La figura del vescovo nel nuovo millennio

Dagli archivi de il Regno il profilo del vescovo tracciato da Papa Francesco (allora, card. Bergoglio) nel 2001, nella sua Relatio post disceptationem al termine del Sinodo dei vescovi.

Uomo di preghiera
I padri sinodali hanno accolto con grande apertura dei cuori il tema della vita spirituale del vescovo. In questo sentimento abbiamo riconosciuto alcune espressioni sulle quali vale la pena di soffermare il pensiero.
Come affermato poco fa, la forza della Chiesa è la comunione, la sua debolezza è la divisione. Il vescovo con questa forza cerca di essere disponibile per Dio, consapevole di essere chiamato a essere un uomo santo e diligente. Solo il vescovo che è in comunione con Dio può essere al servizio della speranza. Solo quando sarà penetrato nella nuvola impenetrabile ma luminosa del mistero trinitario, Padre, Figlio e Spirito Santo, il vescovo può ricevere in modo più evidente i segni del suo essere, nella Chiesa, padre, fratello e amico. Il vescovo è chiamato a entrare nel suo mistero per poter esercitare il suo ministero e il suo carisma: da qui il suo senso del martirio. La figura del vescovo orante è emersa diverse volte, presentandolo come testimone della preghiera e della santità, testimone del tempo salvifico, tempo di grazia. Nella celebrazione dell’eucaristia, nella preghiera, nella riflessione e nel silenzio, egli adora e intercede per il suo popolo. Sentendosi peccatore, si avvicina con frequenza al sacramento della riconciliazione; consapevole delle meraviglie compiute dal Signore nella storia, celebra le lodi quotidiane nella liturgia delle ore.
Chiamato ad essere santo
Come è stato detto nei molti interventi fatti sul tema, la santità del vescovo è postulata da ragioni proprie, che vanno oltre la vocazione alla santità nella Chiesa, di cui ha trattato l’intero capitolo V della costituzione dogmatica Lumen gentium. Il contesto più chiaro e immediato, nel quale dev’essere inserito il tema della santità del vescovo, è offerto dalla sacramentalità dell’episcopato. In virtù di questa sacramentalità l’ordinazione episcopale non è un semplice atto giuridico, mediante il quale è conferita a un presbitero una più ampia giurisdizione, ma un’azione di Cristo che, donando lo Spirito del sommo sacerdozio, santifica l’ordinando nel momento in cui riceve il sacramento e che di per sé esige per lui stesso tutti quegli aiuti di grazia di cui ha bisogno per l’adempimento della sua missione e dei suoi compiti. La conseguenza è che ogni vescovo si santifica proprio nel e con l’esercizio del suo ministero.
Poiché, poi, nel triplex munus conferito al vescovo mediante l’ordinazione sacramentale è incluso quello della santificazione, è stato pure sottolineato che il suo esercizio non può essere limitato all’amministrazione dei sacramenti, ma deve includere ogni azione e ogni comportamento del vescovo, sicché anche mediante la sua vita egli guida i fedeli verso la santità. Ogni vescovo dev’essere per loro il modello di una vita santa e il primo maestro e testimone di quella pedagogia della santità di cui ha scritto Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte. D’altra parte ogni vescovo, considerando non solo l’intera storia della Chiesa, ma anche quella della propria diocesi, si trova come avvolto da una moltitudine di testimoni che segnano il suo cammino. La vita santa del vescovo, in ultima analisi, è una testimonianza (martyrion) che, offerta a Cristo, ricerca con umiltà una mistica identificazione con il buon Pastore, che dona la vita per le sue pecorelle (cf. Gv 15,13) e induce a un volere fare proprie le parole di Gesù: “pro eis ego sanctifico me ipsum” (Gv 17,19). La vita di un vescovo in ogni tempo e situazione si svolge sotto lo sguardo del Signore che abbraccia la croce, sicché la sua santità si esprime in due passioni: la passione per il Vangelo di Gesù Cristo e l’amore per il suo popolo che ha bisogno della salvezza. Sono passioni che si manifestano nella bontà e nella mitezza delle beatitudini. Passioni che si radicano nella coscienza del suo nulla, del suo essere un peccatore che ha ricevuto il dono della grazia di essere eletto per l’immensa bontà del Padre.
La formazione permanente
Strettamente congiunto con il tema della santità e della vita spirituale del vescovo è risuonato, in molti interventi dei padri sinodali, quello della sua formazione permanente. Se ne hanno bisogno tutti i membri della Chiesa, come appare dalle esortazioni apostoliche Christifideles laici, Pastores dabo vobis e Vita consecrata, a maggior ragione ne hanno bisogno i vescovi. Fra le ragioni indicate c’è anche il compito missionario del vescovo, incaricato di gettare come un ponte (pontifex) tra il Vangelo e il mondo. Pur in presenza di valide esperienze già promosse in questo settore con l’iniziativa di organismi della Santa Sede (Congregazione per i vescovi, Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli…) si avverte il bisogno di precisare ulteriormente il senso di questa formazione (perché non sia lasciata soltanto all’iniziativa del singolo vescovo, ma sia incoraggiata da proposte anche istituzionali di vario genere) e i suoi obiettivi specifici, in rapporto, cioè, al ministero episcopale. Come maestro della fede, ad esempio, il vescovo ha bisogno di una formazione permanente negli ambiti della teologia dogmatica, morale, pastorale e spirituale.
Povero per il Regno
Uno degli aspetti più segnalati dai padri sinodali riguardo alla santità del vescovo è la sua povertà. Uomo di cuore povero, è immagine di Cristo povero, imita Cristo povero, essendo povero con un discernimento profondo. La sua semplicità e austerità di vita gli conferiscono una completa libertà in Dio. Il santo padre ci invitava a fare un esame di coscienza “circa il nostro atteggiamento verso i beni terreni e circa l’uso che se ne fa (…), a verificare fino a che punto nella Chiesa sia la conversione personale e comunitaria a un’effettiva povertà evangelica (…), a essere poveri al servizio del Vangelo”.(Giovanni Paolo II, Omelia in occasione della messa di apertura delle X Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi). Con queste ultime espressioni Giovanni Paolo II ci ricorda che si tratta di perseguire quel radicalismo evangelico per il quale beato è chi si fa povero in vista del Regno, per mettersi nella sequela di Gesù-povero, per vivere nella comunione con i fratelli secondo il modello dell’apostolica vivendi forma, testimoniata nel libro degli Atti degli apostoli. (…)
12 ottobre 2001
Jorge Mario card. Bergoglio, relatore generale aggiunto

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