Il nuovo mondo di papa Francesco

Prosegue la riflessione di accompagnamento per l’incontro nazionale di spiritualità del 6-8 novembre 2015 a Camaldoli sul tema “Lo scandalo delle disuguaglienze e le esigenze della giustizia“.  

Il nuovo mondo di papa Francesco

Il nuovo mondo di papa Francesco in realtà non è affatto nuovo: è il mondo di cui parla il Vangelo e che da 2000 anni viene annunciato presso tutti i popoli. Difficile dire che il messaggio di papa Francesco innovi in maniera sostanziale rispetto a quanto Gesù ha proclamato e da sempre la Chiesa ribadisce: perché allora esso risuona con tanta novità?

Certamente è nuovo il tono, lo stile. Quello di papa Francesco è uno stile diretto, immediato, che sa parlare al cuore delle persone anche più semplici. Non è mai banale, ma al tempo stesso non concede nulla alla retorica. Bisogna riconoscere che, a volte, il linguaggio di certi rappresentanti della Chiesa cattolica suona altisonante, cattedratico; discorsi in sé corretti ma che appaiono lontani dai veri problemi della gente. Nulla di simile in papa Francesco: il suo parlare va dritto al cuore delle cose, interpellando senza sconti e senza fronzoli i nodi centrali del vivere.

Ma non è solo una questione di linguaggio. Papa Francesco parla alla gente perché sa stare in mezzo alla gente, come uno tra i molti. E’ continuo il suo richiamo affinché i pastori abbiano “l’odore delle pecore”, sappiano cioè camminare al passo con le persone senza mantenersi lontani e distaccati, quasi in una torre d’avorio per proteggersi dalle contaminazioni. “Meglio una Chiesa ammaccata che una Chiesa arroccata”: quando la comunità cristiana “esce” per incontrare le periferie – non solo urbane, ma anzitutto antropologiche – corre il pericolo di inciampare, di sporcarsi, ma questo è un rischio assai meno grave rispetto al chiudersi a riccio nelle proprie idee, tradizioni e abitudini.

Ma “uscire verso le periferie” significa incontrare i poveri, gli emarginati, i sofferenti. E’ qui che si radica l’opzione preferenziale per i poveri. Con insistenza papa Francesco ci sta insegnando che il cristiano, che la Chiesa non può limitarsi a “operare per” i poveri: questo è il paternalismo di chi, per condiscendenza, dà qualcosa del proprio superfluo a chi ha poco o niente. L’episodio dell’obolo della vedova è tra quelli che meglio fotografano tale dinamica. Dei ricchi versano parecchi denari nel tesoro del tempio, mentre la vedova fa cadere dalle proprie mani solo qualche spicciolo: cosa quasi trascurabile per la contabilità del tempio, ma eccezionale agli occhi di Dio. Gli altri infatti hanno dato del loro superfluo, lei quanto aveva per vivere.

L’opzione preferenziale per i poveri va esattamente in questa direzione. Non va compresa come categoria sociologica, ma anzitutto teologica: il povero è colui al quale per primo è annunciata la buona novella del regno. Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso si fece povero (cfr. 2 Cor 8,9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri (Evangelii Gaudium, n. 197). Non bastano le pur pregevoli azioni di tante istituzioni caritative; occorre qualcosa di più radicale, occorre che la Chiesa riscopra ogni giorno, anche a costo di lottare con le proprie incrostazioni, l’importanza del proprio essere povera. In caso contrario, sarà il Vangelo a essere diventato incomprensibile.

“Ma tutto ciò è anacronistico, irrealizzabile”, dirà qualcuno. Il mondo va in una direzione ben diversa, va nella direzione dell’accumulo e della sopraffazione reciproca, dirà qualcun altro. E appunto questo è l’ammonimento che percorre le pagine della recente enciclica Laudato si’: la “globalizzazione dell’indifferenza”, cui si intreccia il predominio della finanza e delle logiche spregiudicate del mercato, sta causando danni forse irreparabili nei rapporti umani così come nella progressiva distruzione del creato. Occorre una logica nuova e con essa modelli di sviluppo compatibili con la dignità della persona (di ogni persona, non solo dei benestanti) e la salvaguardia del creato. E’ la responsabilità che il presente storico ci consegna. Accogliere tale responsabilità è il compito di ciascuno di noi.

*Paolo Colombo è il responsabile per la Vita cristiana delle Acli Lombardia

Approfondimenti precedenti:

La chiesa come comunità di condivisione – padre Elio Dalla Zuanna

La misericordia come principio di uguaglianza – Marco Bonarini
 

Il nuovo mondo di papa Francesco
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