Il governo Monti e la debolezza dei partiti

Mauro Piras, nel numero 8-9 della rivista Il Ponte, fa un bilancio dei primi otto mesi del governo Monti, soffermandosi sui tre fronti principali in cui è intervenuto:
1- la riforma del sistema previdenziale;
2- la riforma del mercato del lavoro;
3- il rilancio della politica economica europea.
1. Sul piano strutturale la riforma delle pensioni era inderogabile. Da tempo c’era l’esigenza di un passaggio al sistema contributivo, per ragioni di equità intergenerazionale e di sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica. La scelta del governo è stata drastica: un immediato innalzamento dell’età pensionabile a 66 anni, con la possibilità di uscire prima solo per chi avesse 42 anni di anzianità. E poi aumenti graduali. La riforma, nella sua struttura, è corretta, ma questo forte innalzamento è giustificato solo da ragioni di cassa. La brutalità dell’intervento ha comportato anche la creazione del problema dei cosiddetti “esodati”.
2. Per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro il governo ha, inizialmente, assunto una classica posizione liberista: più flessibilità in uscita per favorire gli investimenti. Il problema è che l’opposizione si è scatenata. A causa della mossa del governo, che ha presentato la cosa in questi termini e insistendo sull’articolo 18, ecco che per le opposizioni la riforma del mercato del lavoro è diventata quasi solo oggetto di attacchi durissimi, perché letta come un tentativo di abbassare le tutele dei lavoratori dipendenti. Alla fine la questione dell’articolo 18 è diventata così importante per la sopravvivenza stessa del governo, che questo ha abbandonato il suo schema. Sarebbe stato necessario un cambio di prospettiva per imporre alti vincoli alla flessibilità ma, in cambio, una tutela più forte dei contratti in ingresso. Nel complesso, ora, la situazione non è molto diversa da quella precedente, tranne qualche ritocco da una parte e dall’altra.

3. Il governo Monti ha cercato di porre fin dall’inizio le basi per restaurare un’influenza politica dell’Italia in Europa. Prima questa influenza era scesa ai minimi termini, a causa del discredito politico del governo Berlusconi, della speculazione sul nostro debito, della paralisi di quel governo nell’affrontarla: eravamo già uno Stato sotto osservazione, prossimo a cadere in una situazione simile a quella greca. In tali condizioni, i margini per recuperare credibilità erano strettissimi: si trattava solo di sottostare alle indicazioni della Ue, adottando il rigore di bilancio. Ecco la ragione fondamentale della politica economica del governo: ottemperare alle richieste europee per poter avere, poi, un potere contrattuale. E’ evidente che da questa crisi globale si esce solo con un rafforzamento dell’Unione, sia in senso economico che politico.
E’ proprio su questo progetto politico, europeo e sovranazionale, che bisogna puntare, appoggiandosi sul nuovo presidente francese e sulla nuova disponibilità della Merkel.
Non sembrano però averlo capito le forze politiche italiane. La più grande debolezza del governo Monti è la mancanza di prospettiva dei partiti che lo sostengono.
Il governo ha una prospettiva, per quanto limitata: rimettere in sesto i conti dello Stato, con una politica di rigore di bilancio, e rilanciare una politica economica europea. Nel frattempo le forze politiche avrebbero dovuto trovare una buona strada, evidente ad ogni persona di buon senso:
– ricostruire il sistema politico, riaccorpando le forze politiche secondo progetti politici credibili;
– riformare quegli ambiti che non sono di diretto interesse di un governo nato con finalità economiche (cioè la giustizia, la Rai, la legge elettorale, per citarne alcuni);
– prospettare delle alternative credibili per le elezioni del 2013.
Niente di tutto questo è stato fatto. I partiti hanno continuato a vivere nella loro assenza di prospettive verso il futuro, cioè nella condizione che ha portato alla bancarotta della politica e alla quasi bancarotta dello Stato. All’inizio hanno accettato la politica del rigore, consapevoli dell’assenza totale di alternative; poi, non solo non hanno saputo affrontare ciò che era di loro pertinenza, ma hanno iniziato a muovere le pedine dei gruppi di interesse e di pressione per modificare la linea del governo con il solo intento di non scontentare il proprio elettorato. L’unico punto di riferimento è stato questo. Ecco perché la debolezza più grande del governo Monti è rappresentata proprio dall’attuale panorama politico.
Dal numero 35 di Segn@libro, la newsletter della Biblioteca/Archivio Storico delle Acli

Il governo Monti e la debolezza dei partiti
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR