Passione popolare: il fundraising

Il Gazebo dedicato al Fundraising popolare è stato particolarmente vivace e animato, d’altronde il tema proposto è cruciale: trovare risorse per supportare l’azione sociale.

In uno scenario nel quale le risorse pubbliche per il sociale, per certi versi giustamente, tendono a scemare, le organizzazioni del terzo settore sono chiamate a far fronte in modo alternativo alle esigenze economiche rivolgendosi ai donatori privati. Ecco che la parola fundraising comincia a circolare e a essere richiamata in contesti anche molto diversi. Ma di preciso come funziona il fundraising? E, cosa per le Acli importante, come si fa fare raccolta fondi in modo “popolare”? A queste domande ha cercato di rispondere Massimo Coen Cagli, Direttore scientifico della Scuola di Roma di Fundraising, reagendo e prendendo spunto da un’interessante esperienza Aclista, raccontata da Giulia Vairani delle Acli Milanesi.

Prima di entrare nel merito, occorre menzionare il clima di interesse e partecipazione che ha animato il Gazebo, condotto da Stefano Tassinari e Andrea Luzi: la discussione al termine della presentazione di Coen Cagli è stato serrato, con molti partecipanti che hanno fatto riferimento a situazioni e casi specifici chiedendo consigli, proponendo soluzione, interagendo con gli ospiti rispetto a possibili soluzioni. Un elemento è emerso con più forza di altri: le Acli sembrano pronte a rivolgersi verso i cittadini per chiedere loro un sostegno economico. Per far ciò però è necessario chiarire cosa si vuole fare, centrare la comunicazione sulla mission e sui progetti. In una battuta, “no money, no mission; no mission, no money.

È stato questo il punto di partenza dell’argomentazione di Massimo Coen Cagli. Non a caso il relatore ha scelto di cominciare da un’esperienza concreta.

Infatti ha aperto il gazebo la descrizione del progetto Pomodorti urbani, un’azione di riqualificazione di un’area abbandonata alla periferia di Milano attraverso l’agricoltura urbana, in gran parte finanziata con il crowdfunding civico. Vairani nel presentare l’esperienza ha puntato l’attenzione su due questioni.

Il fundraising funziona quando:

si chiedono piccole cifre per progetti molto concreti,

si sfrutta la meglio la comunicazione sui social, on line e si approfitta tutte le occasioni per presentare il progetto al maggior numero di cittadini.

Prendendo spunto da questi due elementi Coen Cagli ha fissato alcuni punti fermi per un fundraising “popolare”.

Fare raccolta fondi significa, innanzitutto, costruire una relazione con i propri stakholder per fare ciò occorre che tutte le funzioni organizzative, il management, la comunicazione, la progettazione, l’amministrazione, operino nella stessa direzione e questo non è quasi mai scontato. In uno slogan: senza innovazione organizzativa non c’è fundraising

In seconda battuta, Coen Cagli ha aggiunto in modo molto netto: non basta essere un’organizzazione non profit per farsi dare i soldi. I cittadini donano il proprio denaro se sono relativamente sicuri che il soggetto destinatario è capace di creare un qualche tipo di valore aggiunto sociale.

Infine, il terzo punto rilevante nella proposta di Coen Cagli è la necessità di portare l’organizzazione dentro la comunità e quest’ultima dentro l’organizzazione. La chiave è nelle reti sociali: se ci dobbiamo fare soldi dalle persone, dobbiamo creare con loro una relazione, discutendo gli obiettivi, le scelte e i modi, aprendo quindi le porte dell’organizzazione alla società. Allo stesso tempo, bisogna alzarsi dalla scrivania e portare l’organizzazione in mezzo alla gente, partecipare ai comitati, alle assemblee, agli incontri, oppure semplicemente andare in piazza e parlare con la gente, come si faceva un tempo. 

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