La fede in Gesù

La comunione di Gesù col Padre diventa motivo di fede per noi. Questo brano conclude il cap. 4 di Marco che riguarda i discorsi in parabole di Gesù rivolti alle folle. Le parabole sono un modo per svelare, velando, il mistero di Dio. La parabola è un racconto enigmatico che si rivolge all’uditore per spingerlo a riflettere su ciò che ha ascoltato e prendere una posizione. L’enigma è in favore dello svelamento che richiede un lavoro necessario da parte di chi ascolta. Un esempio significativo è la parabola che racconta il profeta Natan per convincere il re Davide del suo peccato di adulterio con Betsabea e di omicidio nei confronti del marito di lei, Uria (cfr. 2Sam 12).

Il cap. 4 del vangelo di Marco riguarda la dinamica della venuta del regno di Dio e alcune sue caratteristiche. Se si comprende la parabola del seminatore si possono comprendere anche le altre parabole che riguardano il regno di Dio (Mc 4,13). La semina della parola evangelica è abbondante e raggiunge ogni tipo di terreno, cioè ogni angolo nascosto del cuore umano che è fatto da terreni diversi. Alcuni aspetti del regno li accogliamo con gioia e altri con più fatica, fino a rifiutarne alcuni perché troppo faticosi. Il vangelo di Marco fa vedere frequentemente quanto sia difficile accogliere l’evangelo della resurrezione di Gesù da parte di coloro che hanno vissuto con lui mentre predicava la venuta del regno di Dio nella sua persona, anche dopo la resurrezione stessa di Gesù: «Alla fine apparve agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non  avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto» (Mc 16,14).

Passata la giornata a predicare in parabole Gesù vuole passare all’altra riva del lago di Tiberiade. Un forte vento agita le acque e riempie la barca in cui si trova Gesù, ma mentre tutti i suoi compagni si agitano, Gesù dorme. E’ il sonno del giusto, come recita il Salmo 4: «In pace mi corico e subito mi addormento»? Oppure indica solo la stanchezza di Gesù dopo una giornata intensa di predicazione? Il vangelo non ce lo dice, sottolineando invece come i discepoli lo svegliano per dirgli la loro preoccupazione per la situazione, pur essendo esperti marinai, in cui  c’è anche una punta di rimprovero, visto il suo non fare niente.

Gesù allora compie ciò che deve fare. Egli usa la parola per calmare il vento. E’ un richiamo al testo della Genesi al cap. 1, quando a Dio basta una parola per mettere ordine nel mondo che sta creando. Il suo è un gesto potente che rimanda appunto alla potenza della parola di Dio. E, a sua volta, Gesù rimprovera i discepoli per la loro scarsa fede che genera la paura. Se avessero fede in lui, saprebbero che non avrebbero corso alcun rischio per la vita, perché da lui viene la vita vera, quella eterna e, inoltre, che non è ancora giunta la sua ora.

E dunque i discepoli sono chiamati a loro volta a interrogarsi su chi è Gesù, sono rimandati alla loro paura, alla loro codardia (in greco: deilos), per tramutarla in timore (in greco: phobos) di Dio che è principio della sapienza (Pro 1,7), cioè del saper riconoscere la manifestazione del regno di Dio che viene nella parola evangelica annunciata da Gesù.

 

21 giugno 2015 – XII Domenica Tempo Ordinario – Anno B

Marco 4,35-41

35In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». 36 E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37 Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38 Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39 Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40 Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 41 E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

 

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