Jobs act: creare lavoro e ridare un progetto al Paese

Occorre concentrarsi soprattutto sulla crescita dell’occupazione, di buona occupazione ancor di più della crescita economica. Infatti anche una pur importante immissione di denaro nelle tasche dei cittadini meno agiati rischia di dare solo una boccata d’aria se non si investe prioritariamente nel creare nuovo lavoro e non si redistribuisce quello esistente.

I recenti provvedimenti (un decreto e un annunciato disegno di legge delega) dicono della volontà del nuovo Governo di intervenire rapidamente a favore del lavoro e rimettono a tema una serie di questioni importanti. In particolare il disegno di legge delega intenderebbe trattare aspetti fondamentali: ammortizzatori che coprano effettivamente tutti i lavoratori e che non si interrompano per chi resta sotto la soglia di povertà assoluta; affiancamento e definizione di un quadro pubblico e privato di quelle politiche attive, già delegate al Governo dalla Legge Fornero, con l’introduzione di una Agenzia nazionale; semplificazione delle procedure di assunzione; misure di conciliazione innovative e universali; ridefinizione di un testo chiaro sui contratti, con gli intenti di definire un compenso minimo (che ormai in Europa manca solo in Italia, dopo le recenti scelte della Germania) ed elaborare un contratto di ingresso a tutele progressive. Bene anche l’annuncio di uno stanziamento di mezzo miliardo per l’impresa sociale.

Sono tutti temi importanti, che andranno approfonditi nei particolari, ai quali si affianca un decreto che semplifica e rende più flessibili i contratti a tempo determinato e l’apprendistato.
Su questi ultimi ci pare che fosse necessaria una semplificazione, ma ci chiediamo se le colpe della burocrazia debbano sempre essere colmate dalla maggiore flessibilità dei lavoratori. Forse ci possono essere strade intermedie per non appesantire le imprese e nel contempo premiare il lavoro che gradualmente tende a qualificare e stabilizzare. Così come crediamo vada reinserito il ruolo della formazione nell’apprendistato, ma con procedure agili, anche per non essere nuovamente redarguiti dall’Europa. Infine occorre chiedersi se sia il vincolo all’assunzione di una percentuale di apprendisti la vera causa frenante le imprese visto che nel periodo precedente la crisi questo accordo era già previsto in alcuni contratti. Forse le imprese non assumono o assumono meno non per i vincoli, ma semplicemente perché non c’è lavoro da dare, perché l’economia è bloccata (quella interna, mentre va meglio chi esporta)

Nell’insieme crediamo serva soprattutto ritornare a un clima di dialogo sociale con il mondo del lavoro proprio perché si possa dare efficacia ai molti intenti e principi proposti dal Governo dentro un ridisegno di una politica di sviluppo che ridia un progetto al Paese. In particolare segnaliamo alcuni aspetti su cui tornare.

Riduzione del cuneo fiscale: usiamola per creare lavoro

Si auspica che prosegua una politica di riduzione del cuneo fiscale. Tuttavia stante le poche risorse il taglio aumenterà con gradualità. Ci pare allora che serva promuovere un taglio selettivo che, per la parte che riguarda i lavoratori, da un lato si concentri su chi ha più bisogno di altri, evitando di fare parti eguali tra diseguali, dall’altro stimoli l’emersione o la creazione di nuovo lavoro.

In particolare sulla parte di taglio delle tasse a favore di famiglie più popolari, proponiamo una operazione nata dall’esperienza delle ACLI Colf e dei nostri servizi (già sottoposta tramite Forum del Terzo Settore a questo e al precedente Esecutivo) che da un lato garantisca un uso più equo dei fondi (aiutando sotto una soglia di reddito chi ha più problemi di assistenza) e dall’altro permetta di far emergere e promuovere il lavoro di cura.

Si tratta della possibilità di detrarre l’intero costo dell’assunzione del collaboratore da parte dei soggetti non autosufficienti, fino ad un limite massimo di 14.000 euro annui, per i soggetti con reddito imponibile fino ad Euro 40.000; nonché della possibilità di portare in detrazione da parte del coniuge, dei figli, dei nipoti, di genero o nuora (art. 433 Codice Civile) la eventuale parte di spesa che non ha trovato capienza nel reddito dell’invalido (condizione indispensabile per garantire lo stesso trattamento a tutti i soggetti, anche a quelli con reddito basso).

