La centralità del lavoro per uno sviluppo sostenibile

Il vero sviluppo è molto di più della semplice produzione di beni o del conseguimento di più elevati standard economici. Questo non è solo il monito della Caritas in Veritate: è la riflessione che stanno affrontando economisti, studiosi e che comincia attecchire nelle istituzioni politiche e in quanti cercano nuove strade per uscire dalla crisi che ci attanaglia. Le Acli lo hanno ribadito nel documento del Consiglio Nazionale di aprile confermando il loro impegno a promuovere quella componente immateriale dello sviluppo fatta di coesione sociale, di contrasto alle crescenti disuguaglianze, di corresponsabilità di lavoro e impresa nel promuovere una nuova crescita, e di partecipazione dei lavoratori alla vita economica delle aziende. È in questo modo che si contribuisce alla più rilevante questione al centro delle preoccupazioni degli italiani: promuovere una crescita capace di generare nuova occupazione. Ma contrariamente a ciò che è avvenuto in epoche passate, dentro a cicli economici geograficamente delimitati, oggi, nel contesto globale, per creare sviluppo bisogna far leva su una più ampia gamma di indicatori: c’è una dimensione dello sviluppo che si chiama benessere del capitale sociale.

Questa concezione più completa dello sviluppo ha trovato una eco nelle misurazioni della qualità della vita realizzate nell’ambito delle Nazioni unite che includono valutazioni complementari al semplice sviluppo economico, come la speranza di vita, l’accesso e la qualità dell’educazione, le disuguaglianze sociali, l’equità di genere, la governabilità democratica e la tutela dell’ambiente. Nel nostro futuro, crescita e occupazione continueranno a essere importanti, ma dovranno camminare insieme a un miglioramento qualitativo dell’intera vita. Si tratta di una indicazione emersa con forza anche a livello europeo dal set di indicatori proposti dalla Commissione Stiglitz-Sen. D’altra parte gli studi delle correlazioni tra felicità, stili di vita e condizioni sociali, avevano dimostrato ampiamente in tutto il mondo occidentale, come il benessere economico dipenda da fattori strettamente collegati con la coesione sociale, con la fiducia, con la percezione di utilità sociale del proprio vivere, con le condizioni lavorative, con la presenza di volontariato e di forme di solidarietà. Abbracciando l’orizzonte del profondo cambiamento dei modelli economici e sociali che hanno caratterizzato lo sviluppo in quest’ultimo ventennio, le Acli intendono conferire una nuova centralità al lavoro, considerato come l’elemento ordinatore delle relazioni economiche, sociali e politiche. È attorno al lavoro che si dovrà dare un nuovo fondamento allo sviluppo del pianeta. Oggi è possibile scommettere su una nuova cultura che, superando l’antagonismo che ha caratterizzato le relazioni industriali nel XX secolo, punti alla costruzione di un patto per lo sviluppo tra mondo del lavoro e mondo dell’impresa.
Il superamento di una visione contrappositiva tra capitale e lavoro non è solo il motivo ricorrente della Dottrina sociale della Chiesa, fino all’ultima Enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate, ma rappresenta anche il nuovo scenario del progresso per i Paesi a più lunga tradizione liberale. La crisi sembra dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, che il sociale è capace di contrastare trend economici negativi più dell’economia stessa e che è necessario investire nell’affiancamento alle politiche economiche di un set adeguato di politiche sociali, che si occupino di ricostruire una risorsa fondamentale fatta di fiducia, di sicurezza sociale e mutualismo solidaristico per poter reagire adeguatamente soprattutto alla perdita di posti di lavoro. I dati disponibili ci indicano con sufficiente chiarezza come interventi pubblici di stabilizzazione e di sostegno ai segmenti deboli della società giochino un ruolo fondamentale nella limitazione degli impatti negativi, economici e sociali, delle crisi. La maggior parte delle differenze tra Paesi sembra essere fortemente correlata con la capacità di mettere in campo ammortizzatori e interventi attivi di reinserimento nel mercato del lavoro. Ma guardare con una nuova prospettiva al futuro sviluppo del pianeta è anche imposto