La nonviolenza è una cosa seria

Dopo la manifestazione del 15 ottobre 2011, il dibattito sulla violenza è tornato centrale in Italia. Da una parte, con l’unanime denuncia della violenza di parte dei manifestanti; dall’altra, con l’altrettanto quasi unanime richiamo alla necessità di leggi o interventi che permettano una violenza (in particolare sotto forma di controllo ma non solo) dello Stato nei confronti dei cittadini. In tutto questo la nonviolenza è, secondo me, citata superficialmente e a sproposito.
E solo come un’accusa generica al Movimento dei manifestanti di non essere abbastanza nonviolenti. Come se il resto dei cittadini non manifestanti fosse invece nonviolento, come se lo Stato e le Istituzioni in Italia fossero nonviolente.

Nel dibattito odierno mi pare che sfuggano alcuni concetti fondamentali. Martin Luther King affermava: «La più grande tragedia di questo periodo di trasformazione sociale non è nei clamori chiassosi dei cattivi ma nel silenzio spaventoso delle persone oneste». E Gandhi: «La nonviolenza non può essere un paravento per la codardia o per l’indifferenza».
Abbiamo poi appena celebrato i 50 anni della Marcia per la pace Perugia-Assisi.
Marcia inventata da Aldo Capitini, un padre della nonviolenza in Italia che scriveva: «Debbo subito combattere un malinteso: per noi essere “pacifici” non significa accettare la realtà com’è, la società com’è, per amore del quieto vivere e in nome di fraternità o rassegnazioni male intese. Per noi volere la pace è scegliere consapevolmente un metodo di lotta, di contrasto, di superamento, che è il metodo nonviolento». Il richiamo alla nonviolenza non può essere in coscienza usato come motivazione alla repressione della libera espressione, all’esercizio di critica, al mantenimento dello status quo. La nonviolenza nella sua espressione positiva è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere. Nella sua espressione negativa è proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli né sopprimerli.
È chiaro che con un metodo di questo genere il massimo rilievo è dato ai mezzi ma prima ancora, alla scelta personale. Per Capitini, la Marcia Perugia-Assisi doveva avere un carattere chiarissimo fin dall’inizio: l’iniziativa doveva partire da un nucleo pacifista integrale (che avesse cioè approfondito e praticato la scelta nonviolenta). Solo questo poteva garantire il fatto che la marcia veicolasse il messaggio (“la consapevolezza della pace in pericolo”) a tutti e in particolar modo alle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica e nel farlo presentasse il metodo nonviolento come metodo possibile di fronte alle ingiustizie e alle persone avverse.
Solo così la marcia poteva essere una reale manifestazione dal basso che tende a voler e poter coinvolgere e comprendere tutti e in particolare la moltitudine povera che sa di essere nel giusto e si accomuna volentieri se le viene data l’occasione e il modo di farlo.
E questo mi pare sottolinei due aspetti e cioè quanto è ancora vivo, presente, consistente questo nucleo di pacifisti integrali oggi? Quanto questo nucleo oggi riesce ad essere attivo e parte della mobilitazione di protesta attuale? Ed è un richiamo che faccio, ovviamente, in primo luogo a noi stessi.
Gandhi diceva: «La vostra convinzione che non vi sia rapporto tra mezzi e fine è un grande errore. Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero». Prima di dire che ogni mezzo è usabile, bisogna considerare il costo dei mezzi e le conseguenze del loro uso e i mezzi non sono solo strumentali, sono creativi e costruttivi già di per se stessi. Ma anche il fine è importante ed è fondamentale che il fine sia chiaro, esplicito e continuamente ripreso.
Un programma di azione nonviolenta deve definire un obiettivo preciso. Non vago, non astratto. Anche alto ed ambizioso, ma descrivibile e quindi poi prendibile. L’impegno nonviolento persegue l’obiettivo senza dare tregua fino a che sia raggiunto. Anche per anni. Aprendo una strada di possibilità e mostrando ogni singolo piccolo risultato ottenuto.
Gandhi, per esempio, aveva in mente un programma completo di riforme per il suo Paese ma non si perdeva in particolari e assumeva come obiettivo concreto la liberazione politica dell’India. E con il tempo, l’ha raggiunto.
L’ideale della mobilitazione oggi è, secondo me, nella sua essenza più profonda, la richiesta di una maggiore giustizia. La mobilitazione quindi non può essere usata strumentalmente solo per rovesciare un sistema di potere. I nonviolenti credono nella forza della verità e non cercano di raggiungere il potere. E l’idea di politica e di rapporto con il potere e la formulazione di obiettivi mi pare sia una pista sulla quale ci sia necessità di un ulteriore sforzo di approfondimento e riflessione.
*Paola Villa è presidente di Ipsia, la ong delle Acli 

La nonviolenza è una cosa seria
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Fonte UNHCR
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