397.000. Questo il numero di migranti che, secondo la Fondazione Ismu, ha deciso nel 2012 di abbandonare l’Italia per rientrare nel proprio Paese a causa delle difficoltà economiche indotte dalla crisi. Come dire che un sesto dei 2,6 milioni di migranti arrivati in 10 anni ‒ dal 2001 al 2011 ‒ in Italia (dati Istat) ha deciso in un solo anno di andar via.
Dagli Sportelli Immigrati del Patronato Acli arriva la conferma: soprattutto nelle grandi città del Nord Italia, si registra negli ultimi sei mesi un significativo aumento di richieste di rientro assistito nei Paesi di provenienza e di recupero dei contributi versati in Italia. «Sempre più migranti decidono di allontanarsi dall’Italia anche con il permesso di soggiorno valido perché non riescono a sostenere le spese e, partendo, sperano di tornare in tempi migliori ‒ spiega Pino Gulia, coordinatore del progetto Immigrazione Acli ‒. Dare cifre è impossibile. Spesso i nostri operatori vengono a sapere che qualcuno ha deciso di tornare a casa solo dopo che questo è successo, altre volte le famiglie si smembrano e i nostri operatori assistono i nuclei, oltre che con i servizi, anche moralmente».
«La crisi si tocca con mano. E per i migranti è ancora più dura di quanto possiamo immaginare»: racconta Carla Pucilli, operatrice dello sportello Immigrati del Patronato Acli di Milano. «Prima, quando un migrante veniva da noi, cercavamo di capire che tipo di contratto avesse; adesso cerchiamo solo di capire come e se viene pagato. Negli ultimi sei mesi la situazione è peggiorata moltissimo».
Sempre più persone decidono di far rientro nei propri Paesi d’origine con dolore e frustrazione, tentando di “salvare il salvabile”. «Vengono da noi per capire se i contributi versati dai loro datori di lavoro possono essere recuperati in qualche maniera, se sono sufficienti per avere un piccolo sostegno nel loro Paese; vogliono avere informazioni sul rientro volontario assistito. Si tratta spesso di migranti che risiedono da molto in Italia e che sono stanchi di lottare, hanno gettato la spugna e cominciano a pensare di aver fatto sacrifici per niente».
La signora Pucilli non fa nomi e racconta con partecipazione le storie delle persone che le sono passate davanti nelle ultimissime settimane come «questo signore sudamericano che dopo 20 anni ha perso lavoro e casa e che ora passa la notte nel dormitorio di un’associazione; è venuto a chiederci come fare per avere un aiuto per rientrare nel proprio Paese».
E come spesso succede, nella difficoltà, i deboli diventano ancora più deboli: «C’è la madre che viene da noi disperata: ha deciso di rimandare suo figlio in Ucraina. Vivevano insieme, presso la casa del datore di lavoro di lei. Un anziano. Alla sua morte, senza lavoro e senza una casa vera, lei è costretta a separarsi dal figlio e a rimandarlo a casa dai nonni ottantenni. Lei resta in Italia, col suo posto letto, alla ricerca di un nuovo lavoro prima che scada il suo permesso di soggiorno per attesa occupazione. Questi minori pagano il prezzo più alto: vengono allontanati nella speranza che si tratti di un trasferimento temporaneo e intanto perdono punti di riferimento, conoscono la solitudine e il senso di abbandono».
E a volte, anche se la sorte aiuta, le regole rigide sembrano complicare ulteriormente ciò che già è difficile: «Come nel caso di un lavoratore autonomo egiziano costretto a chiudere la propria attività e a rimandare in Egitto moglie e figli. Lui resta in Italia, si dà da fare e quando le cose vanno effettivamente meglio richiama a sé la famiglia. Ma alla moglie, lontana dall’Italia per più di un anno, viene revocato il permesso di soggiorno. I figli minori vengono inseriti nel permesso del padre e lei ritorna in Patria. È così necessario avviare le pratiche per il ricongiungimento».
Chi torna a casa è quasi fortunato perché ha qualcuno che lo accoglie e che in qualche misura è pronto ad aiutarlo nel duro reinserimento. Spesso invece non ci sono neanche i soldi per tornare a casa. È il caso ad esempio «di un signore titolare di permesso per asilo politico che, conoscendo 4 lingue, un tempo aveva un lavoro come interprete e mediatore ‒ racconta ancora la Pucilli ‒. Collaborava con l’ufficio rifugiati politici e per il tribunale dei minori. Ora ha perso il lavoro e minaccia di suicidarsi perché non ha i soldi per poter rinnovare né il suo titolo di soggiorno né il suo documento di viaggio».
E chi non ha modo di andar via cerca di sopravvivere come può. «La crisi e la mancanza di lavoro abbassano le possibilità di vita dei migranti che se devono restare in Italia cercano delle maniere per sopravvivere alla burocrazia e alle difficoltà economiche. Per esempio ‒ racconta l’operatrice del Patronato milanese ‒ laddove un genitore ha perso il lavoro, le famiglie ci chiedono di non far figurare i bambini nel permesso di soggiorno al momento del rinnovo. Il reddito che lo Stato chiede loro per concedere il documento è proporzionale al numero dicomponenti del nucleo familiare, quindi più la famiglia risulta ristretta meno soldi bisogna dimostrare di avere per rinnovare il permesso. I bambini vivono però all’ombra».
Poi ci sono quelli costretti dalla mancanza di denaro a vivere, o peggio a tornare dopo esserne usciti, nell’illegalità: «Al momento del rinnovo del permesso, i migranti devono sostenere delle spese per il rilascio, si tratta al massimo di 275 euro per i permessi più lunghi ‒ è ancora Carla Pucilli a spiegare ‒. Questa cifra non sempre è disponibile e così i permessi scadono senza rinnovo». E ancora, aumentano con la crisi i casi di lavoro a nero: «I migranti si vedono costretti ad accettare qualsiasi tipo di trattamento, accettano di lavorare senza contratto, perdono così il permesso di soggiorno e cominciano a vivere nell’illegalità pur avendo un lavoro in essere. Sono quelli che non hanno neanche un posto dove tornare o che non sanno come tornarci, persone lontane ormai da troppo tempo che troverebbero nel proprio paese una situazione non migliore di quella che hanno in Italia. Sono, insomma, persone che non hanno neanche possibilità di scegliere se restare o partire».
Il rapporto è stato curato, per il decimo anno consecutivo, dallo sportello immigrati del circolo Acli "Ora et Labora" come contributo alla conoscenza del fenomeno migratorio e alla valorizzazione delle reti culturali e sarà presentato pubblicamente al fine di creare un momento di confronto sull'estensione dei nuovi diritti di cittadinanza, soprattutto ai figli degli immigrati nati in italia.
La ricerca sarà analizzata dal presidente circolo "Ora ed Labora", Sante Pirrami e sono previsti gli interventi di Roberto Morroni, sindaco di GualdoTadino, Carlo Di Somma, presidente di Federsolidarieta' e vicepresidente vicario di Confcooperative dell'Umbria e Francesca Di Maolo, della Commissione problemi sociali e lavoro della Diocesi di Assisi, Nocera e Gualdo Tadino.
Presiede e conclude il presidente delle Acli provinciali di Perugia, Antony Xavier Ladis Kumar.
Sono circa 20 milioni gli immigrati non comunitari legalmente residenti in Europa (oltre 3 milioni e mezzo in Italia, secondo l’Istat). Ma solo alcuni Paesi europei concedono il voto agli stranieri che non provengano dai Paesi membri. La Svezia dal 1975. La Danimarca dal 1981. L’Olanda dal 1985. La Norvegia dal 1993. E poi la Svizzera, l’Irlanda, il Belgio e il Lussemburgo. In altri Paesi, tipo la Francia, la questione è dibattuta da decenni. In altri ancora, l’Italia tra questi, «è forte l’azione di ostruzionismo da parte di alcune forze politiche», affermano le Acli, che con altre organizzazioni della società civile sostengono la campagna “L’Italia sono anch’io”, per il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli stranieri che nascono in Italia e il voto alle elezioni amministrative agli immigrati stabilmente residenti.
«È tempo di costruire finalmente una politica comune europea sul tema dell’immigrazione – afferma il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero – che porti i singoli Paesi a favorire l’integrazione sociale e il riconoscimento dei diritti dei cittadini migranti, a partire dal lavoro e dalla cittadinanza.
Le istituzioni europee stanno tentando da tempo di realizzare a questo scopo un’armonizzazione delle normative e degli strumenti di intervento.
Ma fino ad oggi gli Stati dell’Unione hanno coniugato la questione immigrazione soprattutto sul piano della sicurezza, allontanando di fatto il raggiungimento dei diritti di cittadinanza».
«La scommessa dell’integrazione – conclude il presidente delle Acli – si gioca in gran parte sul piano dei territori, delle comunità, degli enti locali, e quello del voto rappresenta un passaggio ineludibile per l’assunzione di precisi diritti e doveri da parte degli immigrati e delle stesse istituzioni. Un passaggio fondamentale per la stessa costruzione dell’unità politica e non solo economica dell’Unione europea»
In Italia, secondo l’Istat, i cittadini non comunitari regolarmente presenti sono 3.637.724 (+102mila dal 2011), di cui oltre la metà (1.896.223, 52%) “soggiornanti di lungo periodo” (erano 1.638.734 nel 2011). I Paesi di cittadinanza più rappresentati sono Marocco (505.369), Albania (491.495), Cina (277.570), Ucraina (223.782) e Filippine (152.382). I minori non comunitari presenti in Italia rappresentano il 23,9% degli stranieri non comunitari regolarmente soggiornanti.