Il futuro delle famiglie non è un gioco

Pubblicizzare lotterie e scommesse. Il “canto delle sirene” che ammalia migliaia di famiglie in crisi.

Da qualche giorno una nuova imponente réclame (diffusa su televisione, radio, stampa, affissioni e web, per intenderci) si è aggiunta alla raffica di messaggi pubblicitari che ci assillano quotidianamente. Nulla di nuovo, dunque, se non fosse che la campagna in questione è quella appena lanciata dalla Sisal per il Superenalotto, il cui messaggio principale è giocare per poter avere una speranza in più di veder realizzati i propri sogni.

Nello spot, infatti, molti volti di gente comune e più precisamente del ceto medio (quella fascia di popolazione che per l’appunto è stata più colpita dalla crisi e che oggi costituisce la nuova “questione sociale”), sulle note della popolarissima Lasciatemi cantare di Toto Cutugno, intonano: «Vorrei una vigna per produrci il vino, io sogno un parco per il mio bambino, di un grande film sarò il produttore, voglio champagne ghiacciato a tutte le ore, darò ai miei figli un futuro splendente, della mia squadra farò il presidente, con un sistema in ricevitoria si sistema la mia compagnia. Un milione a Giulio, un milione a Maria, voglio fondare la mia scuderia, faccio una follia, ti prendo e ti porto via. Lasciatemi sognare, con la schedina in mano. Lasciatemi sognare, sono un italiano».

Certo, si sa, il nostro è un Paese in cui smorfia, tombole e lotterie fanno parte della nostra tradizione; chi non ha sperato, almeno una volta nella vita, di vincere alla lotteria? Di essere baciato dalla dea bendata, risolvendo così in un colpo tutti i propri problemi economici con il minimo sforzo?

Tuttavia, ciò non giustifica il messaggio che si è voluto far passare: non deve essere la lotteria di turno a dare agli italiani il permesso di sognare, non deve essere la speranza di una vincita al gioco che consente alle famiglie di arrivare a fine mese o di immaginare un futuro migliore per sé stessi, per i propri  figli o per le proprie aziende.

I giochi di questo genere, infatti, vanno a pescare nelle fasce della popolazione più debole, che con facilità s’illudono di poter ottenere vincite milionarie dedicando a questo tipo di scommesse tra il 5 e il 10 % del loro budget familiare (secondo i dati rilevati da Adiconsum); un fenomeno sociale che desta preoccupazione e non può perciò essere sottaciuto, soprattutto da un governo che, pur percependo circa il 10% degli introiti di questo mercato, in questi mesi ha lavorato per trascinare l’Italia fuori da questa crisi operando tagli e predicando austerity.

In un momento in cui sono moltissime le famiglie che hanno dovuto abbandonare i propri stili di vita, ritrovandosi a navigare a vista nelle acque ben agitate della crisi economica, e in cui si fa fatica a ritrovare la rotta dei consumi, quindi, questa campagna pubblicitaria ci ricorda il canto ammaliatore delle sirene omeriche che, parlando di soldi facili, illude le famiglie e fa sì che esse ripongano le loro speranze (e i loro risparmi) nella possibilità di vincere “il jackpot più alto d’Italia”.

È questo spingere sull’emotività e sulla disperazione delle famiglie impoverite, infatti, che ha permesso al settore del gioco d’azzardo di divenire la terza azienda italiana, per profitti, dopo Eni e Fiat (76 miliardi di euro l’anno e circa 31 milioni di giocatori, di cui un milione e mezzo compulsivi, secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Libera “Gioco d’Azzardo: cifre, storie e giro d’affari criminali della “terza impresa” del Paese”), portando l’Italia al primo posto in Europa e al terzo nella classifica mondiale del gioco d’azzardo.

La Sisal, dal canto suo, si giustifica attraverso le parole di Matteo Sala, responsabile marketing della società, dicendo «Abbiamo voluto dare voce al piacere del sogno nella sua dimensione aspirazionale, un film coinvolgente e di ampio respiro che trova la sua grandezza in un affresco corale dell’Italia e dei suoi sogni».

Tuttavia, l’affresco non sembra essere poi così corale, si poteva dar per esempio voce alla “dimensione aspirazionale” di chi sogna di uscire dalla dipendenza del gioco d’azzardo, soprattutto alla luce della ricerca  curata dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr) che rivela che ben 4 italiani su 10 sono catturati da questo tipo di gioco (in prevalenza uonimi e giovanissimi tra i 15 ed i 24 anni).

Ovviamente, l’azienda pensa al profitto, e si sa che la pubblicità è l’anima del commercio; ma non bisogna mai scordarsi che, allo stesso tempo, si corre il rischio che essa sia il commercio dell’anima.

Per questo forse,  un po’ più di responsabilità sociale da parte delle aziende nel considerare il valore educativo dei loro messaggi pubblicitari non guasterebbe; lasciamo dunque sognare le famiglie italiane, senza amplificare nelle loro orecchie il moderno “canto delle sirene” e, invece,  ricordiamo loro che  la capacità di nutrire aspirazioni è di tutti, dei poveri così come dei ricchi a prescindere dal conto in banca, e che la speranza di un futuro migliore passa anche dalla loro capacità di saper orientare i propri consumi verso nuovi stili di vita che mettono al centro non il denaro ma l’uomo, la capacità di creare relazioni forti che ci aiutano e ci sostengono anche in epoche difficili come quelle che stiamo attraversando!

Il futuro delle famiglie non è un gioco
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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