Immigrazione, un romeno su due vuole tornare a casa

Un romeno su due (49%) tra quanti vivono e lavorano in Italia vorrebbe tornare in Patria. La percentuale sale al 71% tra coloro che in Romania hanno lasciato gli affetti. Ma ad ostacolare la prospettiva del rientro c’è la convinzione (oltre l’85%) che trovare lavoro in Romania sia ancora difficilissimo.
Sono i risultati di un’indagine realizzata dalle Acli nell’Ambito del progetto “Medit”, presentata questa mattina presso l’Accademia di Romania. Promosso dall’Agenzia nazionale per l’occupazione della Romania (Anofm), insieme con l’Ente di formazione professionale delle Acli (Enaip), Medit è un “modello di cooperazione transnazionale” volto a favorire il “rientro produttivo” dei lavoratori romeni, per reinserirli nel mercato del lavoro valorizzando le esperienze e le competenze acquisite in Italia.
Per il presidente nazionale delle Acli e dell’Enaip, Andrea Olivero: «Siamo di fronte ad un salto di qualità importante nell’intera gestione dei processi migratori, il passaggio dall’idea della migrazione all’idea della mobilità dei lavoratori all’interno dell’Unione europea. Dalla logica della necessità, spesso drammatica, alla logica della libertà e delle opportunità per i lavoratori e le loro famiglie».

Primo lavoro come colf per più di due donne su treI Romeni sono il primo gruppo nazionale per numero di presenze in Italia. 968.576 secondo l’ultimo dato Istat, il 21% sul totale degli stranieri. L’indagine quantitativa realizzata dall’Istituto di ricerca delle Acli (Iref) ha coinvolto tramite questionario 1200 lavoratori romeni residenti in Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Puglia. Per quasi due donne su tre (64%) tra quelle intervistate, la prima esperienza di lavoro all’estero ha coinciso con un’occupazione nel settore del lavoro domestico e dell’assistenza familiare. Al contrario, per gli uomini è stato il settore dell’edilizia a rappresentare il primo sbocco professionale (42%). Quasi due intervistati su tre avevano già un lavoro in Romania prima di venire a cercare fortuna in Italia.
L’occupazione irregolare con condizione transitoriaLa percentuale di individui occupati con un regolare contratto è di poco inferiore al 60%. Coloro che dichiarano di lavorare “in nero”, senza contratto, sono il 18%. Una quota che cala nettamente tra le persone che sono in Italia da più tempo (dal 32% di chi è arrivato in Italia dopo il 2009 al 9% di chi è arrivato pima del 2000). Significativa è anche la quota di persone attualmente disoccupate (con o senza cassa integrazione), pari al 19%.
Salari: in media mille euro al mese, 850 euro per le donneIl reddito medio dichiarato dai lavoratori medi intervistati è di 1.000 euro, con forti differenze però tra uomini e donne. I primi possono vantare un salario medio mensile di 1.250 euro, le secondo di soli 850 euro. Differenze significative si riscontrano anche analizzando i dati per settori economici d’impiego: a fronte dei 750 euro al mese di chi lavora in agricoltura, si hanno i 1.400 euro di chi è impiegato nell’edilizia. Altra variabile significativa è la regione di residenza. Chi lavora nel Meridione è penalizzato rispetto a chi è occupato nelle regioni del Nord: tra Puglia e Friuli Venezia Giulia ci sono 500 euro di differenza.
Il denaro rappresenta un forte incentivo alla permanenza in Italia. Sollecitata ad esprimere il motivo per il quale vive in Italia, la maggior parte degli intervistati (72%) risponde che in Italia guadagna di più. Strettamente collegata a questo elemento è anche l’opinione di coloro che dichiarano che la permanenza in Italia è dovuta alla migliore qualità della vita (52%) e alle migliori condizioni di lavoro (49%).
Il rientro in RomaniaSebbene la prospettiva del rientro in Patria non appaia immediatamente vantaggiosa da un punta di vista economico, una parte rilevante dei lavoratori (49%) esprime tuttavia il desiderio di tornare a vivere in Romania in futuro. Ad abbracciare con maggior forza la prospettiva di rientro sono inoltre le persone che mantengono legami affettivi con il proprio paese d’origine: tra coloro che hanno un partner che vive ancora in Romania, la percentuale sale infatti al 71%. L’intenzione di tornare definitivamente in Romania è alta (71%) soprattutto tra coloro che già oggi tornano frequentemente nel proprio paese.
Ad ostacolare la prospettiva del rientro in Romania incidono comunque diversi fattori. Le richieste economiche per il rientro continuano ad essere abbastanza superiori alle possibilità attualmente presenti sul mercato del lavoro romeno. I lavoratori adulti, nel pieno della propria vita professionale in Italia, sarebbero disposti a tornare per un reddito mensile intorno ai 1500 euro. Gli under 35 si accontenterebbero di uno stipendio di 1.200 euro. I più anziani tornerebbero anche per meno di 1.000 euro.
Oltre l’85% degli intervistati ritiene poi che trovare lavoro in Romania sia ancora difficile, se non difficilissimo. Eppure la percentuale di quanti dichiarano di conoscere bene la reale situazione dell’economia del proprio paese scende al 58%. Sorge il dubbio che queste opinioni possano essere ricondotte, almeno in parte, a un pregiudizio nei confronti del proprio paese d’origine. Il progetto Medit muove proprio dalla necessità di colmare il deficit d’informazione rispetto alle reali opportunità offerte dalla Romania ai lavoratori che mostrano il desiderio di tornare.
La metà dei romeni intervistati manifesta ad esempio un interesse all’ipotesi di aprire un’attività autonoma in Romania, usando le forme di sostegno previste dal Governo. Eppure solo uno su cinque (21%) sa che ci sono uffici che aiutano le persone che decidono di tornare in Romania. Il 58% del campione considera i servizi per il rientro assistito una risorsa importante. La prima informazione richiesta (49%) è quella sui posti di lavoro disponibili. Il progetto messo in campo dall’Agenzia nazionale per l’occupazione della Romania (Anofm), insieme con l’Ente di formazione professionale delle Acli (Enaip) mira appositamente a costruire un modello di servizio congiunto tra i servizi per l’occupazione dei due paesi, sostenuto da una piattaforma tecnologica di comunicazione per lo scambio di dati e informazioni.
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Fonte UNHCR
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