dalle condizioni di intollerabile disuguaglianza che sono venute crescendo con la globalizzazione. Il reddito medio pro capite quotidiano nell’Africa nera si aggira sui 70 centesimi di euro, nei Paesi arabi non petroliferi si aggira intorno sui 7 euro; rispetto a questi ultimi in Europa è 13 volte superiore. Generalizzando i livelli medi attuali di consumo, occorrerebbero già le risorse di una Terra e mezza, e se tutto il mondo consumasse quanto un americano medio ci vorrebbero risorse di 5 pianeti per poterle produrre. È inutile criticare respingimenti di migranti e altrettanto piangere sulle vittime delle tragedie se poi non si modificano gli squilibri attuali, anche se ciò inevitabilmente comporterà un ridimensionamento radicale dei nostri consumi e del nostro stile di vita. Crescita economica e aumento della miseria convivono. Pensavamo la prima come antidoto alla seconda e molti hanno visto nell’economia globale l’occasione per far uscire interi continenti dalla povertà. Lo sviluppo c’è stato, ma la povertà è rimasta e le distanze tra ricchi e poveri sono cresciute. Come spiegare, altrimenti, nell’India del miracolo economico la tragedia di 11 milioni di bambini di strada che lottano per sopravvivere nella miseria? Eppure la più grande democrazia del mondo, un miliardo e duecento milioni di abitanti, nel giro di un decennio è diventata la dodicesima economia del pianeta. A seguire, tra i Paesi emergenti, ci sono il Brasile che continua a pullulare di favelas; la Russia patria degli orfanotrofi senza nome; la Cina, che nel volgere di dieci anni potrebbe diventare la prima economia mondiale scalzando gli Usa, dove la ricchezza si sta accumulando nelle mani di pochi ricchi e ricchissimi. Tutte economie che galoppano con indici di sviluppo a due cifre. Ma cade anche un’altra illusione di noi occidentali che abbiamo sempre pensato che la libertà economica e quella politica dovessero camminare una a fianco all’altra. Mai le disfunzioni dell’economia mondiale sono state tanto gravi quanto lo sono oggi: disoccupazione di massa, crescita impressionante dell’illegalità e delle povertà negli Stati ricchi, miseria insostenibile in molti Paesi in via di sviluppo, aumento delle disuguaglianze di reddito pro capite tra le Nazioni.
Tutto ciò non può lasciare indifferente la democrazia. Il sistema economico mondiale procede in una crescente tensione tra questi opposti. Fino a venti anni fa, nelle popolazioni europee esistevano differenze di ricchezza, di reddito e di classe sociale; ma quali che fossero le difficoltà della vita quotidiana, ciascuno era socialmente integrato, ciascuno poteva prevedere un aumento del proprio reddito lungo il corso della sua esistenza, ciascuno poteva avere una ragionevole certezza che i propri figli avrebbero avuto un futuro migliore. Oggi queste stesse popolazioni per un pezzettino si sono considerevolmente arricchite, una parte non trascurabile della classe media ha perduto una parte del proprio benessere, una minoranza consistente è disoccupata e al lavoro che manca si riconducono nuove forma di povertà.
Nel trentennio che va dal 1945 al 1975 la popolazione del mondo era molto più povera di oggi e le condizioni di vita, comprese quelle dei Paesi sviluppati, erano molto più difficili. Ma in quel passato le persone avevano un futuro, la politica compiva il suo compito di mettere in scena “l’avvenire”. La globalizzazione senza governo accresce il ruolo del mercato e riduce quello della società civile e quello della democrazia. Questa è la pesante lezione della storia di questi nostri anni. Lasciare che l’internazionalizzazione dell’economia continui a far crescere le disuguaglianze tra Paesi e all’interno di ogni Paese indebolisce la democrazia e rende un pessimo servizio alla stessa globalizzazione. Come spiegare altrimenti, se non come una deriva senza governo, il fatto che la fortuna di un pugno di manager sia superiore al prodotto interno lordo di Paesi popolati da centinaia di milioni di abitanti? Anche a noi quindi il compito di restituire alla democrazia quel vigore che mai avrebbe dovuto perdere.
* responsabile nazionale dipartimento Lavoro delle Acli(da Azione sociale n. 2/2011)

La centralità del lavoro per uno sviluppo sostenibile
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