Il welfare dei piccoli

L’impossibilità di badare a sé stessi nei primi anni di vita, l’incerta capacità di camminare, di mangiare e di provvedere da soli alle normali necessità del quotidiano, fa dei bambini delle persone fragili da sostenere. In Italia, secondo i dati Istat del 2011, i bambini di età compresa tra i 0 e i 3 anni sono circa 2 milioni, il 3,7% della popolazione residente; mentre quelli dai 4 ai 6 anni sono meno numerosi: il 2,8% [Istat, 2011]. Di questi, 200.000 sono affetti da disabilità, un numero di persone modesto, che spesso, però, non riceve la giusta attenzione.
La famiglia costituisce per questi soggetti il luogo più adatto per crescere e sviluppare le proprie capacità cognitive, affettive e motorie. Ma i mutamenti sociali ed economici scaturiti dalla crisi internazionale in corso, hanno accelerato i radicali cambiamenti sia di forma e che di modello di questa “istituzione”. Per esempio le cosiddette famiglie a doppia carriera, in cui entrambi i coniugi lavorano, sono aumentate negli ultimi anni. Le donne sono sempre più impegnate, oltre che nelle tradizionali mansioni di cura e domestiche, nel lavoro retribuito, ossia fuori di casa. Tale mutamento, se da un lato, costituisce un chiaro segno di emancipazione femminile, dall’altro richiede un’organizzazione sociale differente, volta a supportare i genitori, in particolare le mamme lavoratrici, nella difficile conciliazione dei tempi di vita con i tempi di lavoro. Su questo piano specifico un importante ruolo giocano i servizi per l’infanzia, ossia asili nido e derivati, atti a sostenere le famiglie nel difficile compito di educare e crescere i figli provvedendo contemporaneamente al sostentamento del nucleo familiare stesso.

Negli ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti nell’offerta pubblica in Italia: la domanda che ha trovato soddisfacimento è passata da un punto percentuale del 2004 all’11% del 2010. Un notevole incremento, che, però, è ancora ampiamente insufficiente rispetto al crescente bisogno di sostegno. Espressosi, per esempio, anche attraverso la crescente richiesta di asili nido sul proprio territorio.
Nel 2010, infatti, i Comuni che registravano la presenza di almeno un asilo nido nella propria area di competenza non raggiungevano neanche il 50%, con un grado di copertura territoriale medio pari al 77%. Per non parlare delle tariffe elevate e delle lunghe liste di attesa che connotano il difficile accesso a questo importante servizio.
Da qualche anno, per sopperire a queste inefficienze e mancanze, si assiste alla creazione dei “nidi famiglia”, ovvero di servizi organizzati in contesti familiari e sostenuti dal contributo di comuni e enti sovracomunali. Si tratta di servizi integrativi, che riescono, però, a prendere in carico solo una esigua percentuale pari al 2,3% dei bambini da 0 a 2 anni. È evidente, dunque, che nonostante i progressi del nostro sistema di welfare il problema potrebbe rimanere irrisolto se non si provvederà ad aumentare le risorse destinate all’infanzia.
Il nostro Paese, infatti, secondo i dati Ocse, nel 2008, ha speso per la famiglia e la maternità soltanto l’1,3% del Pil, contro una media dell’EU15 pari al 2,1%. A fronte di ciò sarebbe auspicabile puntare su un welfare promotore di sviluppo umano che, in questo momento di crisi, concepisca le politiche sociali non solo come un costo, ma come un investimento utile al sostegno delle famiglie e delle nuove generazioni e alla rinascita del Paese.
*dipartimento Welfare delle Acli 
 

Il welfare dei piccoli
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Fonte UNHCR
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