Un piano nazionale contro la povertà e un osservatorio, attraverso il lavoro del Caf, per verificare lo stato di salute delle famiglie italiane: sono due delle misure che le Acli stanno mettendo a punto. A parlarne è stato ieri il presidente dell’associazione, Gianni Bottalico, in un incontro con le Acli del Lazio e delle province della regione.
Il presidente ha anche chiarito che l’obiettivo di tutte le Associazioni è quello di “esaltare, partendo dai territori, il nostro profilo popolare e cristiano”.
A dar notizia dell’appuntamento è l’edizione romana de Il Messaggero di oggi.
A volte bastano pochi euro per superare un momento di scoraggiamento e guardare con più fiducia al futuro; ma oltre l’aiuto concreto del momento, che ti fa ripartire, sapersi guardati e accompagnati nel tempo, fa molto di più.
È l’esperienza degli operatori e delle organizzazioni ecclesiali che hanno reso possibile il Fondo Famiglia e Lavoro, la mamma di tutti i fondi di solidarietà: promosso per volontà dell’allora arcivescovo Tettamanzi dalla diocesi di Milano, nel 2008, è stato portato avanti sul campo in particolare da Acli e Caritas.
Eravamo all’inizio della recessione che continuiamo a chiamare “crisi”: la politica, le istituzioni, gli esperti accatastavano dati e motivi di allarme ma poche soluzioni. La Chiesa, la comunità cristiana in Italia, invece fu probabilmente la prima a mettersi in moto nel concreto: il Fondo, incrementato esclusivamente da libere donazioni, intendeva aiutare famiglie e persone italiane e straniere che residenti sul territorio della diocesi ambrosiana, in difficoltà per mancanza o precarietà del lavoro a causa della crisi economica.
Proprio una mamma è la protagonista di una degli interventi che hanno coinvolto le Acli. Ce lo racconta Luisa Seveso, presidente delle Acli di Como, una delle diocesi italiane che si sono attivate con strumenti identici o analoghi a seguito dell’intuizione milanese: “Era una donna con un bimbo piccolo segnalataci dalla Caritas: non aveva i soldi per mandare il figlio all’asilo nido e liberarsi così per cercare e tenere un qualsiasi lavoro. Noi abbiamo una cooperativa che gestisce anche un asilo: le abbiamo chiesto solo una quota di partecipazione bassissima, anche per una questione di dignità. Ma abbiamo voluto andare oltre: siamo riusciti, con i nostri servizi, a inserirla in un progetto per mamme con bambini. Prima una borsa lavoro, riconfermata – perché è proprio una donna in gamba – e poi l’assunzione. Così lei ha risolto la sua situazione di disagio, il bambino è rimasto all’asilo e via così”.
Nel novembre 2012, la diocesi di Como di fronte all’evidenza del bisogno ha lanciato la cosiddetta “fase 2” del fondo.
In quell’occasione sono stati resi noti anche un po’ di numeri sulla prima fase, aperta nel 2009: hanno partecipato oltre 150 comunità parrocchiali, che hanno sostenuto circa 700 nuclei familiari, distribuendo poco meno di 800 mila euro, con una media di erogazione di circa 1.200 euro. La liquidità del Fondo è stata garantita da un flusso di offerte, di raccolte straordinarie, di liberalità spontanee. Dall’altro lato, c’è anche chi è riuscito a restituire parte dell’aiuto ricevuto, nella consapevolezza che sono in troppi a trovarsi in difficoltà.
Dai dati a disposizione delle Acli (aggiornati a ottobre 2011), emergono anche dei profili delle persone aiutate e soprattutto raggiunte: l’età media dei richiedenti è intorno ai 42 anni, quasi equamente suddivisi tra italiani e stranieri e prevalentemente appartenenti a nuclei famigliari completi e relativamente numerosi (papà, mamma, figli e a volte altri parenti a carico).
A proposito di stranieri, c’è la vicenda di un’altra donna “una signora tunisina – ci racconta la Seveso – con dei bambini piccoli. Il marito aveva perso il lavoro ed era andato in grave depressione. Lei aveva trovato un lavoro part-time in una casa di riposo in cui era molto apprezzata, ma non poteva essere assunta senza il titolo di operatrice socio-sanitaria. Non poteva pagare i 1.600 euro per il corso, nemmeno rateizzando. In quel momento stava partendo la fase 2 del Fondo, ma non era ancora strutturato ed era difficile poter avere subito una cifra così grossa. E lei non poteva aspettare: se non avesse cominciato il corso avrebbe perso il treno per quel lavoro. Avevo da parte 150 euro che mi aveva dato un’associazione di stranieri: avevo promesso loro che li avrei usati per la prima richiesta di un bisogno serio e ho cominciato a darle questi, per il corso. Così la nostra mamma con il piccolo contributo iniziale, con la raccolta di fondi di associazioni del suo territorio, un altro contributo in un altro progetto per mamme con bambini e con la rateizzazione di Enaip, è riuscita a fare il corso e ottenere il diploma e il lavoro. E la sua famiglia è ripartita”.
Ecco. Fare attenzione a un bisogno concreto, preciso, e dover attivare per farvi fronte una rete più ampia del previsto si rivela una grande occasione per immaginare cose nuove e benefici per tutta la comunità locale: “In occasione di un tavolo promosso dalla Camera di commercio, ho raccontato la storia di questa signora – continua la Seveso – al presidente di una Cassa rurale del territorio dicendo che il microcredito è fondamentale per riattivare speranze come queste. Altri tentativi passati con le banche per attivare fondi di microcredito erano andati falliti. Lui invece mi dice: ‘Ha ragione, da domani lavoro su questa cosa’. Ha fatto da collante con altre casse rurali e banche e, grazie alla nostra mamma tunisina, da pochi giorni è stata attivata una linea di microcredito”.
Anche a Milano, mamma di tutti i Fondi, si vuole ripartire con una prospettiva di intervento più ampia, per volontà dell'arcivescovo Scola. Proprio sabato scorso (16 marzo 2013) il presidente Paolo Petracca, in occasione di un evento di lancio della “fase 2” del Fondo Famiglia e Lavoro ha dichiarato: “Questo è un cantiere aperto. Se dal lavoro sul campo si evidenzieranno nuove esigenze le Acli saranno pronte ad affrontarle”.
La crisi dunque può diventare occasione di cambiamento verso una società più umana ed equa. È l’esperienza sul campo della chiesa di Como, e con essa delle Acli.
*Le diocesi dove risultano attualmente attive questo tipo di pratiche sono 147; rispetto al 2011 si assiste ad un aumento del 12,2%. I fondi di solidarietà sono largamente
diffusi in tutte le aree della penisola, coinvolgendo i due terzi delle diocesi italiane (esattamente il 66,4%). Dal punto di vista della distribuzione territoriale predomina il Mezzogiorno con il numero più alto di diocesi attive (57 diocesi); il Nord ed il Centro seguono entrambi con 45 diocesi. Oltre ai fondi di emergenza e solidarietà c’è un numero sempre più alto di diocesi dove risultano numericamente significative le prassi di erogazione a fondo perduto nei Centri di Ascolto e/o nelle caritas parrocchiali. Si tratta di erogazioni spesso a supporto del pagamento di utenze, di canoni di locazione, della spesa quotidiana, ecc. Questo tipo di iniziative coinvolge oggi 181 diocesi, pari all’82,3% del totale. Rispetto ad un anno fa si registra un incremento dell’11,4%; solo confrontando il dato odierno con quello del 2010, ci si rende conto del reale andamento: in soli due anni, infatti, l’aumento è stato dell’88,5%. A livello territoriale tali prassi risultano più numerose nel Mezzogiorno (44,2%) rispetto al Nord (27,1%) e al Centro (28,7%) [fonte: Caritas Italiana]
Questo l’obiettivo dell’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà”, realizzata dalle Acli in collaborazione con numerose altre associazioni, all'interno del progetto “Usciamo dal nostro orto: coltiviamo coesione sociale”.
In quest'ambito, il Prof. Riccardo Petrella terrà un incontro sul tema emergenza povertà.
La riflessione di partenza è che a causa della crisi la povertà sta diventando un dato strutturale anche nei nostri contesti oltre che nei paesi poveri. Bisogna quindi decidere se pensarla come una calamità naturale o come una situazione scandalosa da eliminare a tutti i costi.
LAVORO. Il 53,5% dei nostri connazionali afferma di non essere più in grado di sostenere adeguatamente il proprio nucleo familiare (37,1% poco, 16,4% per niente).
Quasi i due terzi dei lavoratori (61,3%) affermano che l'attuale occupazione non permette loro di sostenere spese importanti quali l'accensione di un mutuo, o l'acquisto di un'automobile (22,2% per niente, 39,1% poco). La famiglia d'origine resta rifugio e fonte di sostentamento per quasi il 30% dei lavoratori (chiede abbastanza aiuto alla famiglia il 19,6%, molto aiuto l'8,6%).
Per ovviare poi alla mancanza di lavoro l'italiano, oggi come ieri, sembra sempre alla ricerca della tradizionale «spintarella». Dal rapporto emerge infatti che il 21% degli italiani è ricorso a una raccomandazione per trovare un lavoro. Il 27% di chi ha un'occupazione, invece, dichiara di averlo trovato tramite una candidatura spontanea e solo il 9,1% si è rivolto a un Centro per l'impiego (4%), o a un'Agenzia per il lavoro (5,1%).
CONSUMI E RISPARMI. Il 73,4% degli italiani nel corso dell'ultimo anno ha poi constatato una diminuzione del proprio potere d'acquisto: il 31% molto, il 42,4% abbastanza. Il 22,2% ha riscontrato in misura contenuta una riduzione del proprio potere d'acquisto e solo il 4,4% per niente.
La crisi aumenta le spese e diminuisce le entrate, per questo sempre più italiani (ben il 60,6%!) devono ricorrere ai propri risparmi per arrivare a fine mese. In questo quadro economico, sono sempre di più coloro che si rivolgono ad un compro oro: nell’ultimo anno, il numero degli italiani che ha venduto i propri preziosi ad un compro oro è aumentato dall’8.5% al 28.1%. Ma aumentano anche le richieste di prestiti a banche e privati, così come sono sempre di più gli italiani che ricorrono a pagamenti con rateizzazione. Il peso del fisco poi, diventa sempre più pesante: quattro italiani su dieci ritengono che gli aumenti del fisco siano stati piuttosto pesanti, tre italiani su quattro ritengono assolutamente ingiusta la tassa sugli immobili.
VITA QUOTIDIANA. Come cambia poi la vita quotidiana secondo l'Eurispes?
Nella quasi totalità dei casi le abitudini degli italiani si sono modificate limitando le uscite fuori casa (91,8%, in forte aumento rispetto al 73,1% registrato un anno fa), tagliando sui regali e più in generale sui divertimenti, diminuendo i viaggi e cercando di acquistare abbigliamento e generi alimentari a prezzi ribassati. In aumento anche i lavori informali per arrotondare: il 26,8% del campione ha svolto servizi presso conoscenti, dall'assistenza ad anziani, alla sartoria, babysitter, vendita di oggetti autoprodotti, pulizie, giardinaggio.
L’Italia, secondo il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, nonostante le sue gravi difficoltà, ha le risorse umane, culturali ed economiche per uscire dalla crisi. Quello che servirebbe è una classe dirigente all’altezza delle sfide che il Paese ha di fronte. Ma da solo, l’impegno della classe dirigente non è sufficiente. Per il cambiamento sono indispensabili l’impegno e la partecipazione dei cittadini. Di tutti i cittadini.
Perché, come sappiamo, le rivoluzioni nascono e si affermano prima di tutto in interiore homine. Dentro ciascuno di noi.
Dal numero 43 di Segn@libro, la newsletter della Biblioteca/Archivio storico delle Acli
*fonte: www.nelmerito.com
L'iniziativa nasce nell'ambito del Progetto Famiglie in culla, sostenuto da Fondazione con il Sud e promosso dall'Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno in sinergia e collaborazione con l'Associazione Dives in Misericordia, le Acli, la Caritas e la parrocchia dei SS. Matteo e Gregorio Magno, che ha fornito i locali per la realizzazione delle attività.
"La nuova struttura – afferma Mastrovito, presidente Acli di Salerno – è stata pensata per riprodurre ambienti accoglienti e rassicuranti, dove i piccoli possano acquisire le competenze motorie, cognitive e relazionali di cui hanno necessità. Si lavorerà anche per l'organizzazione di un contesto educativo familiare, affettivamente stabile e pedagogicamente indirizzato. Il progetto è frutto di un lavoro di sinergia e corresponsabilità, e aiuterà ad intercettare i bisogni familiari, promuovendone la tutela e la cura".
