Il Vangelo ai Crocicchi delle Strade, Chiara Lubich e i Focolarini. Papa Francesco a Loppiano

Di Daniele Rocchetti, delegato nazionale alla vita cristiana

 

Chiara Lubich (Trento, 22 gennaio 1920 – Rocca di Papa, 14 marzo 2008)

 

Come sarebbe bello il mondo se…

“La penna non sa quello che dovrà scrivere, il pennello non sa quello che dovrà dipingere e lo scalpello non sa ciò che dovrà scolpire. Quando Dio prende in mano una creatura per far sorgere nella Chiesa qualche sua opera, la persona scelta non sa quello che dovrà fare. È uno strumento. E questo, penso, può essere il caso mio. Fecondità e diffusione sproporzionate a ogni forza o genio umano, croci, croci, ma anche frutti, frutti, abbondantissimi frutti. E gli strumenti di Dio in genere hanno una caratteristica: la piccolezza, la debolezza… Mentre lo strumento si muove nelle mani di Dio, egli lo forma con mille e mille accorgimenti dolorosi e gioiosi. Così lo rende sempre più atto al lavoro che deve svolgere. Finché, acquisita una profonda conoscenza di sé e una certa intuizione di Dio, può dire con competenza: io sono nulla, Dio è tutto. Quando l’avventura iniziò a Trento, io non avevo un programma, non sapevo nulla. L’idea del Movimento era in Dio, il progetto in cielo.

Cosi Chiara Lubich al Congresso Eucaristico di Pescara nel 1977 raccontava il senso dell’avventura del Movimento dei Focolari. Una realtà a cui papa Francesco, nel suo particolare pellegrinaggio sui luoghi dei credenti tutto d’un pezzo del nostro Paese (Barbiana e don Milani, Bozzolo e don Primo Mazzolari, Salento e don Tonino Bello, Nomadelfia e don Zeno Saltini) oggi rende omaggio nel luogo conosciuto in tutto il mondo: Loppiano, sulle colline toscane, vicino a Firenze. 850 abitanti provenienti da 65 nazioni diverse. Un villaggio concretissimo che vuole rendere evidente “come sarebbe il mondo se tutti vivessero il Vangelo e in particolare il comandamento dell’amore scambievole”.

Chiara Lubich e una incredibile speranza

Tutto parte da una donna, Chiara Lubich appunto, che durante la seconda guerra mondiale, in una stagione nella quale gli Stati Europei si dilaniavano intuì l’urgenza di credere nell’unità in un tempo di lacerazione, di sperare – lei diceva “in nome del Gesù in mezzo” – in un cammino di riconciliazione. O si è folli o si è santi. Non si è lontani dalla visione dei fratelli Scholl e dei loro amici della Rosa Bianca che nel quinto volantino scrivono degli Stati Uniti d’Europa o da quella di De Gasperi e di Schumann che sotto le macerie della guerra immaginano un continente unito. La visione di Chiara – che nasce a Trento nel 1920 e muore a Roma nel 2008 – nasce da una fede che non si sottrae dalla storia. Fa i conti con la tragedia della storia ma ha con sé la consapevolezza che l’Evangelo vissuto porta la più potente rivoluzione sociale. Certo: la radice è teologica, è la paternità di Dio, è “Gesù in mezzo”:

Quel “Gesù in mezzo” a noi con gli anni si pose pure alla base del nostro agire. La “norma delle norme”, scritta all’inizio del nostro statuto dice infatti: “la mutua, continua carità, che rende possibili l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività, è per le persone che fanno parte del movimento dei Focolari la base della loro vita in ogni aspetto: è la norma delle norme, la premessa di ogni altra regola.

Se Dio è comunione, decisivo è il rapporto con i fratelli, tra i fratelli. Che va vissuto ai crocicchi della strade, dentro le città, non stando fuori, in cittadelle separate. Chiara Lubich comincia a delineare la fondazione del Focolare negli stessi anni in cui fioriscono esperienze laicali che preparano la strada al Vaticano II: penso all’esperienza dell’Equipe Notre-Dame, ai Foyer de Charité di Marta Robin. Perché la fede non va predicata. Va raccontata con la propria testimonianza, va gridata – direbbe Charles de Foucauld – con la propria vita. Perché la fede cristiana assume la sfida dell’umano (anche dentro i sentieri impervi della politica e dell’economia) o non è cristiana.

Il Vangelo allo stato puro. Niente integrismo

Sin dall’inizio Chiara cerca di leggere il Vangelo sine glossa. Riportando le scelte che si troverà via via a fare a quell’elemento originario e sconvolgente. Che può apparire basico, elementare. Eppure apre ad esiti straordinari. Ciò che mi colpisce dell’esperienza di Chiara e del movimento dei Focolari è che le loro posizioni non scivolano verso l’integrismo difensivo e tanto meno offensivo, che non si accontentano dei limiti formali delle appartenenze, pur sempre rispettati, che si aprono all’ecumenismo e al dialogo interreligioso come dimensioni immediate del credere cattolico. Scriverà: “Il dialogo con le altre religioni apre sempre più la chiesa cattolica a “quell’altra sé stessa che è fuori di lei”

San Tommaso ha affermato che la Chiesa non va commisurata soltanto sul numero dei cattolici ma, siccome Gesù Cristo è morto per tutti gli uomini, va commisurata sul numero di tutti quelli per i quali è morto, cioè sull’umanità intera. Quindi in un certo modo la chiesa è anche “fuori di sé”. Col dialogo si apre a quel “se stessa che è fuori di sé.

Chiara Lubich ha indicato che la fede è sempre aperta alla novità, pronta a dialogare con tutto e tutti: con l’economia e al contempo con le “chiese sorelle”; con i media e le altre religioni, con i giovani e le famiglie, con la musica, con tutti gli aspetti della vita.  Forse sta qui il suo segreto: in un periodo in cui la società e la stessa Chiesa uscivano dalle rovine della guerra, Chiara ha voluto piantare un seme di speranza. Che ha sempre il profilo della fraternità e della condivisione. Altrimenti l’Evangelo è accademia. Che forse si può leggere ma certo non cambia i cuori e la vita.

 

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