Ipotesi di presente, ipotesi di futuro.

Dalla crisi economica a quella d’informazione e di idee
Non c’è sul calendario un giorno esatto per indicare il momento preciso in cui ha avuto inizio la crisi che stiamo vivendo. Certamente, però, ognuno di noi è in grado di definire un “prima” sulla base della propria esperienza personale: prima di iniziare a risparmiare su tutto, prima di non riuscire più a far fronte alle spese incomprimibili, prima che un amico, un parente o noi stessi perdessimo il lavoro.

La crisi -che è economica sì, ma prima ancora valoriale e relazionale- è entrata nelle nostre vite lentamente ma con decisione. All’inizio, la fiutavamo nell’aria, sentivamo che il tempo stava cambiando, ma avevamo il timore che parlarne l’avrebbe fatta divenire improvvisamente reale. Poi, quando abbiamo capito che la sua presenza era ormai un fatto incontrovertibile, abbiamo cominciato ad indagarne tutti gli aspetti, abbiamo iniziato a parlarne con tutti i mezzi e a tutti i livelli, e non abbiamo più smesso. Pubblicazioni, convegni, seminari, ricerche e dati sulla crisi si riversano come valanghe sulle nostre vite continuamente, amplificate nel loro diffondersi dai mezzi d’informazione.
Eppure, dopo tanto parlare conosciamo veramente questa crisi? Oltre le più evidenti conseguenze sul nostro vivere quotidiano, sappiamo veramente da dove è venuta e qual è la strada migliore per uscirne?
Forse, No.
Sembra assurdo dirlo quando chiunque, senza distinzione di età, sesso,  razza o istruzione, si trova sulle labbra parole come “spread” e “spending review”. Eppure, all’occhio e all’orecchio allenato non sfugge come “Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica”, così come si legge nell’appello contro il “Furto di informazione” a firma di Alberto Bugio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi e Valentino Parlato, pubblicato su “Il Manifesto” del 24 luglio 2012.
Gli studiosi in questione evidenziano come la gestione della crisi (le manovre e le riforme) non sia presentata ai cittadini come un susseguirsi di scelte politiche bensì di scelte economiche obbligate, in un continuo “non potevamo agire diversamente”; ed è proprio questo il punto: siamo sicuri che non si possa agire diversamente? Siamo sicuri che continuare a sostenere le teoria economica neoliberale, corresponsabile dell’attuale situazione, sia l’unico modo possibile di aggirare l’ostacolo?
Forse, No.
Sinora si è pensato al Mercato, al denaro, come un essere capace di auto regolarsi nello spazio infinitamente labile dei mercati finanziari virtuali, dimenticando troppo spesso che lo scambio (merci, soldi, beni materiali o immateriali) è relazione e senza persone reali non c’è scambio, non c’è relazione buona.
È vero, ci sono le file che si allungano davanti ai negozi per l’ultimo ritrovato tecnologico, ma si allungano anche le file davanti alle mense Caritas e le liste dei cassintegrati, degli esodati, dei disoccupati. E l’inevitabile fortissimo contrasto tra queste facce della stessa Italia, dimostra che le implicazioni di questa crisi non ci sono via via più chiare, ma viceversa sempre più confuse!
Diceva Albert Einstein “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato”.
Ecco perchè, dopo aver subito quella economica, valoriale e relazionale, il furto d’informazione ci trascina nella crisi più grave: la crisi di idee, di invenzioni, di rivoluzioni culturali, la mancata voglia di scommettersi e tentare, non a parole, con proclami e slogan, ma con i fatti. Certo, le risorse economiche in questo momento sono modeste per alimentare molteplici e diversi tentativi, ma TAGLIARE non è parola che da sola può generare speranza e futuro. Bisogna in qualche modo INVESTIRE, mixando in maniera inedita le risorse a nostra disposizione e mobilitando nuovi capitali (non più solo economici) per dar vita a un’idea diversa di economia.
Quello che serve al Paese non è solo un’ “innovazione di processo” ( le “ministre riscaldate” di fredde austerity spesso riservate solo a chi già di sacrifici ne sta facendo molti per arrivare a fine mese), ma una ben più radicale “innovazione di prodotto”! Abbiamo bisogno di tecnici che sappiano guardare oltre, che sappiano riconoscere nei numeri il vissuto ed i bisogni della gente comune; abbiamo bisogno di una nuova classe politica capace di operare per la costruzione e la salvaguardia del bene comune, riconoscendo che una “Buona Idea”, non ha schieramento, non è un successo personale da sbandierare per un tornaconto elettorale, ma è un progetto da sostenere nell’interesse della collettività; abbiamo bisogno di riattivare il futuro, perché vivere nell’orizzonte limitato del presente fa consumare tutto in fretta, sollevandoci dalle responsabilità e dal dovere della restituzione a chi verrà dopo. Abbiamo bisogno di essere generativi. Abbiamo bisogno di un’informazione corretta che non ci bendi gli occhi con notizie parziali e ci confonda con gli strilli dei fatti più clamorosi, ma che al contrario apra la mente alla conoscenza.
Oltre qualunque demagogia, ci sono possibilità e strumenti concreti per far sì che ciò si realizzi?
Forse sì.
Magari, la crisi non sarà una benedizione come diceva Einstein, ma può essere davvero la molla che ci spinge ad invertire la rotta prima di oltrepassare quel limite oltre il quale non si spera più. Magari ci si può ricordare della lezione di Keynes che invocava l’intervento dello Stato nell’economia con misure fiscali e monetarie che sostenessero la domanda e garantissero la piena occupazione; oppure concretizzare l’alternativa possibile dell’economia civile. Le strade da percorre sono tante, non  una sola, ed imboccarla non è una scelta obbligata di chi ci governa. Siamo noi a scegliere dove andare, perché siamo noi a scegliere chi governa.
Aprendo gli occhi (ma anche la mente e le orecchie) possiamo quindi sperare che saremo in grado di conoscerla e superarla davvero questa crisi? Saremo in grado di dar vita ad uno stravolgimento culturale che parta dagli stili di vita, passi per la politica e arrivi all’economia? Riusciremo ad allontanarci dall’attesa inerme per iniziare a costruire il nostro miracolo?
Forse sì. Se apriamo gli occhi ora, forse sì.

Ipotesi di presente, ipotesi di futuro.
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR