Il lavoro come luogo di incontri intergenerazionali

Le storie di vite giovani al lavoro raccolte negli ultimi anni hanno tratti unici, singolari e differenziati. Mostrano, però, un tratto che ne accomuna un buon numero: vengono narrate come sequenziali, come composte da sequenze, o fotogrammi separati, senza grande connessione1. Non seguono una trama, una ricerca; non rappresentano lo sforzo di una negoziazione attiva tra elementi di realtà e dimensioni di desiderio, di progetto personale se non nelle prime sequenze. Non è raro che le storie incontrate nei servizi territoriali sindacali o nelle agenzie per l’impiego siano addirittura involutive, raccontino quelli che per molte ragazze e un buon numero di giovani sono “drammi spogliati di senso”, vissuti con senso di solitudine e di impotenza2. Pochi sono i casi per i quali la narrazione si struttura in forme evolutive, con un rinvio tra storia lavorativa, storia personale, direzioni di senso, cura di sé (e delle proprie capacità), esercizio di responsabilità sociali.

L’esperienza lavorativa si presenta solo per una minoranza dei giovani (e un numero ancor minore di ragazze) come luogo di incontro ed esercizio della «facoltà del nuovo», reso significativo anche dalla relazione tra le generazioni: relazione di consegna e trasmissione, di novità e successione. Per questa minoranza il lavoro è uno dei luoghi di riconoscimento e di ricomposizione biografica ed esistenziale, oltre che delle dimensioni del tempo vissuto, del progetto di vita nel tempo, del tempo sociale e storico. Per i più invece rappresenta un luogo di ulteriore scomposizione e frammentazione tra dimensioni di vita, di relazione, di investimento affettivo, di appartenenza. Ragazze e ragazzi dall’identità composita, in cerca di riconoscimento ma senza legami, vivono l’esperienza lavorativa in una convivenza che pare essere uno sfondo indifferente, con soggetti istituzionali e sociali che paiono lontani e incapaci di incontrarli, accompagnarli, tutelarli. Si avviano, così, su cammini di marginalizzazione nella società del merito e della prestazione.
La separazione dei destini tra chi racconta di ricerche ed evoluzioni (anche difficili) e chi racconta a fatica situazioni accettate, stasi, frustrazioni, altre occasioni provate, è precoce e netta.
In ogni caso sembra di cogliere che le storie dei giovani al lavoro sono troppe volte caratterizzate da mancati incontri con gli adulti, con una vita comune nella quale le generazioni adulte esprimono sollecitudine, stimolo, riconoscimento, equità, forza di legame e responsabilità. Per ascoltare ciò che va caratterizzando il complesso e variegato rapporto tra i giovanissimi e il lavoro, e per potervi riflettere, occorre un’attenzione che si esprima all’interno di una esperienza (o da più esperienze) di incontro, di narrazione, di vicinanza. Ciò che è importante cogliere e provare a elaborare, insieme alle giovani e ai giovani impegnati nelle prime esperienze lavorative, è, allora, ciò che sta prendendo forma, o che può prendere forma nella propria identità, nel proprio rapporto con gli altri, con la società e con se stessi e con il proprio tempo biografico. Mettendo in relazione la realtà lavorativa reale (le condizioni, le sicurezza, le tutele, gli sviluppi professionali) con gli elementi di senso, di prefigurazione, o di resistenza che loro vi giocano o vi ritrovano.
Certamente registriamo nelle esperienze di ragazze e ragazzi che cercano presto, già durante gli studi superiori, il confronto con i “contesti reali” del lavoro, del rapporto con adulti fuori dalla relazione educativa e scolastica (per provarsi, misurarsi, guadagnare denaro proprio e rispetto per sé e da altri), i segni di una esperienza vissuta come “posizionamento3” in questo mondo, nel tempo. Usando lavoro e risorse per costruire cura, responsabilità, per trovare sé, rispondere ad altri, per coltivare la bellezza, per esprimere capacità e abilità in modo affidabile; e risolvere problemi, cercare.
Ma queste esperienze, certo diffuse solo in alcune realtà e territori, spesso si conducono fuori da un quadro di tutele e di garanzie, e senza un accompagnamento formativo e informativo adeguato.
È certo, in ogni caso, che sia il lavoro di lavoratori adolescenti e studenti che quelle delle prime esperienze di ingresso nei mercati del lavoro4, entra nelle vite delle giovani generazioni come dimensione importante, che lascia una caratterizzazione profonda.
Sono, i loro, percorsi di costruzione dell’identità, segnati dalla differenziazione (di ambienti, incontri; di riferimenti di valore e orientamenti…), dalla variabilità (frequenza e intensità di cambiamenti), dalla possibilità (più apparente che reale; spesso disgiunta dalla speranza).
Il lavoro può accentuare e “cristallizzare” questi tratti: può ulteriormente differenziare rappresentando un altro ambiente, dalle specifiche e rigide richieste circa atteggiamenti, stili di relazione, comportamenti, criteri per le scelte. Richieste da accettare “necessariamente”, quale che sia l’attrito tra questo e gli altri “ambienti” della vita, i loro valori e modelli. Può essere acceleratore di variabilità, quando è forte e rapida la discontinuità tra un lavoro e l’altro, un luogo o l’altro, una condizione contrattuale e l’altra. Impedendo per diversi anni “ricapitolazioni”, delle vere scelte e orientamenti, e il respiro di un progetto di vita. Infine il lavoro può presentarsi come luogo di tensione verso possibilità che si presentano come “occasioni” irreali o fittizie, tra le quali dovere decidere e mai (o di rado) poter davvero scegliere.
Decidere e scegliere sono esperienze profondamente diverse, e diversamente costituiscono il nostro rapporto con il tempo. De-cidere è recidere, tagliare, chiudere ultimativamente. Si decide per qualcosa, segnando una distanza, una separazione. Si sperimenta così, un poco, la lacerazione nel proprio essere, nelle relazioni che ci costituiscono. Si decide per qualcosa, mentre si sceglie una strada, o qualcuno. “Ti scelgo” dice continuamente chi ama. E non c’è esclusione d’altri: c’è preferenza, dedizione e indicazione, e accoglienza. C’è una relazione privilegiata, riservata e intima. Decidere è lasciare, scegliere è incontrare. Decidere taglia, scegliere feconda. Così, almeno, lasciandosi un poco prendere dall’etimologia e dal gioco con le parole.
Potremmo dire che nell’incontro con gli adulti, mentre si costruisce, si avvia, si vive l’esperienza lavorativa, pare non si costituisca lo spazio per la domanda: “che cercate?”; e l’esperienza del tempo si fa lontana da quella che ospita il respiro di “generazione in generazione”. La relazione con l’altro da sé è necessaria per crescere e per determinarsi: servono adulti con narrazioni, competenze, regole da contrattare e limiti da segnare, responsabilità cui richiamare.
Pare, a volte di cogliere nella convivenza, nelle istituzioni educative, nei luoghi di incontro tra le generazioni, quelli più formali (l’apprendistato, le società sportive, …) e quelli informali (i bar, i luoghi del tempo libero, …) una tentazione anti-educativa, quasi un mollare la presa di una intenzionalità pedagogica. Molti adulti rinunciano a fare una proposta sensata, a evocare o trasferire passione, a mostrare oggetti di apprendimento di abilità sociali: “rubano” adolescenti e giovani di quella alterità rappresentata da adulti portatori di storie, di valori e intenzioni, necessari per favorire l’attraversamento d’una nuova nascita, cui serve pure distacco e superamento di consegne e di modelli.
Come imparare attraverso l’esperienza dell’altro, e la particolare e originale rideclinazione dei giovani, come farlo se non vi è incontro mediato da esperienze reali, in organizzazioni in cui si producono beni, servizi, relazioni, oggetti culturali?
Acquisire il senso del tempo per le vite giovani significa acquisire le dimensioni e le direzioni del conflitto delle possibilità che il tempo sociale e storico porta dentro di sé, e che apre per l’esercizio delle libertà e delle responsabilità delle persone e dei soggetti sociali. Significa acquisire la parte, la posizione, lo sguardo e il cammino all’interno di queste direzioni del conflitto in atto o latente nel tempo, nelle dimensioni, nelle forme e tra le forze.
Strana convivenza, la nostra, nella quale giovani e adulti condividono lo scontro tra un tempo che ristagna, quasi senza scansione e senza soluzione e fine, lunghissimo e dove nulla cambia, e un tempo accelerato, di un fare e disfare continuo, tempo bruciato che non basta mai, instabile e senza sedimentazione, né prefigurazione. La costruzione di un personale e unico vissuto del tempo è decisiva per saper tessere relazioni, scambi, scelte e responsabilità; e per convergere su rappresentazioni della realtà, su patti e su attese reciproche, su promesse e sulla possibilità di vivere i “lasciti” e di prenderne le distanze. Mettersi nel tempo dell’altro fa sentire il proprio percepire la vita, muovere il proprio posizionamento in relazione e in risposta all’altro, costruire il senso della possibilità.
Se il tempo è tema cruciale nell’educazione, lo è non di meno nel farsi dell’esperienza della vita comune, della sua narrazione e del suo progetto, e del lavoro, del realizzare cose e impegni, spesa di sé e legami. È prezioso quando gli adulti che lavorano, insegnano, formano, indirizzano impegni e spesa di sé, sanno essere capaci di “esercitare anche il fascino un po’ misterioso tipico del diverso e dello straniero: di colui che è stato altrove, viene da lontano”, come dice Marco Dallari. Adulti che sanno cose che i giovani che s’avviano non sanno, hanno storie da raccontare. Adulti che sanno rischiare quello che sono e che sanno, nell’incertezza e di fronte al nuovo inizio che è sempre anche (un poco) abbandono. Maestri che chiedono ascolto, e poi di essere lasciati.
Uomini e donne incapaci di trovare il loro territorio in altrove, dispersi in un abbandono indifferente, presi dalla nostalgia di identità inventate, prigionieri del rancoroso ribadire diritti acquisiti, sapranno mettersi in un cammino che faccia loro incontrare chi porta un tempo altro, e vivere esodo e lascito?
Giovani sulla soglia: attese e progetti di vita
Sono veramente numerosi i giovani e le giovani che restano come “sulla soglia” del lavoro, delle sue organizzazioni, del “grande circo performativo” della società del produttivismo, del consumismo, delle opportunità; né fuori del tutto, né dentro del tutto. Sulla soglia non perché poco assorbiti dal lavoro che, anzi, è per lo più intensissimo, pesante, impegnativo; sulla soglia perché ai margini: nell’incertezza contrattuale, fuori dai ruoli decisionali, con deboli margini di crescita professionale e con poche prospettive.
Oppure restano sulla soglia perché resistono alla spinta ad assumere del tutto logiche utilitaristiche, appartenenza totale, adeguamento a una competizione cieca. Così che riservandosi decisioni, spazi di vita propri, energie e interessi, giovani e ragazze provano qualche negoziazione. Si possono incontrare giovani che al mercato del lavoro “portano tutto” in negoziazioni complesse e inedite tra necessità, desideri, progetti, relazioni, legami; piegandosi a condizioni difficili, lasciando in cerca di altri equilibri, rinunciando e rigiocandosi. La negoziazione può aprire evoluzioni positive nei progetti di vita, ma può anche fare registrare frustrazioni, fratture, scivolamenti e momenti di paralisi: specie per le storie fragili e nella solitudine. Cui si prova a resistere, dai quali ci si solleva per ripartire.
In questi casi il lavoro può ancora assumere le dimensioni proprie di una esperienza di iniziazione nella quale si maturano: il confronto con adulti e con la responsabilità; la misura delle competenze; la prova delle tensioni e delle emozioni: la realizzazione di propri prodotti e di trasformazioni significative; la forza del resistere nelle prove e nei progetti.
In ogni caso per la generalità delle esperienze dei giovanissimi l’orizzonte delle attese, il rapporto con il futuro, il sogno di mondo (di fraternità, giustizia, pace), la costruzione di una figura della propria “generazione”, di una vocazione, delle sfide proprie della giovinezza trovano nel lavoro una “zona grigia”, certo non un luogo di coltivazione.
Non è raro registrare forti tratti di povertà antropologica nell’esperienza del lavoro, intrecciati alle patologie del benessere: si compete, si usa competenza per la prestazione, per prevalere comunque, e non per sviluppare pensiero e azione attorno a oggetti, a problemi complessi; si vive tensione, sforzo, fatica per il rendimento e il risultato, non per crescere, coltivare sé, per sviluppare il nuovo, per ascoltare e incontrare; si vive identificazione non a partire da dialoghi tra esperienze e appartenenze diverse, ma su micro-comunità professionali e su obiettivi dell’organizzazione; si ricerca e impara funzionalmente e strumentalmente e non per trovare strade nuove.
Si vivono stagioni, passaggi di vite al lavoro dove si percepisce di “una specie di tempo svuotato”, senza cura e storia, senza legami e significati che non siano “per il momento”. Il tempo si fa minaccia, o ristagno paludoso: nell’esperienza delle ragazze e dei ragazzi nel lavoro prende spazio uno “sfibramento” cui contribuiscono la spersonalizzazione, la negazione della fragilità e di una adeguatezza da costruire, il timore di buttarsi nelle cose, l’evaporazione delle reti sociali che offrono spazi di elaborazione condivisa, e di riprogettazione.
Tutto ciò è condizionato dalla qualità dell’incontro con gli adulti, dalle modalità con cui si vive l’intreccio tra la prova di sé e il riconoscimento ottenuto. Ci sono donne e uomini che presidiano i “cantieri di esperienza”? Cantieri che sono spesso “organizzazioni leggere” e uniche, complessi intrecci di storie diverse, come un cantiere edile, una media azienda, un lavoro a progetto. Lavori che si danno in spazi differenti e tempi intermittenti, ove si vivono frammentazione e ricomposizioni continue di operazioni e di progettazioni, di attenzioni particolari e di attenzione al prodotto, di relazioni e di consegne, di interessi e di cure. Qui si definiscono contesti inediti e nuove relazioni, pur in presenza di operazioni (relativamente) standardizzate. Attorno a questi snodi critici – alla buona capacità di ricomporre e di passare le consegne – si giocano e si incrociano le questioni della qualità del prodotto, del lavoro e quelle della sicurezza.
Nelle storie di lavoro si sviluppano incontri tra persone, diverse e uniche: per radici, provenienza, culture, formazione, motivazioni, psicologie, appartenenza generazionale, genere. Tecniche e competenze differenziate segnano le esperienze e le particolari specializzazioni professionali; generazioni diverse hanno maturato percorsi formativi e professionali, costruzioni di saperi d’esperienza molto diversi e distanti; radici nazionali diverse spesso intrecciate a storie, sradicamenti e aspettative differenziate sostengono vissuti del lavoro, dei diritti, delle relazioni che sono divergenti e fonte di attrito.
Il lavoro, la qualità e la produttività da un lato, come pure le relazioni intersoggettive, le tutele e le norme dall’altro e infine la funzionalità, la sicurezza, l’efficienza e il progetto da un altro ancora, si ridisegnano continuamente attorno ad alcuni snodi critici.
I luoghi di lavoro si presentano come un luogo antropologico e sociale estremamente significativo. Un luogo di costruzione della conoscenza e di definizione del senso; della convivenza, del lavoro e dell’impresa; della vicinanza e dell’azione concertata tra uomini portatori di differenze e non di omogeneità, tradizioni, pratiche e lavori condivisi. Luogo di estrema e impegnativa vicinanza.
Generazioni vulnerabili
Non bisogna dimenticare che il mercato del lavoro è “una istituzione sociale”, un luogo abitato da persone e, quindi, attraversato, influenzato, trasformato da scelte e atteggiamenti, da aspettative e comportamenti e dalle forme del legame tra le persone, i generi e le generazioni. Le dinamiche che regolano la domanda e l’offerta di lavoro “non sono le stesse che governano il mercato del pesce” affermava l’economista e premio Nobel Robert Solow5. Certamente le “negoziazioni” tra aspettative e necessità, tra elementi di realtà e progetti di vita in tempi di crisi e nella stagione della moltiplicazione delle tipologie contrattuali flessibili (tra le quali si sviluppa una sorta di concorrenza al ribasso) incide sulle scelte dei giovani e delle giovani e modifica il loro rapporto con il tempo, con la possibilità, con l’iniziativa economica e con il lavoro.
Guardare al rapporto tra lavoro e giovani generazioni, (al loro ingresso nel mercato del lavoro, alla disoccupazione) “con gli occhi del sociale”, spostando l’attenzione dalle statistiche ai volti, vuol dire cogliere portata e rischio dell’allargamento delle aree di vulnerabilità sociale, delle diseguaglianze, delle linee di frattura del legame sociale, delle potenzialità di conflitto sociale e tra le generazioni. Specie in un universo socio-economico molto più complesso del recente passato e in assenza di efficaci strategie politiche integrate di cittadinanza costruite con attenzione al lavoro, alla famiglia, al sostegno della fragilità. In questo quadro la deriva verso il lavoro nero, la disoccupazione, la difficile sopravvivenza ai margini del mercato del lavoro di molte giovani e molti giovani avviene seguendo percorsi tortuosi e discontinui “tra lavori, lavoretti e instabilità dentro un quadro societario di individualizzazione, di depotenziamento delle istituzioni regolatrici e di erosione dei legami sociali6.” Crescono atteggiamenti adattativi o puramente strumentali nei confronti del lavoro, “trappola” nella quale ristagnano progetti, fiducia e futuro. Il lavoro è un luogo dell’iniziazione sociale; ma l’altro, l’adulto è spesso l’avversario, il competitore, il portatore di un interesse sentito come “nemico”.
