Il settimo giorno

292 racconti, 225 partecipanti, 3 premiati e un libro di 33 storie. Sono i numeri di “Il settimo giorno”, il concorso letterario che le Acli bresciane hanno promosso dopo 10 anni dall’ultima gara per scrittori. Come in passato, il tema è sempre il lavoro, ma la prospettiva è cambiata.
“Nel 2003 – racconta Roberto Rossini, presidente delle Acli provinciali – la visione del lavoro era più sognante, più romantica, oggi le condizioni di lavoro sono più drammatiche, nei racconti appare spesso la morte, il suicidio”. Non mancano poi lo sfruttamento, i licenziamenti, il lavoro minorile, i sotterfugi e la corruzione.
La voce è quella di cassiere, impiegati, giovani precari, disoccupati con molto tempo libero per scrivere e riflettere.

È il caso di Giorgio Olivari, arrivato terzo. 49 anni, 2 figli, 20 anni di esperienza come impiegato e 10 come direttore tecnico, Olivari è disoccupato da 6 mesi.
Il suo racconto “Regina” narra la storia di una donna che lavora come cassiera per sostenere la famiglia da quando il marito ha perso il lavoro. L’aspirazione della coppia è superare il momento critico e tornare a una quotidianità fatta di giorni lavorativi e festivi ben scanditi dal calendario. “Quando il marito ritroverà un’occupazione, lei potrà finalmente santificare le feste. Una domenica normale, fatta di piccoli gesti, relazioni e affetti”. Aspetti che la necessità sembra aver spazzato via lasciando al loro posto, almeno nell’autore, la difficoltà “di rispondere ogni giorno agli annunci di lavoro, di lasciare il letto quando suona la sveglia, pur sapendo di non avere alcun impegno in ufficio, di non avere più un ufficio”.
Olivari voleva raccontare una storia di omologazione, di finti sorrisi, di buste della spesa e registratori di cassa. Dalla sua penna esce invece una storia che guarda al futuro con fiducia: la certezza di un altro impiego per il marito di Regina.

La speranza è il filo conduttore anche di un altro racconto, “Il dono”, primo classificato, di Rossella Zanini.
La protagonista, cassiera in un fast-food, trova in bagno un neonato quasi morto soffocato, lo salva, lo protegge, lo cura senza pensare alle difficoltà che potrebbe incontrare con il suo lavoro. Il bambino è un dono che la salva da una vita lontana dai suoi desideri e da un futuro che non può programmare: “vorrei un figlio… ma sembra non sia mai il momento giusto”, pensa la donna.

“In questo come in altre storie – spiega Rossini – manca un qualsiasi progetto di vita legato a un sogno, manca la possibilità di programmare una carriera economica. I protagonisti vivono alla giornata. Quando ero giovane, mia madre mi diceva ‘Studia, ingegnati e un lavoro uscirà’. Oggi non è più possibile. È un aspetto allarmante che con la giuria non pensavamo di trovare”.
Ciò che appare da molti racconti è l’idea della sopravvivenza a qualsiasi costo, della precarietà di vita, la difficoltà a trovare un lavoro adatto alle proprie conoscenze.

Quasi nessun protagonista ha studiato per quello che fa, si è adattato – con più o meno soddisfazione e creatività – a quello che ha trovato.
Lo psicologo diventa comunicatore e gestisce profili inventati sui social network per conto delle aziende. La laureata alla Bocconi in economia con master e tre lingue perfette lavora come badante diurna. L’aspirante avvocato si ritrova impigliato in un sistema piramidale di vendite porta a porta. Un giovane attore scrive elogi funebri per sconosciuti e poi li legge ai funerali.
Il laureato in lettere ha trovato un posto in un call center: ogni sera riporta a casa una parola – “cura”, “tolleranza”, “relazioni” – che lo ha colpito mentre parlava con i clienti e la regala ai figli come un dono prezioso. Per i colleghi invece sono i nominativi e i numeri di telefono che vanno conservati per rivenderli alle aziende e arrotondare lo stipendio.

Nelle storie vita e romanzo si intrecciano. Emergono le città dei precari, delle rinunce, della cassa integrazione, delle spese da ridurre. Sono le stesse storie che l’autore Massimo Calestani, operatore del Patronato Acli, conosce bene. Anche lui ha partecipato al concorso: entrambi i suoi due racconti, “Il consul(ni)ente” e “Se fosse un film” sono stati scelti per il volume “Il settimo giorno” composto da 33 storie. Ma solo il secondo ha ricevuto una menzione speciale.
In “Se fosse un film”, Calestani racconta una normale giornata di lavoro per aiutare le persone che incontra: un operaio che non può andare in pensione con 40 anni di contributi, un disoccupato disperato perché a 57 anni si trova senza lavoro, con moglie e figlia a carico e un mutuo da pagare. Il giovane trentenne mutilato che percepisce 92 euro al mese come assegno di invalidità.

Il patronato, per l’autore, è “un osservatorio privilegiato sul lavoro” che permette, al pari del concorso, di capire come è cambiata la realtà italiana. “In 8 anni che faccio questo lavoro – racconta – sono aumentate le richieste a sostegno del reddito, ma è cambiata anche la psicologia delle persone. In passato si sedevano davanti a noi delle persone che dicevano: ‘ho bisogno di questo sussidio, come faccio ad averlo?’ ora invece le persone non sanno cosa vogliono, si siedono e dicono: ‘ho perso il lavoro, non ho più la cassa integrazione. Come faccio ad andare avanti?’ e dobbiamo indirizzarli alla Caritas o ai servizi sociali. Ogni giorno vedo persone piangere disperate. E sono io che devo spiegare perché non hanno diritto a questo o a quello. È un lavoro emotivamente molto faticoso e complesso ma anche sottovalutato”.
Per Calestani, come per molti altri lavoratori il settimo giorno non esiste: non c’è riposo né giorno festivo. “La domenica non vado in ufficio, ma i miei vicini, gli amici sanno che lavoro faccio e vengono a casa per chiedere come procede la loro pratica. Per me non c’è pausa”.  

Il settimo giorno
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR