Il manifesto del nuovo realismo

Stiamo davvero uscendo anche dal postmoderno?
Con il suo Manifesto del nuovo realismo (Laterza, Roma-Bari 2012, pagg. 113, euro 15) il noto filosofo Maurizio Ferraris viene a dirci che cosa si perde e che cosa si guadagna facendo ritorno al reale.
Ferraris riesce a scrivere su temi apparentemente ostici e inaccostabili con assoluta discorsività giornalistica facendo digerire pietanze dai gusti più esotici e piccanti anche ai lettori più “digiuni”. Lo ha già dimostrato con testi come Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani 2005), o con il recentissimo L’anima e l’iPad (Guanda 2011).

Nel suo ultimo volume Ferraris, con quattro abili mosse sulla scacchiera della filosofia contemporanea, intende convincere il lettore del perché convenga prendere le distanze dall’infinito e sterile gioco dell’ermeneutica e dalle sue illusioni.Con la prima mossa mostra come l’attacco del postmoderno alla realtà – si pensi alle “grandi narrazioni” con cui Lyotard più di trenta anni fa (1979) ha liquidato le vecchie ideologie della modernità (Illuminismo, Idealismo, Marxismo) – possa essere letto come riduzione del realismo a “realitysmo”, neologismo indovinatissimo con cui si delegittima con un solo colpo anche il populismo mediatico degli ultimi decenni.È impossibile, infatti, negare la mediatizzazione del reale e persino dell’immaginario, cioè dello stesso nostro desiderio di una realtà diversa e alternativa i cui effetti sono stati quelli di far diventare tutto ugualmente finzione, favola, illusione. Con l’uscita dal postmoderno, invece, l’appello alla realtà non suonerebbe più come un’imbarazzante ingenuità filosofica né come uno squallido conservatorismo politico, poiché la realtà resta comunque un baluardo contro ogni fuga. Con la seconda mossa Ferraris si libera abilmente anche dalla fallacia dell’essere-sapere, ossia della confusione dell’uno con l’altro, argomentando come quello che esiste nella realtà fuori di noi (ontologia) non può essere determinato unicamente da quello che noi stessi ne sappiamo (epistemologia). È vero che gli schemi concettuali ci aiutano a “costruire” la realtà, ma non per questo siamo legittimati a concludere, come fa il costruttivismo assoluto, che il fuoco brucia e l’acqua è bagnata solo a causa di quelli. Per convincersi che le cose non stanno così basterebbe mettere la mano sul fuoco, scottarsi, ed essere costretti a ritirarla ben prima di fare i conti con quei benedetti schemi concettuali. Insomma, tornare alla realtà, insiste Ferraris, significa smetterla di credere che non esistano fatti ma solo interpretazioni, riconoscendo finalmente che il mondo reale resta quello che è, nella sua durezza, a prescindere da ciò che sappiamo o ignoriamo di esso.Con la terza mossa − la ricostruzione − veniamo poi messi  in guardia da un possibile equivoco: il realismo non è infatti la riesumazione del positivismo ma è solo il primo passo sulla strada della critica sia in senso kantiano (giudicare che cosa è reale e che cosa non lo è), sia in senso marxiano (trasformare ciò che non è giusto).Mantenere fede nella validità della critica e dell’emancipazione significa tenere viva la distanza tra realtà e natura, tra oggetti sociali e oggetti naturali, evitando che la costruzione sociale del reale si trasformi nell’azzeramento stesso dell’emancipazione che “lascia tutto come prima” (p. 70). È questa inoltre la ragione per cui nella decostruzione bisognerà procedere “caso per caso” (p. 71) e cosi facendo Ferraris viene a caratterizzare il suo Manifesto come “realismo della ricostruzione” (p. 85).Si avvia poi verso la quarta e ultima mossa: emancipazione. Se ora si spinge sostenendo che “l’addio alla realtà e alla verità non è un evento indolore” (p. 94), la ragione è evidente: non esisterebbe più alcun criterio per distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Né varrebbe più appellarsi al primato della solidarietà (di un popolo, di una Nazione, di una comunità) contro l’oggettività dei fatti, poiché questo è già avvenuto durante il regime nazista dimostrando che tra la fabbrica della solidarietà e la fabbrica del consenso non vi è distinzione alcuna, dal momento che Hitler incarnava in sé sia il Popolo tedesco che la Verità.Il Manifesto di Ferraris propone, in conclusione, di ripartire dai “padri filosofici del postmoderno” − Lyotard, Derrida, Focault – che sono stati gli ispiratori di un movimento che si è evoluto in paradossalmente termini conservatori e anti-illuministi ma, allo stesso tempo, avrebbero costantemente riproposto l’istanza emancipativa dell’Illuminismo, nel tentativo di sopravanzarlo, non certo per ricondurci indietro verso un anacronistico oscurantismo.

Il manifesto del nuovo realismo
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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