Con questa misura si potrebbe sostenere le difficoltà di chi ha anche il peso di un problema di assistenza molto oneroso e nello stesso tempo si farebbe emergere una buona fetta di lavoro nero facendo così crescere l’occupazione di almeno 1 punto percentuale (200.000), e di almeno 0,5 il primo anno (100.000 occupati in più). E la spesa sarebbe quasi completamente ripagata da contributi ora non versati e anche da un aumento decimale del pil, e relativo riverbero sullo spread.

Ma questa stessa impostazione potrebbe essere utilizzata per sostenere le famiglie laddove devono pagare una baby-sitter, attività di doposcuola, servizi formativi, un posto al nido ecc.., : tutti costi che gravano pesantemente sui bilanci familiari e che nello stesso tempo se sostenuti possono creare e rafforzare la crescita dell’occupazione nei servizi alla persona.

Il contratto a tutele progressive sia unico

Il contratto a tutele progressive è una delle proposte che le Acli sostengono da tempo. Va chiarito subito che non può trattarsi di un contratto da applicare in seguito ad altri, ma appunto di un contratto unico o prevalente. Un lavoratore non può fare tre anni da apprendista, tre anni di collaborazione a progetto, poi tre di tempi determinati e poi il contratto di inserimento, tutto con la stessa azienda. Così non si promuove una economia di qualità che fa perno sulla qualità del lavoro, e non sul suo sfruttamento.

In secondo luogo bisogna capire come partite iva, collaboratori a progetto e altre forme flessibili vengono ricondotte ad alcune situazioni e non se ne abusa o si gioca sui costi. Qui le sole norme non bastano. Inoltre la “Fornero” ha dimostrato che aumentarne il costo facendo salire gli oneri sociali e previdenziali rischia di far cadere il costo sui lavoratori stessi che all’aumentare delle percentuali si vedono ridurrei i compensi netti. Serve che almeno questo aumento di costo sia immediatamente utilizzabile nei periodi di non lavoro, e serve addivenire a uno Statuto dei lavoratori autonomi per chi sceglie la partita iva, che effettivamente li tuteli e consenta loro forme di rappresentanza.

Infine bisogna capire come incentivare il ricorso al contratto a tutele progressive anche tenuto conto della scarsità di risorse.

Politiche attive e passive universali, basate sulla formazione permanente e sulla partecipazione dei lavoratori

Diventa certamente fondamentale allargare a tutti i lavori gli ammortizzatori prevedendo una forma di collegamento con percorsi di riqualificazione e politiche attive del lavoro che aiutino a ricollocarsi, ma anche a intervenire sulle piccole e medie aziende per aiutarle a riorganizzarsi prima delle chiusure o a valutare in taluni casi la trasformazione in cooperative di lavoratori. Da questo punto di vista va ripresa quella parte della legge Fornero che prevedeva un percorso verso la partecipazione dei lavoratori agli organi delle aziende, perché anch’essa è una forma non solo di tutela, ma un contributo a una migliore prevenzione delle situazioni di crisi.

Ma parlare di politiche attive significa immaginare innanzitutto la Scuola come sistema di Istruzione e Formazione professionale che aiuta ad incontrare prima il mondo del lavoro e accompagna e sostiene la specializzazione e la riqualificazione del lavoratore durante tutto il corso della vita. In questo senso a ogni ammortizzatore va collegato un percorso di formazione, tirocini, ecc che aiutino a ricollocare e riqualificare. Nelle Regioni del Nord è dimostrato che questa impostazione abbatte la dispersione scolastica e sarà strategica soprattutto per far si che la Youth Garantee non resti l’ennesimo progetto episodico.

Sulle politiche attive serve un investimento anche in una migliore organizzazione tra Stato, Regioni ed enti locali, anche prevedendo una Agenzia nazionale per il lavoro. In questo campo molti soggetti di Terzo settore hanno dimostrato di avere competenze ed esperienze positive, ma anche di poter abbinare gli interventi individuali a forme di promozione di nuovi lavori nel sociale e di nuova imprenditorialità, come tra l’altro testimonia l’esperienza della cooperazione di inserimento lavorativo, che va valorizzata soprattutto per vincolare le aziende all’inclusione di persone diversamente abili.

