Il presidente nazionale Bottalico: l’8 marzo misura il grado di civiltà

«C’è ancora bisogno della festa donna? Non credo di essere l’unico ad essersi posto questa domanda. Purtroppo, però, non posso che rispondere in modo affermativo: c’è ancora bisogno di 8 marzo, di un riconoscimento all’impegno e alla tenacia che ogni giorno le donne mettono in ogni cosa che fanno, nel lavoro, nella famiglia, nella vita pubblica». Lo afferma Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli, nella giornata dedicata a tutte le donne.

«Pari diritti e pari opportunità tra uomini e donne – prosegue Bottalico – non sono ancora la normalità, nemmeno nel nostro Paese. Anche in Italia le donne continuano ad essere vittime di discriminazioni e violenze e, nonostante abbiano ottenuto il riconoscimento formale dei diritti politici (proprio quest’anno ricorre il settantennale del diritto al voto), ancora faticano ad entrare in misura consistente nelle istituzioni politiche rappresentative e nei processi decisionali. Guadagnano meno dei loro colleghi uomini, hanno maggiori difficoltà a trovare un’occupazione e la pesante crisi economica che stiamo attraversando, con i conseguenti tagli al welfare, pesa soprattutto sulle loro spalle.

Dobbiamo allora stare attenti a che la ricorrenza dell’8 marzo non diventi un consuetudine che ogni anno celebriamo in modo routinario senza interrogarci sulla reale condizione delle nostre madri, figlie e compagne. Piuttosto tale data deve rappresentare per tutti noi un momento di memoria e di riflessione sulla misura del nostro grado di civiltà; una data che ci richiama, tutti, all’impegno e alla responsabilità.

Dobbiamo continuare ad essere consapevoli che il “sessismo” è un fenomeno ancora troppo diffuso e trasversale ai ceti sociali, alle nazionalità e alle appartenenze religiose. Se è vero – conclude Bottalico – allora che le donne devono essere celebrate, l’augurio che faccio a tutte le donne è che vengano festeggiate perché libere di scegliere, di esprimersi, di lavorare, di studiare, di essere se stesse e soprattutto di essere diverse».

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Fonte UNHCR
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