Italiani sempre più poveri di diritti


La fotografia del rapporto Caritas- Zancan: 2,73 milioni di famiglie povere

 Il 13, 8% degli italiani, ovvero 8,3 milioni di cittadini, vive in condizioni di povertà; un fenomeno che colpisce prevalentemente i giovani, le famiglie numerose, quelle monogenitoriali con incidenza maggiore al Sud.
Dall’indagine Caritas emerge, infatti, che il 20% delle persone che si rivolge ai centri d’ascolto dell’ente ha meno di 35 anni , una percentuale in aumento in soli cinque anni del 59,6% (2005-2010), con il 76,1% di essi che non studia né lavora.
Un quadro a tinte fosche, dunque, quello disegnato dall’ultimo Rapporto a cura di Caritas e della Fondazione Zancan, intitolato “Poveri di diritti”, che è stato presentato proprio il 17 ottobre in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della povertà.
Eppure, sempre secondo Caritas i fondi per mettere in campo forti e serie azioni di contrasto alla povertà ci sono ma, come spesso accade in Italia, essi sono investiti male all’interno di una spesa pubblica che, sebbene lieviti di anno in anno, sempre meno riesce a garantire servizi efficienti e per tutti i cittadini.
Nonostante ciò, quest’anno il rapporto ha voluto particolarmente concentrarsi su tutti quegli altri effetti della povertà che esulano dalla mera riduzione dei beni materiali. L’attenzione dell’indagine infatti si è spostata particolarmente sulla povertà relazionale, la povertà cognitiva, e soprattutto la povertà di diritti.
Si tende sempre a pensare che la globalizzazione dei mercati, così come delle comunicazioni, abbia avvicinato tutto il mondo in un abbraccio quasi soffocante, e spesso quindi non ci si rende conto che invece essa ha creato nuovi meccanismi tanto di inclusione quanto di esclusione sociale. In questo nuovo sistema dominato non dalle leggi del mercato, bensì da quelle più spietate del consumismo, il soggetto che non appartiene né alla categoria di chi produce né a quella di chi consuma, automaticamente non esiste e, grazie alle forze centrifughe del sistema, viene collocato ai margini nella nostra società.
Per questo motivo, il Rapporto sottolinea l’importanza per questi 8,3 milioni di persone del diritto a non “scomparire  per effetto statistico”, visto che le indagini spesso non riescono a documentare le conseguenze che la crisi ha avuto sulle famiglie (2,73 milioni di famiglie povere) e non riescono a dar loro voce per poter reclamare: il diritto alla casa, il diritto al lavoro, alla famiglia, all’alimentazione, alla salute, alla giustizia.
In questo senso perciò, il rapporto Caritas- Zancan conferma quello che era evidente già da mesi a coloro che, come le Acli, si pongono a sostegno delle famiglie, dei lavoratori, dei giovani e degli immigrati seguendoli nella loro quotidianità problematica: la crisi che stiamo vivendo non è solo economica, ma essa sempre di più si configura come una crisi relazionale e valoriale.
La tempesta finanziaria ha messo a nudo la fragilità di società  e di mercati economici costruiti solo sul profitto e ha palesato l’incapacità della classe politica di reagire tempestivamente, guardando a qualcosa che non fossero solo i propri interessi personali e di casta.
Oggi, dunque, si può essere poveri economicamente ma anche e soprattutto, come ci ha ricordato monsignor Mariano Crociata, per mancanza “di capacità, di relazioni e di socialità, privazione di strumenti informativi e culturali, perdita di identità e di senso, smarrimento di valori e assenza di punti di riferimento solidali all’interno della città e del tessuto sociale”.
Sempre secondo il segretario generale dell’Episcopato Italiano, poi, i dati raccolti “dimostrano un generalizzato aumento della povertà e di nuovi poveri e il progressivo coinvolgimento in situazioni di temporanea difficoltà economica di persone e famiglie tradizionalmente estranee al fenomeno”. Tale situazione deriva di fatto dall’incapacità di molte famiglie di fare “i conti con la crisi”, ossia  dalla difficoltà  di tutti i suoi componenti a sapersi adattare a livelli di consumo inferiori a quelli pre-crisi, generando così in tutta la famiglia una situazione di stress e di sofferenza, in cui sono “le donne e le nuove generazioni a pagare il prezzo più elevato”. In questo senso quindi lo stile di vita diviene anch’esso una causa di impoverimento delle famiglie (se non la principale per il ceto medio) che comprimono le spese riguardanti i beni di prima necessità senza rinunciare all’acquisto di “beni-status”, come telefoni cellulari, televisori di ultima generazione e console per videogiochi.
In questa situazione si rende dunque necessario immaginare nuovi interventi di contrasto alla povertà che vadano oltre le sovvenzioni economiche e si dirigano verso una rieducazione sociale delle modalità di consumo, verso un’equa distribuzione delle risorse in tutti gli strati della popolazione e verso nuove politiche di promozione ed inclusione sociale.

Italiani sempre più poveri di diritti
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Fonte UNHCR
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