
Aziza, Natalia e Salifou, vengono da Paesi diversi e lontani fra loro, ma vivono tutti a Treviso. Ad accomunarli è l’esperienza del ricongiungimento familiare, percorso in cui sono stati sostenuti ed aiutati dagli operatori del Patronato Acli di Treviso.
Alle famiglie ricongiunte e a tutte quelle che vogliono compiere questo percorso di “ricostruzione” di un nucleo familiare qui in Italia, è stato dedicato un ciclo di incontri realizzato nell’ambito del Progetto Famiglia del Patronato Acli nazionale. «Abbiamo pensato alle famiglie che hanno scelto di vivere qui, alle persone che abbiamo seguito e anche a quelle che a vario titolo sono interessate alla pratica del ricongiungimento familiare offrendo loro un’opportunità di incontro e confronto» spiega Silvia Danaro, operatrice del Patronato trevigiano. È stata lei a seguire le pratiche che hanno permesso a Natalia di farsi raggiungere dal marito e dal figlio, a Salifou di raggiungere suo padre e quelle che, si spera, porteranno presto in Italia la madre di Aziza dopo l’arrivo di suo marito e della figlioletta.
«Le persone vengono da noi – racconta
E come Natalia sono centinaia le persone che dopo lo svolgimento delle prassi burocratiche hanno bisogno di un aiuto: «“E se le cose non vanno bene?”, “Fai presto. Ho paura di quello che può succedere con mio marito da solo così lontano”, “I miei fratelli vogliono venire, da noi non c’è nulla”, “Mia madre è sola e molto triste, temo si stia ammalando”»: sono le parole che al Patronato arrivano ogni giorno e che nascondono «mille storie». Quella di Aziza è una di quelle da ricordare: è partita dal Marocco, a 27 anni, moglie da pochi mesi in dolce attesa da qualche settimana. «I miei zii – racconta la donna – vivevano in Italia, mia madre ed io eravamo sole e lei ha sempre chiesto, inutilmente, ai suoi fratelli di accogliermi. Subito dopo le nozze, con mio marito abbiamo deciso che sarei venuta e che lui mi avrebbe raggiunto. Sono arrivata in Italia che ero incinta di 4 mesi. Dopo il parto ho portato la bimba in Marocco e sono tornata. Ho trovato un lavoro e ho avviato le pratiche per far venire mio marito. È qui da 2 anni e mezzo. Il ricongiungimento – continua – è stato come rinascere: non avevo goduto del mio matrimonio, della mia vita nuova; venire in Italia era stata una sfida. Adesso fatichiamo, io lavoro tutto il giorno come badante e mio marito resta con la bambina, abbiamo cominciato un’altra volta le pratiche per il ricongiungimento: quando mia madre sarà in Italia, mio marito cercherà un lavoro, la nonna starà con la bambina e io sarò felice. E tutto il merito è di chi mi ha aiutato nelle pratiche e mi ha spiegato mille volte tutto quello che dovevo fare».
La gratitudine è comprensibile se si pensa che presentare una pratica di ricongiungimento è un processo piuttosto complesso: «Vedo le persone anche 5 o 6 volte per assicurarmi che la pratica vada a buon fine – spiega Silvia Danaro del Patronato – per questo spesso imparo a conoscere le persone che ho davanti e le loro mille storie. Andiamo dai casi di ricongiungimento di familiari malati, al richiamo di figli affidati in tenera età a vicini o a parenti, di madri rimaste sole. La distanza appesantisce tutto: il 70 o 80 per cento sono casi particolari che mi colpiscono molto». Come Salifou, arrivato in Italia dal Bourkina Faso a 17 anni, richiamato dal padre che, però, poco dopo l’arrivo del ragazzo, perde il lavoro, subisce lo sfratto e, sfiancato, decide di tornare a casa. Suo figlio no, lui decide di restare a qualunque costo: «Mio padre - racconta il ragazzo in un italiano impeccabile - mi diceva di non venire in Italia perché c’era la crisi e il lavoro non si trova facilmente come prima. Ma in Burkina Faso c’erano problemi anche per mangiare, non c’era nulla. Volevo la mia – come si dice in italiano chance? – la mia possibilità. Lui ha avuto la sua, è stato un uomo e io voglio la mia, anche se è dura, anche se non so bene dove vivrò, anche se per vivere devo accettare l’aiuto della mia insegnante di italiano e di alcuni suoi amici. Ho smesso di chiamare a casa: anche i miei tre fratelli vogliono venire ed ogni volta mi chiedono di avviare le pratiche di ricongiungimento, ma non ho un alloggio fisso né un lavoro, non saprei come accoglierli e la pena davanti alle loro richieste è troppo grande. Non ho tempo per piangermi addosso, devo trovare una soluzione anche se le cose non vanno come speravo. Posso solo dire che lì non c’era nulla e qui anche se è dura ho trovato persone pronte ad aiutarmi e ho dei sogni da realizzare: un lavoro, una casa, una moglie e dei bambini. Far venire anche i miei fratelli in Italia sarebbe bellissimo, ora non saprei come fare, ma spero nel futuro”.
Le Acli esprimono forte preoccupazione per il futuro di migliaia di immigrati che, giunti due anni fa in Italia dai Paesi del nord Africa, da domani sono a rischio di esclusione da ogni forma di tutela umanitaria, essendo scaduto il periodo considerato di "emergenza".
"Purtroppo, dichiara il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico, dobbiamo registrare che a nulla sono servite le indicazioni delle Acli e del mondo del Terzo Settore che hanno più volte segnalato la necessità di una programmazione mirata, per non trovarsi di fronte a nuove e continue emergenze".
"La nostra attenzione – aggiunge Bottalico – in queste ore è rivolta in primo luogo ai soggetti più vulnerabili, tra cui, i minori, le mamme con bambini, i disabili e le persone ancora in attesa del permesso di soggiorno che, senza l'emanazione di un provvedimento urgente del ministero dell'Interno, rischiano di finire in un limbo".
Anche nella prospettiva di non lasciare soli gli enti locali e le organizzazioni sociali e umanitarie nella gestione del problema, le Acli chiedono che nell'immediato si portino i posti per l'accoglienza del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) da circa 3.700 ad almeno 5 mila e che si eroghi, a chi non ha ancora ricevuto il permesso di soggiorno, il contributo di 500 euro una tantum, come previsto dalla vigente normativa.
Questi due provvedimenti potrebbero dare una risposta, seppure solo momentanea, ai cittadini immigrati in attesa di una soluzione dignitosa e un necessario sostegno ai circa 200 Comuni che in Italia gestiscono programmi di accoglienza umanitaria.
Questa campagna elettorale ha rimosso il tema dell’immigrazione dal dibattito politico. Non è che una fra le tante rimozioni “ingombranti”, ma in questo caso probabilmente è una fortuna visto il livello di discussione sull’immigrazione che le ultime campagne elettorali, a tutti i livelli, ci avevano riservato.
Però è inutile negare che si tratta di un’ennesima occasione persa, e ce ne saranno ancora molte altre, per ristabilire un discorso pubblico decente sui temi legati all’immigrazione e al suo contributo fondamentale per la coesione sociale. Fra le varie argomentazioni a sostegno di questa affermazione, ne esiste una che è particolarmente trascurata. Nelle narrazioni che riguardano il volontariato, il terzo settore e l’impegno sociale, l’immigrato e l’immigrata sono quasi sempre presentati come beneficiari delle attività e mai come protagonisti.
Esistono una miriade di esperienze, e anche alcuni studi e ricerche, che smentiscono questa tesi e legano in maniera stretta la qualità della prima accoglienza alla capacità di sviluppare l’amore per la solidarietà nelle persone che poi sperimentano la piena integrazione lavorativa e sociale.
Oppure, più semplicemente, dimostrano che una volta che un immigrato, ma in genere qualsiasi persona, ha un lavoro dignitoso è più facile che “restituisca” alla società il suo impegno gratuito. Qualcuno prima o poi misurerà anche quanto la società italiana perde in termini di impegno solidale dalla disuguaglianza e dalla crisi del lavoro soprattutto nei giovani? Sarebbe interessante saperlo.
Intanto, è inutile negarlo, esistono ancora molti onesti e volenterosi volontari, soprattutto in alcuni settori e soprattutto al nord Italia, che guardano all’immigrazione con crescente intolleranza e con un sentimento di insofferenza sempre più forte. Per carità, nessuno scandalo. Ma discutiamone.
Il volontario, non ci stancheremo mai di dirlo, non è un Santo o un Super Uomo. È una persona che vive prima di tutto nella sua realtà e cerca di migliorarla tramite la sua opera gratuita. Ci sono, dicevamo, volontari che guardano all’immigrazione come ad un pericolo insomma, anche a causa di esperienze personali di incontro non certo felici.
Il tema è complicato, ma è interessante osservare, che nelle realtà in cui le organizzazioni sanno coinvolgere gli stessi immigrati, magari anche coloro che hanno in precedenza beneficiato delle attività di volontariato stesse, l’incontro è più fecondo, meno problematico e più felice.
Fra le tante esperienze che si potrebbero raccontare, ve n’è una particolarmente preziosa, perchè mette in gioco e mescola quanto di più prezioso abbiamo da offrire, in termini biologici ovviamente. Secondo i dati resi noti dall’Avis qualche mese fa, nella sola Toscana è cresciuto dell’85% in quattro anni il numero degli immigrati che donano il sangue. Sono il 2,3% dei donatori Avis regionali, con punte del 5,2% in territori ad alta densità di immigrazione come Prato. E stanno cominciando anche a partecipare attivamente alla vita associativa. È solo una goccia, è il caso di dirlo, di una palestra di cittadinanza che come sempre dalla società civile più responsabile interpella i piani alti.
È in queste organizzazioni che si gioca un pezzetto importante di civiltà di un Paese come il nostro che pare non riesca a a stare più unito nemmeno con il Super Attack.
*fonte: I blog di Vita.it – L'Involontario