Redistribuzione del lavoro a favore dei giovani

Serve soprattutto in prospettiva redistribuire il lavoro che c’è, soprattutto a favore dei giovani (se lavorassimo in media quanto in Germania, secondo i calcoli dell’economista Nicola Cacace, avremmo 4 milioni di lavoratori in più).

Due proposte:

Part time verso la pensione e part time di ingresso dei giovani. La riforma delle pensioni trattiene sul mercato del lavoro almeno circa 600.000 persone che aspettavano di andare in pensione, laddove circa 600.000 sono i giovani disoccupati fino a 24 anni. Senza confidare in un automatismo proponiamo però una prima misura che sarebbe già possibile praticare senza particolari interventi legislativi, magari facendo ricorso ai contratTi di solidarietà espansivi (lavorare meno per fare nuove assunzioni): la possibilità di andare in pensione part time in modo graduale prima dei 67 anni, in cambio dell’assunzione a part time di un altro lavoratore (del reso anche la Germani torna alla pensione anticipata a 63 anni). Va infatti detto che la riforma Fornero bloccando le pensioni ha bloccato anche il ricambio tra uscite e nuovi ingressi soprattutto di giovani.
 

Detassare l’assunzione a part time dei giovani. Inoltre invece di detassare gli straordinari (disincentivando il ricorso ad altre assunzioni) concentrare, oltre all’apprendistato, gli incentivi per l’assunzione di giovani per detassare (come da proposta di Raffaele Morese e altri esperti) soprattutto i part time dei giovani così da raggiungere più persone e cominciare in prospettiva a promuovere una organizzazione dei tempi di lavoro più in linea con i pesi del centro e nord Europa dove si lavora in media 1500 ore l’anno, meno del 20 % rispetto al nostro mondo del lavoro (quasi 1.800: se gli orari fossero distribuiti come in Germania avremo 4 milioni di lavoratori in più)

Industria 2020: un piano di politiche industriali

Tutte queste cose sono necessarie, ma insufficienti se non si mette in cantiere un piano di politiche industriali. Proponiamo che il Governo vari entro pochi mesi un programma Italia 2020 che stimoli con un fondo anche nazionale: le reti di impresa e la crescita del modello di impresa sociale e di cooperazione; gli investimenti in sviluppo, ricerca e innovazione; le forme di finanziamento di garanzia e di accesso agevolato al credito; l’internazionalizzazione; in particolare puntando su campi strategici: la manifattura; il Made in Italy; l’industria agro-alimentare; l’alleanza cibo-artigianato-cultura-turismo; le bio e le nanotecnologie; il nuovo welfare dei servizi alla persona; la green economy; la mobilità sostenibile e lo sviluppo del sistema portuale (il cui pessimo funzionamento costa alle imprese più dell’Irap). Con una particolare attenzione a coniugare questi aspetti con le politiche di coesione per il rilancio del nostro Mezzogiorno, che diventa sempre più strategico anche per l’Europa, per la sua collocazione al centro del Mediterraneo, e quindi del potenziale più importante progetto di co-sviluppo tra continenti profondamente differenti.

Ritardi dei pagamenti, burocrazia, precarietà e appalti al ribasso: la P.A. rispetti la Legge

Oltre a un piano di semplificazione e accelerata informatizzazione della P.A., serve addivenire immediatamente ai pagamenti in ritardo che uccidono moltissime imprese.

Ma serve anche una normalizzazione secondo legge dei tempi di pagamento. Stessa cosa vale per il precariato che spesso cova nell’indotto della Pa e delle sue partecipate. E troppo spesso per spendere poco si lasciano crescere affaristi e organizzazioni che nulla hanno a che vedere coll’etica di impresa, con finte cooperative e finto terzo settore (che combattiamo), all’ombra di assessorati, enti di Stato o cda di aziende di servizi pubblici, che però magari si dimostrano grandi elettori e possono anche aspettare di essere pagati dopo anni. Servirebbe introdurre una sorta di Responsabilità Sociale della Pubblica Amministrazione: chi paga in ritardo o consente compensi o non regolari o sotto soglie decenti, va punito e ne risponde anche personalmente. E quando una Regione male amministra si applichi l’articolo 120 della Costituzione, surrogandone la gestione. Il valore del lavoro non può essere negato, è un furto, ai danni dell’imprenditore serio che aspetta a sue spese di essere pagato, e a danno dei lavoratori. 

Jobs act: creare lavoro e ridare un progetto al Paese
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR