Il lavoro non è finito: la sintesi dell’Incontro di studi 2014

Il lavoro non è finito. Un’economia per creare lavoro buono e giusto è stato il titolo dell’Incontro nazionale di Studi 2014 celebrato a Cortona.

Le Acli hanno puntato l’obiettivo sul lavoro come centro gravitazionale della loro variegata e molteplice azione sociale. Scegliere il lavoro, quando aumenta la disoccupazione, quando crescono i lavoratori poveri, quando le imprese faticano a rimanere attive, significa porsi al fianco degli italiani e assumere la responsabilità di essere una associazione popolare.

Se nel 2013 con Abitare la storia – come ha illustrato durante l’apertura del convegno Roberto Rossini, responsabile dell’Ufficio studi e ricerche – l’attenzione si focalizzava sul come stare nel nostro tempo e con quale stile vivere da cristiani, cittadini e aclisti, con Il lavoro non è finito si indica una possibile risposta.

Abitare la storia, per le Acli, significa far rivivere la nostra intuizione generativa, rimettendo al centro i lavoratori: significa proseguire nel solco tracciato da una delle tre fedeltà e aprire alla novità di futuro che il presente ci propone.

Le riflessioni hanno avuto due fuochi: uno culturale per offrire un rinnovato senso del lavoro, perché esso possa essere motore per la vita sociale, perché possa essere il reale volano per lo sviluppo in un sistema economico equo e sostenibile, perché nel lavoro si trovino i processi capaci di riconciliare economia e società; uno socio-politico per offrire uno sguardo sulla realtà della ricchezza e delle risorse delle nostre comunità territoriali, per segnalare alcune vie concrete che possano portare a un lavoro nuovo, che risponda ai parametri della dignità e della giustizia.

Immersi in un nuovo scenario

Il senso e la presenza del lavoro nella società

Le opportunità per un nuovo modello fondato sul lavoro e per il lavoro

Le risorse territoriali

Immersi in un nuovo scenario

Il primo criterio di analisi è comprendere lo stretto legame tra economia e lavoro, la qualità del lavoro è infatti strettamente connessa alle logiche e alle forze che governano le politiche economiche.

Siamo dentro un cambiamento epocale, illustra l’economista Enzo Rullani. Non è possibile illudersi di mantenere il modello socio-economico del passato, mentre è fondamentale cercare alleanze per aprire un ciclo nuovo. Il nostro tempo ci chiede di immaginare e iniziare ad adottare una nuova organizzazione lavorativa e sociale. Il mondo sta vivendo un nuovo sviluppo, che non può essere affrontato per inerzia. Abbiamo la necessità di assumere una nuova prospettiva. Oggi l’equilibrio sociale sul quale le società democratiche occidentali si sono rette dal dopoguerra a oggi non funziona più, perché si è rotto lo stretto legame tra industria fordista e dimensione nazionale. Dall’avvento della globalizzazione in poi due pressioni hanno rotto l’equilibrio: l’aumento della produttività, causato dall’innovazione tecnologica, e il lavoro low cost dei paesi emergenti.

Ci sono due conseguenze nell’attuale scenario: la prima è a livello globale, dato che diminuiscono le distanze tra le ricchezze degli Stati, ma crescono le disuguaglianze all’interno dei singoli Stati stessi. Se non si introducono misure per limitare la speculazione finanziaria non si arginerà la disuguaglianza. Una tale situazione favorisce i soggetti più forti, mentre indebolisce gli altri: come ha osservato Thomas Picketty mentre si professa il credo nell’equilibrio di mercato, viviamo la secessione delle élites, perché esse – dentro un sistema finanziario e fuori dal sistema produttivo – sono in grado di autodeterminarsi i compensi.

La seconda conseguenza incide sul livello locale e la possiamo verificare con facilità sul territorio italiano: la frattura dell’equilibrio tra fordismo e welfare implica diverse questioni sociali: dalla disoccupazione alla precarietà, dal lavoro nero alle false partite Iva. Senza la garanzia di una protezione nel lavoro si creano discriminazioni sociali tra i cittadini.

