: il diritto all’abitare che è sinonimo di vivere.

In allegato le slide del laboratorio “L’housing sociale, l’abitare e il migrare delle storie umane” Parte I e Parte II, realizzato dall’area Politiche di cittadinanza presso l’Incontro nazionale di studi di Arezzo.
 

Il diritto all’abitare è sinonimo di vivere
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR