Il successo e i limiti del Movimento 5 Stelle

Luca Pinto e Rinaldo Vignati analizzano, nel numero 4 della rivista Il Mulino, il successo del M5S alle recenti elezioni amministrative, indicando alcuni elementi di forza e di debolezza che ne caratterizzeranno le prospettive future.
Innanzitutto, i dati amministrativi evidenziano come il successo del M5S sia ristretto alle sole regioni centro-settentrionali (basti pensare che in Sicilia su 147 comuni al voto, il Movimento è stato in grado di presentare proprie liste solo in tre). Ciò può dipendere da due elementi:

uno riconducibile a caratteri storici del voto, ovvero la maggior incidenza del “voto d’opinione” nelle regioni del Centro Nord e alla maggior incidenza del “voto di scambio” in quelle del Sud;
l’altro di natura “congiunturale” che consiste nel fatto che al Nord il M5S ha potuto avvantaggiarsi del declino leghista.

Fatte queste considerazioni sulle differenze territoriali, quanto può valere il M5S a livello nazionale?
Da un lato appare evidente che l’attuale squilibrio territoriale, connesso a radicati fattori strutturali, non può certo essere superato in tempi rapidi.

Facendo l’esame del recente passato, però, questa debolezza può non essere così decisiva in un’elezione politica nazionale per due motivi:
In un’elezione nazionale sono i messaggi nazionali dei leader a prevalere e questo dovrebbe consentire al M5S di conquistare voti anche laddove la sua penetrazione territoriale è carente. Ciò è accaduto con Forza Italia, specie nei suoi primi anni di vita, che otteneva sistematicamente un diverso rendimento tra elezioni politiche ed elezioni amministrative.
Il probabile “effetto bandwagon”, che consente a una forza politica che si presenta come “vincente” di attrarre personale politico con inedità rapidità. È quello che è successo recentemente con Alleanza Nazionale, dopo il suo “sdoganamento”.

L’altro elemento di debolezza del M5S è che prima delle elezioni politiche ogni partito dovrà indicare il proprio candidato Presidente del Consiglio.
Questo renderebbe evidente da un lato l’ambigua posizione di Grillo (“padre-padrone” del Movimento, ma non candidabile) e, dall’altro, potrebbe rendere palesi le difficoltà a stabilire una linea politica coerente e a definire linee gerarchiche condivise. Il rischio è che l’assenza di procedure consolidate di scelta della leadership faccia emergere conflitti centrifughi, o si risolva in un atto di imperio di Grillo, con la nomina di un suo fiduciario. In ogni caso appare difficile che il Movimento possa individuare una figura dotata di una personalità in grado di competere alla pari con altri leader nazionali e che riesca a garantirsi una sufficiente autonomia da Grillo.
Saranno le stesse modalità con cui il M5S risolverà i propri dilemmi organizzativi a rappresentare la variabile decisiva, che determinerà quanto della sua forza attuale e del suo potenziale di crescita si trasformerà in effettivo consenso alle elezioni politiche.
Dal numero 34 di Segn@libro, la newsletter della Biblioteca/Archivio storico delle Acli

Il successo e i limiti del Movimento 5 Stelle
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