Lo scorso 7 giugno la presidenza del Consiglio dei ministri ha approvato il Piano nazionale per la famiglia, presentato dal ministro Andrea Riccardi.
Una data storica perché è la prima volta che il nostro Paese si dota di un piano organico che punta sulla famiglia riconoscendone la sua centralità e la sua cittadinanza sociale, superando la logica degli interventi frammentari.
Al di là degli elementi innovativi in esso contenuti, quello che intendiamo sottolineare è la svolta culturale in esso contenuta.
La famiglia finalmente viene considerata un fattore deciso per lo sviluppo del Paese a partire dalla valorizzazione delle sue funzioni di coesione sociale ed equità fra le generazioni.
E le priorità e le proposte contenute nel piano – una volta tanto − sono coerenti con questa scelta strategica di fondo.
Il piano: il valore del lavoro di cura familiare
Il piano attribuisce una grande valore al lavoro di cura familiare sia per ciò che concerne i minori sia per ciò che riguarda i disabili e gli anziani. Viene promossa la maternità e la paternità attraverso una serie di azioni relative ai servizi per l’infanzia e l’adolescenza (sostegno alla maternità delle donne in difficoltà; potenziamento della rete di servizi per la prima infanzia, sviluppo dei nidi aziendali e dei servizi per genitori di figli minori etc) e sopratutto attraverso una serie di azioni relative ai tempi di cura.
Questo tema è al centro di una serie di nuovi interventi nel campo delle politiche familiari relativi ai congedi di maternità e genitoriali, che vengono ampliati, resi più flessibili, estendendo la loro fruibilità anche ai lavoratori autonomi e parasubordinati.
In particolare, viene introdotto il congedo per la cura familiare per occuparsi personalmente di una familiare in seguito ad un evento critico.
Per quanto riguarda le pari opportunità e la conciliazione fra famiglia e lavoro va segnalata l’incentivazione dell’imprenditoria nel settore della cura, l’introduzione del voucher familiare unico prevedendo una forte valorizzare del ruolo del terzo settore, e l’adozione di incentivi fiscali per le aziende che intendono promuovere il welfare aziendale familiare, teso a favorire la conciliazione tra tempi di lavoro e di vita.
Un salto culturale troppo grande?
Detto questo è necessario rispondere ad una questione di fondo: il mondo del lavoro italiano è pronto a questo salto culturale?
Oggi siamo di fronte ad una realtà che va ricomposta. È necessario “conciliare”, “riunire insieme” qualcosa che è separato.
La relazione d’intimità tra la famiglia e il lavoro a un certo punto della nostra storia si è spezzata.
Il contesto lavorativo agricolo da una parte e quello della grande industria dall’altro evocano immediatamente, a livello simbolico, questo processo di separazione, questo venir meno di un legame atavico tra vita lavorativa e familiare (tipico del contesto rurale).
Lo stesso termine conciliazione, nel linguaggio giuridico, sta a significare l’esigenza di trovare dei punti di accordo tra esigenze diverse.
Esaminando la legislazione europea e italiana in tema di conciliazione tra famiglia e lavoro si riscontra una sorta di estraneità dei due termini. L’Europa ha impostato tutta la riflessione sulla conciliazione famiglia-lavoro trattandolo come tema di pari opportunità o relativo alle politiche di occupazione di genere.
Ma la conciliazione famiglia-lavoro è qualcosa di diverso e qualificante. È un processo da costruire realizzando una solida alleanza tra quattro attori: famiglie, aziende, lavoratori e organizzazioni sindacali.
Il diritto alla conciliazione non deve quindi rimanere un puro diritto astratto, ma deve essere effettivamente esercitato da tutti i lavoratori. Il tema della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro è quindi d’importanza fondamentale e chiede a tutti gli attori sociali, politici ed economici una capacità di ripensamento, di innovazione sociale ed organizzativa. Solo in questo modo sarà possibile dare reali e durature possibilità di inserimento lavorativo alle donne, alle madri e ai padri, promuovendo la loro condizione. E considerando finalmente i figli come un bene pubblico da valorizzare.
Il piano del governo si muove in questa direzione e sembra aver colto la sfida che abbiamo di fronte.