Dobbiamo affrontare una guerra del lavoro al livello planetario e locale. Il primo compito è superare una certa interpretazione dell’ipotesi competitiva.

Cum petere ricorda Walter Passerini in latino significa tendere insieme scegliere un obiettivo comune, e andargli incontro come protagonisti differenti. Oggi è possibile creare lavoro, quando si supera l’automatismo liberista e la logica assistenzialista per avviare azioni comuni, mettendo attorno al tavolo i tutti i soggetti, valorizzando la dimensione cooperativa. Per uno sviluppo equo e sostenibile abbiamo bisogno di un’economia che coinvolga i territori e i soggetti, non solo il mero profitto. Ecco dunque la necessità di promuovere un nuovo modello. L’ideologia dell’austerity – professata dall’Unione Europea e sostenuta dalla Germania – è debole ed inefficace, è un’azione tutta in difesa.

La crisi economica e quella occupazionale che viviamo sulla nostra pelle ci ribadiscono invece l’importanza strategica della politica.

Federico Rampini offre una lettura della realtà affrontando la distanza della reazione tra Stati Uniti e Unione Europea. Di fronte alla crisi la reazione degli Usa con Barack Obama è stata di investimenti pubblici anti-recessione senza porsi il problema di superare (perfino) il 12% di rapporto tre debito pubblico e Pil, allo stesso tempo la Federal Reserve taglia i tassi del dollaro e stampa moneta per acquistare titoli di Stato. L’espansione di moneta è finalizzata all’introduzione di liquidità nell’economia reale senza fermarsi alle banche. Però nonostante la ripresa, i redditi delle famiglie non sono superiori a quelli del 2007. L’esperienza degli Stati Uniti ci insegna che è possibile la una ripresa dell’economia. Ma che essa dev’essere attenta alla dimensione sociale, altrimenti non si contrasta l’aumento delle disuguaglianze, perché aumenta la produttività ma i salari reali restano immobili.

Il senso e la presenza del lavoro nella società

La soggettività del lavoro oggi fatica a ritagliarsi uno spazio sociale visibile e riconosciuto. Per comprendere questa difficoltà il primo passo è ricostruire la storia recente delle forze sociali che hanno contribuito ad accrescere la soggettività politica dei lavoratori nel Novecento.

Lo storico Fabrizio Loreto ha descritto la parabola del movimento sindacale negli ultimi decenni: la crescita dalla metà degli anni Sessanta che ha portato un inedito movimento di lotta a radicare le forze sindacali nel paese. Si tratta di una fase che ha ottenuto i risultati come il riconoscimento delle assemblee nei luoghi di lavoro o i delegati dei lavoratori.

Poi, dai primi anni Settanta, si inizia a scindere il legame con i partiti e il sindacato diventa un soggetto politico che avanza sue proposte di legge. In quel periodo si verifica una crisi di sistema produttivo, nella quale i singoli Stati non governano più l’economia. Si manifestano simultaneamente tre condizioni: si riduce il reddito da lavoro, aumenta la disoccupazione e il numero degli operatori nel terziario supera quelli del secondario. Si apre la fase di declino della società industriale, che non significa la fine delle fabbriche, ma lo spostamento del baricentro del sistema produttivo del sistema.

Negli anni Ottanta il sindacato subisce il contraccolpo: in Italia la sconfitta nel referendum sulla scala mobile e il superamento della quota di iscritti pensionati su quella dei lavoratori sono due eventi che simboleggiano la contrazione del ruolo e della rappresentatività del sindacato. Cambiano le prospettive del movimento sindacale, che passa da un paradigma che contemplava la “lotta di classe” a un paradigma che s’indirizza verso la centralità della persona umana.

Negli anni Novanta le tre confederazioni contribuiscono alla riforma delle pensioni  e iniziano un periodo di concertazione che termina con la fase del potere berlusconiano. Oggi per riconfigurare lo spazio sociale perduto, conclude Loreto, ai sindacati rimangono aperte le sfide che passano dall’unità e dalla rappresentatività di tutti i lavoratori, alla democrazia economica e al conflitto tra tutele universali e riconoscimento della meritocrazia.

Un secondo tassello da approfondire è la comprensione del senso del lavoro, riflessione che conduce il filosofo Silvano Petrosino. Il primo passo è distinguere il lavoro dalla professione. Il lavoro è l’azione che porta a compimento la creazione, che dunque eccede la professione. Abbiamo il dovere di proporre l’idea biblica di coltivare e custodire. Senza promuovere questa dimensione formeremo esclusivamente generazioni di depressi.

Il secondo passo è qualificare il capitalismo che viviamo. Attualmente viviamo un capitalismo consumista, siamo voracissimi consumatori e i nostri stili di vita sono ormai trasversali tra ricchi e poveri; rincorrere la tecnologia è diventata una religione, un’idolatria. Per il sistema l’importante non è che i nostri giovani lavorino, ma che consumino, avvisa Petrosino. Ma il consumo è distruttivo: incide sulla qualità della vita presente e sulla proiezione del proprio futuro. La capacità di progettare è resa sterile dall’imperativo del godere oggi. Il lavoro, invece è creativo e offre alla persona l’opportunità di compiersi. Magari anche domani,

Nel lavoro le persone rimangono agganciate alla realtà e unite tra loro, dato che il lavoro è gioia, è fatica, è generazione, è conflitto e cooperazione, afferma l’economista Luigino Bruni. Il lavoro – afferma – chiede di essere raccontato a partire dalla concretezza del reale evitando il cinismo, che soffoca il cambiamento, e il romanticismo, che si perde nella nostalgia del passato. Serve un nuovo racconto del lavoro per riprendere un codice comunicativo e progettuale. Occorre iniziare a circoscrivere l’ambito: il lavoro serve per vivere, c’è un lavoro pagato e uno donato. Il secondo rivela la dimensione della libertà e dell’entusiasmo creativo in esso contenute. Il lavoro è anche noia e fatica oltre che impegno e passione.

Ci sono due pericoli che un approccio economicistico comporta: la tentazione di vendere il tempo, che rende schiave le persone, da affrontare attraverso la valorizzazione della festa; la concentrazione dell’eccellenza dentro la professionalità, che sterilizza il valore della persona, da affrontare attraverso un’attenzione alla cura dell’altro e alla comunità.

Le opportunità per un nuovo modello fondato sul lavoro e per il lavoro

Per il futuro servirà un lavoro generativo che partecipi all’innovazione e assuma i rischi.

L’economista Enzo Rullani indica tre opportunità per impostare un nuovo modello lavorativo. Innanzitutto servono imprese che sappiano innovare attraverso il coinvolgimento di tutti e anche con la condivisione dei rischi; in secondo luogo è necessaria una revisione della dimensione organizzativa perché si possa condividere l’occupazione, ridurre gli orari di lavoro perché tutti possano lavorare e partecipare alla vita sociale; in terzo luogo è importante una cura della professionalità, attraverso un’attenzione alla formazione dei lavoratori e alla creazione di partnership cooperative. Dentro questo modello va contemplata una personalizzazione del lavoro perché nei rapporti che si instaurano saranno diversi e creeranno relazioni industriali differenti tra azienda e ciascun dipendente.

Il giuslavorista Michele Faioli offre un inquadramento legislativo aperto a un nuovo modello di lavoro. Perché l’economia crea lavoro, ma il problema è capire che tipo di economia e quale lavoro essa crea. Assistiamo alla formazione di ecosistemi industriali che costituiscono una geografia economica diversa da quella statale. Per Faioli il diritto del lavoro non si riduce ad una questione tecnica, perché essa è un fatto sociale inserito in una visione strategica. Quindi il diritto è sempre da rivedere, perché deve mutare mutando con le trasformazioni sociali ed economiche in atto.

La riflessione di Faioli ruota attorno a tre ambiti: le buone prassi per rispondere alla crisi; la proposta di uno schema unico a livello europeo per arginare la disoccupazione (risposta vera alla solidarietà e alla gestione della crisi globale); la rivisitazione dell’assistenza (per introdurre ammortizzatori che siano capaci di sostenere i cittadini nell’alternanza lavoro e non lavoro). Faioli illustra i dati di una ricerca europea su alcune best pratice: le imprese piccole e grandi che creano occupazione sono quelle che adottano metodi e pratiche di coinvolgimento dei lavoratori, che hanno reso le retribuzioni più vicine alle responsabilità individuali, che hanno investito in alta formazione e che hanno puntato su bisogni specifici dei mercati dove sono presenti. Questi esempi si pongono contro la logica della frantumazione come esito della precarietà e suggeriscono una forte coesione tra lavoratore e impresa.

Per sostenere un nuovo modello di lavoro appare interessante ragionare sul contratto di secondo livello e aprire all’esperienza lavorativa per i giovani anche durante i periodi di istruzione e formazione.

Le risorse territoriali

Dentro un contesto confuso, che presenta drammatici nodi critici così come prospettive di futuro, è possibile iniziare a trovare un centro di gravità ripartendo dal territorio e dalle comunità locali, perché è lì che vivono gli uomini e le donne che lavorano. Con il racconto di alcune buone pratiche di rete che combinino i tanti soggetti (enti locali, aziende, agenti formativi, Università e sindacati) si possono segnalare alcune vie d’uscita:

Ampliare le competenze (Paola Stuparich, direttrice Enaip): significa promuovere iniziative di formazione continua che rinnovino le abilità dei singoli lavoratori affinché siano spendibili in un mercato aperto  Serve un’alta formazione anche nell’apprendistato, che porti i lavoratori ad assolvere i loro compiti e che apra le imprese all’accoglienza di innovazione, originata dall’esperienza operativa. Uno dei nodi strategici è la creazione di alleanze nei territori con enti locali e con imprese.

Cogliere un’emergente organizzazione lavorativa (Ivana Pais, Università Cattolica di Milano): ci sono nuove forme di lavoro, imprese sperimentali che introducono modelli di relazione dove vicino allo scambio e alla redistribuzione prendono posto la reciprocità, la condivisione  la collaborazione. Alcuni esempi sono il co-working (spazi di condivisione nei quali, oltre a lavorare, ci si incontra e ci si confronta su idee, relazioni, competenze) e crowd funding (modalità di finanziamento di progetti dal basso) dove si realizzano nuove forme di collaborazione.

Scegliere la qualità del lavoro per la qualità del prodotto (Lara Ponti, imprenditrice): coniugare la responsabilità sociale alla produttività è un volano per le imprese. Un’impresa sana richiede trasparenza nelle relazioni e attenzione alla conciliazione vita lavoro. Questo è incentivo a migliorare la qualità del prodotto, perché coinvolge i dipendenti e li rende protagonisti.

Promuovere un contratto a tutele crescenti (Franca Porto, sindacalista Cisl): serve un’impostazione che difenda i lavoratori più che un posto di lavoro. Tutelare il lavoro significa riconoscere la dignità di ogni tipo di lavoro a partire dall’offerta di una relativa stabilità per i livelli meno qualificati. Però è utile affiancare due operazioni: superare la frammentazione degli interventi sul lavoro attraverso la costituzione di un’agenzia nazionale che coordini le iniziative di livello regionale e introdurre un sistema di ammortizzatori sociali che riguardi un reddito minimo di cittadinanza e che comprenda chi è in cerca di occupazione.

A conclusione dell’Incontro nazionale di Studi Gianni Bottalico, Presidente nazionale delle Acli, propone alcuni punti di impegno per arginare la progressiva mancanza di lavoro nella nostra società:

la riduzione della pressione fiscale;

la riforma dell’apprendistato per potenziare percorsi di riqualificazione, per garantire ammortizzatori sociali efficaci a sostegno dei redditi e la formazione permanente;

la costituzione di un’Agenzia nazionale per il lavoro che coordini le attività dei servizi per l’impiego, la realizzazione del contratto a tutele progressive per i giovani.

Tutte le iniziative – ha completato Bottalico – saranno efficaci se contemporaneamente si potrà realizzare un piano di scelte strategiche capace di investimenti per il Paese, gettandoci alle spalle la politica di austerity che l’Unione europea ha promosso in questi ultimi anni.

Il lavoro non è finito: la sintesi dell’Incontro di studi 2014
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR