Il saluto delle Acli a Camillo Monti

Nella notte tra il 27 e il 28 marzo 2014 ci ha lasciato Camillo Monti. Il ricordo di Giovanni Bianchi.

Le Acli, con grande gratitudine e affetto, si sentono vicine a familiari e amici.

La sua esperienza aclista iniziò a Como, dove è stato dirigente provinciale, e poi è proseguita nell’ambito della presidenza delle Acli della Lombardia.

Giovanni Bianchi appena eletto presidente (1987-1994) lo chiamò in sede nazionale dove entrò in presidenza nazionale ricoprendo incarichi nell’ambito dell’organizzazione e dell’amministrazione.
In questa fase ha seguito il processo di organizzazione territoriale dei Caf e la costituzione della Fap.

Sotto la presidenza Passuello (1994-1998) ha ricoperto il ruolo di vicepresidente del Patronato, di cui ha seguito il riassetto organizzativo alla luce della riforma dei Patronati, e di responsabile dell’Intenzionale dove ha accompagnato la fase nascente della costituzione della Fai.

Sotto la presidenza Bobba (1998-2006) ha ricoperto il ruolo di presidente del Patronato Acli e di vicepresidente nazionale assumendo anche al responsabilità del dipartimento lavoro che ha mantenuto anche sotto la presidenza Olivero (fino al 2007).

Successivamente, in rappresentanza delle Acli, ha assunto il ruolo di consigliere del Cnel fino a scadenza del suo mandato.

Così lo ricorda Giovanni Bianchi:

Alla domanda di tua moglie Anna su che cosa meglio ricordavi delle Acli, le hai risposto: “Le persone”.

«Ciao Camillo. Incomincio con il commiato in un discorso che non avrei voluto fare. Perché da  quando il male si era manifestato ci interrogavamo più volentieri sulla vita.

Infatti ci eravamo insieme lasciati convincere da quello che ci era parso in materia il grande lascito del cardinale Martini: noi pensiamo a vivere, perché a questo siamo abituati. Al passo finale deve pensarci Lui, il Nazareno, a venirci incontro.

Una fede sincera, senza inutili devozioni.

E il discorso tra noi anche adesso continua, perché ha ragione il grande Agostino: “I morti sono esseri invisibili ma non assenti. Ci sono vicini, felici, trasfigurati. In questo misterioso cambiamento non han perduto né la delicatezza del loro cuore né la preferenza del loro amore. I nostri morti sanno pregare e ricordare meglio di noi”.

Quindi dobbiamo parlare di te. Un “classico” dirigente aclista. Il che potrebbe anche significare demodé, ma spero proprio di no. Le tue radici sono in questo territorio comasco che ha visto l’attività frenetica – non solo tra i frontalieri – di Angelo Leoni e di  Giancarlo Pedroncelli: due tra i dirigenti mitici e ruspanti delle Acli della Lombardia.

In scia hai percorso praticamente tutti i gradini dell’organizzazione, oltrepassandoli, fino a rappresentarci nel Cnel come esponente dell’associazionismo, mentre tu – non s’è capito se per scelta o per sorte – ti trovavi bene anche nel ruolo di “vice”. Ti sei sempre infatti occupato della macchina tecnica e organizzativa. Più uomo di programma, di una visione tuttavia di vasto respiro, che di enfatici scenari.

Da quale punto di vista e in che modo però? Non mi ha sorpreso sapere che alla domanda di tua moglie Anna su che cosa meglio ricordavi delle Acli, le hai risposto: “Le persone”.

Ne avevamo parlato. Per entrambi il più grande presidente delle Acli era Livio Labor. E tuttavia su una cosa, insieme, non eravamo d’accordo con Livio: sulla pungente ironia nei confronti di quelli che lui definiva “cristian bar”, i circoli con mescita e licenza per gli alcolici sul territorio. La gente, lo stare insieme, il perder tempo insieme tra amici – quel che nell’Italia centrale chiamano l’andare a veglia – era per noi costitutivo dell’esperienza aclista.

Per questo, pur criticandola in qualche passaggio, ci davamo da fare con la dottrina sociale della Chiesa: per la sua ostinazione a ricordare che il lavoro è per l’uomo, e non viceversa, e che la persona viene prima dell’organizzazione.

Sei stato presidente – questa volta non vice – dei più impegnativi Servizi dell’associazione, con indiscutibile competenza tecnica. Con Franco, Mimmo, Gigi, Tarcisio, Arturo e Giovanni Tiraboschi hai progettato, ristrutturato, monitorato il Patronato, l’Enaip, il Caf. Eppure eravamo convinti che senza il perder tempo nei circoli le Acli avrebbero corso il rischio di trasformarsi nella più grande ed etica associazione di gabellieri cristiani.

Ecco il tuo segreto: il primato praticato, e perfino dissimulato, della persona. Lì nascono il tuo modo di essere aclista e il magistero tranquillo del grande dirigente. La persona non è ideologia. La persona è carnale, con tutto quel che di positivo la carne significa. Non era stato il nostro primo assistente ecclesiastico nazionale, monsignor Luigi Civardi, a insegnarci che le Acli degli inizi avevano trovato la via per arrivare al cuore della gente passando per lo stomaco? E pensava Civardi ai pacchi della pasta e dello zucchero della Pontificia Opera di Assistenza e alle coperte Unrra distribuite nei circoli nell’immediato dopoguerra.

Quando le riunioni informali della presidenza e dintorni avevano luogo nell’appartamento romano tu ti occupavi anzitutto di preparare la cena. Io avevo teorizzato in un libro ispiratomi da Marie-Dominique Chenu che le Acli stavano “dalla parte di Marta, di quelli che si affaccendano”, dialettizzando più volte simpaticamente con Martini, che ovviamente sosteneva le parti di Maria. Tu ne mettevi in pratica lo stile conviviale e fraterno.

Grande esperto di tecniche e di bilanci, sapevi che la competizione non spiega le Acli quando prescinde di fatto dal primato della persona, e imbocca sentieri interrotti e vicoli ciechi.

Abbiamo rimediato insieme anche qualche sconfitta. Ricordo un combattuto consiglio delle Acli  lombarde ad Iseo, a metà degli anni Ottanta, nel quale avevo proposto la tua candidatura come presidente regionale. Quando ti feci presente le difficoltà che stavano dirottando il mio proposito, mi rispondesti più tranquillo di me: “Vai avanti. Sono a disposizione”.

Sei stato appassionato della solidarietà e in particolare della sua faccia più nascosta e difficile: le “solidarietà corte”, verso quelli vicini, le solidarietà meno praticate perché più apparentemente scontate. Non so se andavi su Facebook per difendere la sacrosanta sopravvivenza delle balene messa a rischio dalla voracità dei giapponesi, certamente ti prendevi cura di quelli che ti stavano intorno.

Sei un grande aclista perché ti occupavi più di tutti dei gruppi dirigenti, che non crescono a cielo aperto. Un’arte malauguratamente negletta dalla politica corrente. Ti sei interessato  della loro formazione e delle sedi. Insieme abbiamo promosso in Lombardia, e dove possibile su scala nazionale, una politica di acquisizione delle sedi acliste. Perché il prender casa anche per le Acli e le associazioni in generale costituisce elemento di identità e anche di interlocuzione con un apparato finanziario che predilige come garanzia le pietre al sole.

Ho detto abbiamo promosso: nel senso che insieme abbiamo avuto l’intuizione, e tu l’hai realizzata.

È stata questa cura delle persone e dell’ambiente e delle cose che stanno intorno alle persone che ha consentito alle Acli di scendere in quanto tali nel campo aperto dei referendum, e anche di complicate missioni di pace internazionali, soprattutto in quella che è diventata la ex Jugoslavia. E non a caso uno degli ultimi incontri in ospedale è stato quello con don Renzo Scapolo, il prete di “Sprofondo” che ha fornito le stufe d’antan agli assediati di Sarajevo in un inverno che toccava i ventuno sottozero.

Eri felice di quella inattesa rimpatriata tra i letti della clinica e mi hai ripetuto per tutta la serata: “Ma non ti pare un grande dono questo incontro inatteso”? Già, perché avevi capito da tempo che l’impegno è un grande dono che l’altro fa a chi si sente impegnato.

Dunque, uno stile e una “linea” che chiedono di essere meditati e proseguiti.

Caro Camillo, ti ho salutato all’inizio. Per chiudere non formulo neppure speranze. Mi limito a una constatazione: siccome sei fatto così, continueremo a venirti dietro.»

(scarica anche in formato .pdf)

 

Il saluto delle Acli a Camillo Monti
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