S. Gregorio Barbarigo - Martedì 18 Giugno 2013

Povertà: oltre l’apparente stabilità, il dramma nei numeri
Mercoledì, 18 Luglio 2012 08:06

di Lidia Borzì

I dati preoccupanti sull’aumento della spesa media mensile, dei trasporti e dei divorzi, sul calo dei consumi e sulle scelte della spending review potrebbero fare immaginare un repentino aumento del tasso di povertà della popolazione italiana.

Invece, i dati resi noti dall’Istat sulla povertà fotografano una situazione stabile rispetto al 2010, ma solo ad uno sguardo superficiale.
Infatti, benché il tasso di povertà relativa colpisca lo stesso 11% dell’anno precedente, esso è distribuito in maniera meno uniforme: da una parte, l’aumento dell’impoverimento delle famiglie operaie o senza reddito da lavoro è compensato dal miglioramento delle condizioni delle famiglie di dirigenti/impiegati; dall’altra, vengono penalizzate le coppie con figli, passando dal 11,6% di  povertà relativa (2010) al 13,6% del 2011.

Ma tra tutti questi numeri, che tra l’altro confermano il profondo divario fra Nord e Sud, ciò che desta maggiore preoccupazione è una nuova tendenza, ossia quella del notevole aumento di famiglie povere senza occupati o ritirati dal lavoro, che passano dal 40,2% del 2010 al 50,7% nel 2011.

Ciò dimostra che tra le principali cause di impoverimento che minacciano la tenuta sociale del nostro Paese ci sono ancora una volta figli e disoccupazione, anche se sono proprio “famiglia” e “lavoro” i due principali pilastri su cui ricostruire l’Italia e investire per ridare fiducia ai cittadini.

Infatti, accanto a queste famiglie “annegate” vi sono quelle che “galleggiano a vista”, in cui i disoccupati si aggrappano alla pensione di un familiare e, all’interno di un oscuramento della speranza collettiva, non cercano neanche più lavoro (13,5%).

Per questo è necessario che accanto a un piano che combatta la povertà tout court, vi sia un piano che ridia innanzitutto speranza alle famiglie del ceto medio impoverito.
E ciò è solo possibile se oltre ai tagli si comincia a pensare seriamente anche alle riforme di crescita.