Il Pil, i suoi limiti e l’Isu

Nel numero 9-10 della rivista Aggiornamenti Sociali, Fabrizio Panebianco ripercorre la storia del Pil (Prodotto interno lordo) analizzandone i limiti e ricordando alcuni indici alternativi che sono stati ideati per indicare il benessere di una collettività.
Il padre del Pil fu Simon Kuznets (1901-1985), economista americano di origine bielorussa, che visse la Grande Depressione degli anni ’30 e sentiva fortemente l’esigenza di un indicatore che descrivesse in maniera sintetica lo stato di salute di un’economia. Un indicatore numerico semplice e di immediata lettura, che crescesse in momenti floridi e diminuisse in momenti di difficoltà economica e che potesse, quindi, funzionare da segnale d’allarme per aiutare a evitare crisi come quella che il mondo aveva attraversato in quegli anni. Per questo nel 1937 formulò il concetto di Pil, come misura sintetica del valore di tutto quanto è stato prodotto in un determinato Paese in un anno.

Nonostante la velocissima diffusione del Pil come indicatore economico sintetico, le sue lacune risultarono immediatamente evidenti:

Non tiene conto della distribuzione di quanto prodotto, ma solo del valore aggregato, e quindi tende ad escludere la considerazione dell’evoluzione delle disuguaglianze nella valutazione delle politiche economiche.
Considera solo il valore delle merci e dei servizi che passano tramite il mercato, escludendo, per esempio, tutto il lavoro domestico e gli scambi che non passano tramite i canali ufficiali. Per fare un esempio semplice ma efficace: una persona che pulisce la propria casa “non fa Pil”, mentre se assume qualcuno per farlo (a condizione che non lo paghi in nero) contribuisce all’aumento del Pil.
Misura il valore della produzione e dei redditi distribuiti in un certo anno, ma non contiene alcuna informazione sullo stock di ricchezza accumulata da un Paese, il che ne limita le potenzialità di strumento di misura del benessere delle persone.
Non considera quelle che vengono chiamate esternalità negative: ad esempio la produzione di beni e servizi comporta effetti sull’ambiente come l’inquinamento, che rappresentano per la collettività  un danno o una diminuzione del benessere, senza che vi sia modo di tradurli in alcuna contropartita monetaria rilevabile a livello di Pil.

Il principale difetto del Pil è chiaramente quello di essere uno strumento puramente quantitativo, che condensa in un’unica metrica, quella monetaria, tutte le grandezze relative alla produzione di beni e servizi. Quando si è ideato un’alternativa al Pil, si è cercato di costruire un indicatore che raccogliesse informazioni su varie dimensioni, non necessariamente riconducibili a una misurazione monetaria.
Uno dei tentativi più riusciti in questo senso è l’Indice di sviluppo umano (Isu), proposto negli anni ’90 dagli economisti Mahbub Ul Haq e Amartya Sen e adottato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.
L’indice risulta dalla media della misura della performance di ciascun Paese in tre dimensioni fondamentali dello sviluppo umano:

salute, misurata con la speranza di vita alla nascita;
accesso alla conoscenza, misurato dagli anni di istruzione;
livello decoroso di vita, misurato dal Pil pro capite.
Si tratta di variabili oggettive che misurano la disponibilità di quanto è necessario per condurre una vita libera dai condizionamenti imposti da malattie, povertà, guerre o ignoranza.
Ci sono forti legami di causalità tra la disponibilità di reddito e gli indicatori di salute ed istruzione, cosicché generalmente l’Isu risulta fortemente correlato al Pil: ad esempio l’Italia nel 2011 risulta al 25° posto della graduatoria del Pil pro capite e al 24° posto sulla base dell’Isu. Ciononostante il ribaltamento di prospettiva che l’Isu fornisce è evidente. L’elemento di maggior rilievo risiede nel fatto che l’Isu è uno dei pochi indicatori alternativi al Pil ad essere stato adottato in consessi internazionali.

Dal numero 36 di Segn@libro, la newsletter della Biblioteca/Archivio storico delle Acli

Il Pil, i suoi limiti e l’Isu
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