L'analisi di quest'ipotesi documenta delle politiche fiscali che tartassano la classe lavoratrice, dell'alleggerimento del welfare state e della ristrutturazione delle risorse pubbliche con la scusa dello spread e del giudizio di questi misteriosi osservatori internazionali che sono le agenzie di rating.
Perfino il mercato immobiliare non sfugge all'occhio di Gallino, perché il pendolarismo è tipico segno di una forma povertà: “Con passo tra il militaresco e il robotico e lo sguardo opaco più volte al giorno migliaia di persone camminano a valanga nei giganteschi corridoi delle stazioni di interscambio […] su treni regionali [che, ndr] in genere sono un inferno: lenti, sporchi, con orari e percorsi disagevoli, quasi sempre sovraffollati”.
Rientra in questa lotta anche la delegittimazione costante del sindacato, possibile per la ragione che la globalizzazione provoca una sovrabbondanza di forza lavoro. Si crea una competizione intraclasse che obbliga i lavoratori ad abbassare le pretese (che in realtà sono diritti) pur di lavorare.
Di tutto ciò la classe lavoratrice non ha consapevolezza. Non è più – per dirla con Marx – classe per sé. E così il destino di milioni di lavoratori rimane quello, non cambia, è immobile, pur illudendosi che potrebbe non essere così. Illusi: è proprio così, stesso destino dei padri (quando va bene).
Invece la razza padrona ha forte consapevolezza in sé e per sé, elabora una vera e propria coscienza di classe. E lo fa per mezzo di quei convegni internazionali, organizzati da istituzioni private che godono di grande prestigio internazionale, dove si incontrano sempre i soliti, si scambiano idee che diventano poi linee politiche adottate da governi apparentemente tecnici.
Nel leggere “governi tecnici” nell'italiano mediamente informato di cose politiche, in questo periodo, si risveglia un'attenzione.
I governi tecnici – ci spiega con sguardo tecnico Gallino – sostengono un'austerità che riduce lo Stato sociale, una flessibilità del lavoro in una società dalle logiche rigide e soprattutto tollerano una certa iniquità. E anche qui riscontriamo come non abbia del tutto torto.
Ma va oltre: “I governi tecnici degli ultimi anni si sono adoperati in genere per far sì che diritti sociali e risorse siano per quanto possibile spostati sempre più dal basso della piramide sociale verso l'alto. Che è il contrassegno archetipico di ogni politica di destra”. Ecco, dunque: la destra! E invece: “Un aspetto incongruo delle politiche di austerità, le quali sono in sé politiche arcignamente di destra, è che vengono sovente condotte da governi di centro-sinistra”.
Come ha fatto, la classe lavoratrice, ad accettare questo stato di cose? È un fenomeno culturalmente interessante.
Continuando a ripetere che “il mondo è cambiato”, che “tutti sono dalla stessa parte”, che “non esistono alternative per cambiare lo stato delle cose”, si ingenera allora una cattura cognitiva che coinvolge perfino quelle formazioni che, in teoria, dovrebbero pensarla diversamente. La cattura è evidente anche sul piano degli stili di vita, si pensi ad esempio ai tantissimi lavoratori che posseggono titoli e azioni di imprese quotate, e che gli stessi lavoratori sperano che vadano bene: licenziamenti compresi.
La conseguenza forse più drammatica di questo stato di cose – che ha effetti gravi anche sul carattere delle persone – è che essa produce disinganno, delusione, rabbia, caduta di una speranza condivisa. Gallino suggerisce come si debbano recuperare parole quali emancipazione e partecipazione.
Mentre riscrivo queste frasi sul mio computer, guardo chi popola il vagone del regionale per Fara Sabina su cui sto viaggiando, e penso che effettivamente su certi punti non abbia affatto torto. Adesso scusate do un'occhiata al giornale, almeno per sapere come vanno le azioni della Fiat che ho acquistato...
Luciano Gallino
La lotta di classe dopo la lotta di classe
Intervista a cura di Paola Borgna
Laterza, Bari, 2012