Ricercare una continuità dei diritti attraverso la discontinuità dei percorsi professionali” per le persone, le famiglie, i più giovani risulterà negli anni a venire scelta decisiva per ritessere la qualità delle relazioni nella vita comune7. Ad esempio pensando alla formazione come “diritto transizionale” per i giovani ma non solo per loro, con un sistema di learnfare (assistenza attraverso la formazione) che accompagni e sostenga il percorso di lavoratori “nomadi” tra molteplici lavori, al fine di creare circuiti virtuosi tra formazione mirata e di qualità, migliore occupabilità, senso delle transizioni personali, attese di futuro, trasformazione e stima di sé. Con attenzione prioritaria alle ragazze.
In questa direzione si potrà, forse, limitare l’avanzare di un “lavoro che consuma società”, vissuto in un contesto segnato da indifferenza competitiva, esperienza individualistica che separa autorealizzazione, o necessità personale, dalla crescita della comunità, dal futuro della vita comune. Per favorire un lavoro che genera società, perché si fa luogo dell’esperienza del legame tra persone, tra generazioni, tra comunità che portano risorse e bisogni diversi. Diventando anche “paradigma sociale e politico per la ridefinizione dei parametri della convivenza, nella ricerca del giusto bilanciamento tra capitale e lavoro, tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra scambio economico e scambio simbolico8”. E, si potrebbe aggiungere, tra il respiro corto di breve periodo che si sente nella crisi e il respiro di futuro e le attese di vita delle giovani generazioni. Ulrich Beck da anni richiama con forza alla questione della qualità della democrazia e del futuro della convivenza dopo la fine dell’età della società salariale e del lavoro a tempo indeterminato9.
Bisogno e desiderio di un futuro diverso
In conclusione è bene ritornare a prendere il filo della riflessione antropologica e pedagogica, e a riferirci alla relazione tra le generazioni.
Per i giovani, anzitutto, lavorare è un bisogno, e un desiderio.
Lavorare è un bisogno per molti ragazzi e molte ragazze che vivono nella fatica delle famiglie, nella necessità delle condizioni precarie del presente. Un bisogno da soddisfare per poter tenere un poco aperto un qualsiasi futuro. Sono i ragazzi e le ragazze delle regioni della disoccupazione; e anche quelli di un mondo della povertà lontano che si è fatto così vicino. Lavorare è un bisogno che si fa sogno, che costa viaggi e adattamenti, che obbliga a durezze e, spesso, ad asservimenti. Lavorare allora stanca la vita e prova l’esistenza. Gli adulti a volte ti offrono i loro racconti di resistenza e di sacrificio (nella speranza di una miglior fortuna per i figli); altre volte – più spesso – sono i protagonisti indifferenti dell’asservimento, del furto di futuro.
Lavorare è un desiderio quando il lavoro c’è, e ci sono capacità coltivate per coglierlo, magari per sceglierlo. E lo si cerca presto, anche mentre si studia, per trovare un poco d’autonomia, e per avere un confronto con la vita reale, con gli adulti. Per capire di sé quel che la scuola non fa capire, quel che non riesce a fare sperimentare. Lavorare è un desiderio che si fa incontro, realtà, conoscenze. Che fa guadagnare denaro (certo), ma anche dignità, impegno, responsabilità; dimostrazione di cavarsela e di essere capaci.
Storie al lavoro diverse, diversi romanzi lavorativi sono quelli che scrivono ragazze e ragazzi coetanei, a volte anche conterranei. Tracciate tra sopravvivenza e coltivazione di sé, e non di rado passando da una dimensione all’altra, anche nel giro di pochi anni. È importante che il lavoro sia un luogo di incontro, che abbiano importanza le persone, che ci si rifletta. È importante, che “sorvegliamo” chi stiamo diventando mentre lavoriamo in quel modo, che guardiamo cosa vien fuori di noi, cosa stiamo coltivando delle nostre capacità, dei nostri affetti, dei nostri valori.
Bisogna che gli adulti parlino con i giovani e le ragazze del lavoro che fanno, delle loro esperienze e dei luoghi del lavoro. Quelli degli adulti e quelli dei giovani, che a volte sono diversi. Per vedere se c’è rispetto, se c’è attenzione; per capire se è per le persone o se le persone le usa come cose, se è luogo di giustizia e cooperazione tra uomini o non lo è. Per capire come si usa l’intelligenza e la capacità: se per cose fatte bene, utili, e per servizi resi con cura alle persone; oppure se solo per vendere, per approfittare, per furbizie piccole o grandi.
Che persona sto diventando lavorando così? Cosa coltivo di me? e delle relazioni con gli altri? con quelli a cui voglio bene? Che convivenza sto costruendo con il mio lavoro? Cosa consegno ai più piccoli? Sono domande importanti, da conservare mentre si dipanano le “storie lavorative”. Anche nei momenti difficili, quando non si può che accettare quel che c’è: per non appiattirsi, per guardare avanti e prepararsi a qualche novità. È col lavoro che si è giusti o si appoggia l’illegalità, è nel lavoro che si rispettano gli altri e si serba in dignità se stessi (la salute, la sicurezza); è col lavoro che si fan vivere famiglie e si crescono figli. È nel lavoro che si vive il gusto di creare o di essere bravi; o che si vive la dedizione, l’offerta della fatica per avere rispetto, libertà, cura dei cari.
Certo oggi il lavoro ti chiede spesso di lottare con altri per superarli; di obbedire soltanto; di non essere mai un po’ certo del futuro; il lavoro è molto spesso tensione e freddezza. Può anche portare, in certe situazioni, a un certo disimpegno morale, nella pressione della produttività, del gregarismo, del bisogno. Diventa, allora, un luogo di resistenza umana e morale.
Un giovane perito agrario calabrese, che lavora con la moglie in una cooperativa che produce frutta e verdura su terreni confiscati alla criminalità organizzata, diceva a un gruppo di giovani sindacalisti e cooperatori del nord scesi a incontrare i loro coetanei del sud: «È più certo il futuro? Forse no: dipende da quanto ci difenderà la comunità nazionale dalle pressioni e dalle minacce che riceviamo; e da quanto sapremo essere bravi sul lavoro per stare sul mercato. Farò carriera e diventerò ricco? Certo no se carriera e ricchezza sono una “cosa mia”. Io e Nunzia, però, avremo una bella storia da raccontare ai nostri figli: fatta di fatica – tanta – e di sogni buoni. Il lavoro non può essere solo un ricatto, o la spinta alla fuga! Deve poter essere coltivazione, e riscatto d’una terra!».
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 1/2010. L’autore è preside della facoltà di Scienze della formazione – Università di Bergamo)

Note
1 S. Tomelleri (a cura), Uomini di cantiere, Unicopli, Milano 2010; E. Zucchetti, La disoccupazione in Italia: letture, percorsi, politiche, Vita e Pensiero, Milano 2005; vedi anche R. Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano, 2008; R. Sennett, La cultura del nuovo capitalismo, Il mulino, Bologna, 2006.
2 R. Iaccarino, “La disoccupazione in Italia: dalle statistiche ai volti”, in Lettera FIM, n. 1, 2006.
3 I.Lizzola,Di generazione in generazione – L’esperienza educativa tra consegna e nuovo inizio, F. Angeli Milano, 2009.
4 Di “mercati del lavoro” differenziati parlano: E. Zucchetti, La disoccupazione in Italia, cit.; E. Reyneri, Sociologia del mercato del lavoro, Il Mulino, Bologna,2005; A. Perulli (a cura di), Il futuro del lavoro, Halley, Matelica, 2007.
5 R. Solow, Il mercato del lavoro come istituzione sociale, Il Mulino, Bologna, 1994, p 61.
6 E. Zucchetti, La disoccupazione in Italia: letture, percorsi, politiche, op cit, p 89.
7 R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Einaudi, Torino 2004.
8 R. Iaccarino, op cit, p 32. Al riguardo Eugenio Zucchetti annota: “La metamorfosi della società del lavoro non può essere letta soltanto come dipendente da fattori indotti (mercato, tecnologia, globalizzazione, etc), e nemmeno come liquefazione e disorganizzazione (e grande disimpegno), quanto piuttosto secondo logiche di ricomposizione sociale”. Cfr E. Zucchetti, La disoccupazione in Italia: letture, percorsi, politiche, op cit, pp 91-92.
9 U. Beck, L’Europa cosmopolita. Società e politica nella seconda modernità, Carocci, Roma 2004; Un mondo a rischio, Einaudi, Torino 2003.

Il lavoro come luogo di incontri intergenerazionali
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR