Il Vangelo e le Acli. Per una spiritualità di popolo

Prosegue la riflessione di accompagnamento per l’incontro nazionale di spiritualità del 6-8 novembre 2015 a Camaldoli sul tema “Lo scandalo delle disuguaglienze e le esigenze della giustizia“.  

Il Vangelo e le Acli. Per una spiritualità di popolo

Vogliamo un rapporto tra il Vangelo e le Acli?

Innanzitutto, il tema, il Vangelo e le Acli: il rapporto con il Vangelo è personale, degli aclisti singoli oppure siamo chiamati anche a un rapporto associativo con il Vangelo?

Non è possibile definire l’abc delle Acli, riconoscere qual è la nostra essenzialità, il nostro valore aggiunto oggi, la differenza aclista, il nostro senso storico, sociale ed ecclesiale oggi nella contemporaneità, senza rispondere a questa domanda. O meglio si può non rispondere pena però, l’inconsistenza di se stessi, il rassegnarsi a un relativismo aclista per cui ognuno definisce le Acli come vuole. In sostanza conta il potere, chi ce l’ha decide perlo spazio che occupa, piccolo o grande che sia, come ci dobbiamo definire. Significherebbe veder morire le Acli stesse, pur tenendo vivo il loro marchio. Che è una morte peggiore.

Una spiritualità di popolo

Su Gesù rifiutato nella sua patria, Nàzaret, il Vangelo ci dice che «lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità» (Mc, 6, 5-6).

Questo brano forse dice e interroga molto del credere personale oggi, della chiesa e delle Acli che possiamo essere o non essere. È un’esperienza con le persone, ma soprattutto con le persone insieme, un popolo: un’esperienza negativa.

Girata pagina ne incontriamo un’altra, positiva: Gesù moltiplica i pani e i pesci. Mi viene in mente Severino Dianich a Camaldoli due anni fa, che ci ha detto come Gesù ha bisogno di noi, anche se non ne ha necessità. Questa frase l’ho sempre interpretata pensando all’amore per i figli: non li abbiamo voluti per necessità, anzi con quello che costano oggi…, ma ne abbiamo un bisogno pazzesco, vitale. E nel nostro amarli abbiamo bisogno della loro libertà, del lasciarli essere, anche se costa distacco e apprensioni. Forse per Gesù questo bisogno è talmente forte da inibirne i prodigi. E per fare i miracoli ha sempre bisogno di qualcuno che da dietro lo tocchi, lo fermi, gli faccia cambiare strada, di sentire una fede che lo attrae, che lo meraviglia.

Gesù lo si incontra da dietro, seguendolo, rincorrendolo. E talvolta adorarlo può essere un modo abile, un abile alibi, per non seguirlo. Che è più impegnativo. Un po’ come quando moltiplichiamo le citazioni di Papa Francesco: forse facendo fatica a metterlo in pratica, compensiamo con la nostra ammirazione. La relazionalità, l’alterità, l’amore, l’esigenza di sentirci intimamente uniti con ogni essere vivente è talmente forte che nessuno esiste pienamente da solo, nessuno può essere se stesso da solo, pena il de-esistere, per primo Dio ce lo dimostra con il suo smisurato bisogno di noi.

Alla luce di questo amore ogni tempo e ogni luogo è straordinario: non facciamoci trovare bloccati nell’ordinario, come il popolo che trova Gesù troppo normale, troppo familiare.
Soprattutto appaiono sempre più straordinari i tempi che viviamo. Possono essere straordinari in negativo o in positivo, la differenza è in come riusciamo a viverli pienamente senza farci bloccare dalle cose del mondo, dal potere, dal denaro, dall’affaticarsi, dai conflitti, se riusciamo ad averci a che fare coltivando e custodendo il giusto distacco, facendone dei servi e non dei padroni (per dirla con Salvatore Natoli, lo scorso Camaldoli, sul denaro).

Trovarsi pronti per questa straordinarietà oggi significa forse ridare un senso di popolo alla sequela di Cristo, uscire da una chiesa struttura per tornare a una chiesa popolo di Dio in cammino con il mondo e la storia, che chiama a una solidarietà universale, a una riconciliazione che libera tutti proprio perché ci rimette in relazione con noi stessi, con gli altri, con la Terra, con Dio, che chiama a una umanità ancora inedita e incompiuta.

Possiamo presentarci a questa sfida con un’idea di popolo nazionalpopolare, solo politica, demagogica, tarallucci e canzonette? O solo con un’idea più di sinistra, che mitizza il terzomondismo ecclesiale e gli ultimi, ma non sa vedere e sentire nella propria pancia il dolore intorno a noi, nella nostra quotidianità e non sa vivere la ferialità di Cristo, per provare a raccoglierlo e a riscattarlo, perché ha sempre bisogno di farne un superuomo, troppo super per stargli dietro?

La scelta di popolo è innanzitutto una scelta spirituale. Fioccheranno tra poco i giubilei, ci sarà un giubileo per tutti e per tutto, ma se il Vangelo incarnato che pone la misericordia come architrave della chiesa ci trova tifosi, ma non autori di questo popolo, la misericordia resterà solo un misto di commozione e moralismo che ci vedrà la sera, ‘misericordiosi’ col mondo da idealizzare e il mattino, cinici con quello da vivere. Qualche miracolo Gesù l’ha fatto comunque, ma è prevalsa la folla, le voci sulla meraviglia vera. Saremo folla o popolo? Per essere popolo dobbiamo fare nostra questa misericordia, insieme, non ammirarla e lodarla.

Chi fa questo popolo, chi crea questo essere società insieme? Un editto, la conclusione di un convegno ecclesiale, un’enciclica, un sinodo? Per quanto importanti la risposta è no. Sono allora le singole persone, col loro esempio, con la loro testimonianza, col loro essere laici protagonisti? Questo è necessario, ma non sufficiente.

Questa volontà di “trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo” intorno a noi, che è l’obiettivo della Laudato si’, deve essere il collante di un nuovo soggetto, il popolo. Questa soggettività da coltivare e custodire ci deve trovare attori e non spettatori del miracolo di Dio, della Resurrezione. Essere insieme a pregare non equivale a pregare insieme. Essere insieme a camminare non equivale a camminare insieme. C’è un piccolo, minuscolo miracolo popolare che dobbiamo ricompiere insieme, per fare da spalla, non da capocomici di questo popolo: associare. Non associare a noi, non associare per noi, associarci gli uni gli altri per esserci come popolo di Dio in cammino nella storia. Associarsi partendo, insieme, dal Vangelo che si incarna nella storia, qui ed ora attorno a noi, e non derubricarlo a banale vita ordinaria.

Una spiritualità laicale: il profilo migliore di Gesù sono le spalle

Rileggendo l’intervento di Matteo Ferrari dello scorso anno troviamo una visione e una pratica di questa spiritualità laicale. La spiritualità è leggere ogni giorno il Vangelo per ricercare l’umanità di Dio come via possibile per dare un senso alla nostra giornata e alla nostra esistenza. Né assentarsi e fuggire dalla quotidianità, né farsi  sopraffare e colludere con la sua pesantezza, la sua fatica che sempre più spesso ci pietrifica nei nostri ruoli.

La ricerca, a mio avviso, per essere vera è faticosa, e non sempre trova risposte. La fede come sistema di certezze ha confuso Dio con qualcosa di tascabile, di pienamente e presuntuosamente
conosciuto e sintetizzabile, e la croce con un soprammobile. Entrare nella ricerca significa entrare in contatto con le domande profonde sull’esistenza che ogni persona si pone, si atterra nella fatica di esistere di ogni giorno, ma quello è il terreno vero della religione, non il semplice catechismo.

Sempre Matteo Ferrari ha mostrato come per Gesù la preghiera non è qualcosa da fare, ma è l’ambiente nel quale vivere.

La preghiera ci permette di «non lasciarsi afferrare, di poter prendere le distanze dalla nostra vita, dalle nostre azioni, nelle nostre relazioni […] per permettere agli altri e a ciò che facciamo di essere veramente […] per non lasciarci fagocitare dalle relazioni e dalle nostre realizzazioni». Un tempo di silenzio per ridare un senso vero alle relazioni, per permetterci di vedere con occhi differenti. Un distacco che non distanzia.

Insomma non una fuga dall’umano, ma un reincarnare l’umanità nella sua pienezza. Se non facciamo popolo attorno a questo ci assentiamo dalla straordinarietà.

È sufficiente per noi Acli una spiritualità individuale per contribuire nel nostro piccolo a fare da spalla a questo popolo? Non lo so. Interroghiamoci però. Non porsi il problema significa tornare a un ‘cristianesimo’ come fatto culturale, di appartenenza. Magari più di sinistra. Ma comunque ipocrita.

Le conclusioni di Matteo ci hanno richiamati a una spiritualità sequela. Non posso non associarle a un commento di Alberto Melloni che ne ‘Il Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini vede Gesù ripreso sempre di spalle, perché la sequela significa andare dietro, non fermarsi davanti. La misericordia vera che ti tocca nello stomaco, la chiesa in uscita, l’essere individualmente in uscita da se stessi non chiedono protagonisti al centro della scena, che cercano il volto di Dio come un proiettore acceso sul loro protagonismo, magari per un selfie da scattare insieme, ci chiedono innanzitutto di decentrarci da noi stessi. Quale miglior decentramento che seguire Cristo guardandolo di spalle, respirando la sua polvere.

Un amore vero è gratis, non cerca un ruolo a destra o a sinistra. Per cui quale sfida ricostruire un popolo in cammino coltivando una spiritualità che cerca Gesù per seguirlo, non per comparire al suo fianco. Lì alla fine ci sarà un ladrone o una prostituta. Alla sua destra. Che poi vista da quaggiù è la sinistra.

*vice presidente nazionale Acli

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