La povertà al femminile: il caso emblematico delle madri sole

All’incrocio dei tre sistemi di distribuzione delle risorse
Nel mese di maggio è stato pubblicato l’undicesimo Rapporto sulla condizione materno infantile nel mondo stilato da “Save the Children”1 (l’organizzazione non governativa per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini).  A livello mondiale la situazione fotografata dal rapporto appare drammatica: cinquanta milioni sono le donne che partoriscono senza alcuna assistenza; circa 350 mila perdono la vita per la gravidanza e per il parto. La quasi totalità (99%) di queste donne è concentrata nel Sud del mondo, dove madri e bambini possono beneficiare di scarsissime cure pre e post parto. Quasi nove milioni di bambini al di sotto dei cinque anni perde la vita ogni anno, di questi il 41% non raggiunge il primo mese di età. Di quelli che sopravvivono uno su tre soffre di malnutrizione e uno su cinque non va a scuola; anche le madri hanno in media un basso livello di istruzione e nove su dieci vedranno morire un loro figlio. Con semplici accorgimenti e con l’introduzione di figure quali quelle degli operatori sanitari di comunità (specie di sesso femminile) potrebbero essere salvate 250 mila donne e più di cinque milioni di bambini.
Come già aveva denunciato Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank, avviando l’attività di microcredito e rivolgendolo proprio a loro, le donne nel mondo sono le più povere tra i poveri a causa di forme radicate di discriminazione di cui ancora oggi sono vittime in molte parti del pianeta.

Ma anche nel nostro Paese la situazione non è rosea. Il rapporto contiene, infatti, una parte sulle condizioni di povertà tra le madri in Italia, che colloca il nostro Paese al diciassettesimo posto su centosessanta Stati considerati; una classifica non disprezzabile se non fosse che le difficoltà arrivano dopo la nascita. Il rapporto rivela che 1,6 milioni di madri italiane sono povere; di queste circa un milione sono madri sole con un figlio piccolo che vivono in precarie condizioni di vita, tanto da avere serie difficoltà nell’arrivare a fine mese, a far fronte alle utenze domestiche, ad acquistare i generi alimentari e/o a pagare le spese mediche o scolastiche.  Anche in coppia la situazione non è rosea: secondo il rapporto il 15,4% delle coppie con un figlio minore vive in povertà, percentuale che cresce progressivamente al crescere del numero dei figli. Dare alla luce un figlio è quindi spesso un rischio, una sfida che molte donne affrontano quotidianamente. Oggi, infatti, sembra proprio diventata una sfida la possibilità di sopravvivere decorosamente all’evento della maternità, dal momento che delle donne povere presenti in Italia, infatti, due quinti sono madri.
Uno degli aspetti più inquietanti è che la maternità si traduce anche in minore occupazione femminile: il tasso di disoccupazione tra le donne con figli è superiore di quasi ventidue punti percentuali a quello delle donne senza figli. Tale rapporto peggiora al crescere del numero dei figli (-4% sul tasso di occupazione al primo figlio, -10% alla nascita del secondo, -22% al terzo)2, con la conseguenza che la maternità può diventare causa di povertà tra le donne.
Purtroppo la notizia, benché seria e preoccupante, non rappresenta una novità assoluta; segnala, però, alcuni aspetti che vanno sottolineati: innanzitutto che i poveri non sono asessuati. Opportunamente, da tempo ormai è stato messo a fuoco che non esistono “i poveri” come categoria neutra, ma esistono uomini poveri e donne povere, che sono tali in modo differente rispetto alle cause, agli effetti e alla durata della povertà. La povertà è un’esperienza complessa che deriva da molteplici processi, ed anche per questo è una forma estrema di disuguaglianza che non colpisce tutti allo stesso modo perché l’accesso alle risorse sociali dipende da alcune “caratteristiche”, come quella di genere [Paci, 1993].  Anche il concetto di esclusione sociale, al contempo multidimensionale, dinamico, locale e relazionale, va visto dal punto di vista di genere. Non si tratta di individualizzare lo studio della povertà, quanto piuttosto di studiare povertà ed esclusione mettendo adeguatamente in relazione l’individuo alla famiglia e alla società.
Una volta posta questa premessa, affrontare il tema della povertà secondo una dimensione di genere comporta «il riconoscimento che la deprivazione femminile costituisce un’esperienza distinta da quella maschile perché dipendente dalla peculiare interazione tra dinamiche di genere nei tre fondamentali sistemi di distribuzione di risorse» [Ruspini, Bimbi, 2000, p. 2]: famiglia, mercato del lavoro e welfare state. In altri termini i percorsi di povertà femminile sono comprensibili solo alla luce delle condizioni (e delle discriminazioni) di genere presenti nel mondo del lavoro e nella sfera economica e con un’attenzione alle trasformazioni socio-demografiche. L’intreccio di questi meccanismi che svantaggiano le donne crea una situazione di dipendenza che incide sui processi di inclusione/esclusione di ordine lavorativo ed economico, ma anche psicologico e di autostima e di fiducia in sé delle donne.
Analizziamo brevemente i singoli ambiti e la loro azione congiunta: sul fronte del lavoro la segregazione occupazionale e il carattere secondario e complementare del reddito femminile (cedevole rispetto agli impegni di cura) fanno sì che la donna resti dipendente economicamente e socialmente dall’uomo. Uno dei problemi fondamentali per le donne è, quindi, il mercato del lavoro, ove permangono forti asimmetrie ed un modello occupazionale che non le favorisce. Gli stessi datori di lavoro assumono con criteri che svantaggiano le donne e queste ultime privilegiando alcuni lavori, su pressioni interne o esterne, confermano la discriminazione di genere. Solitamente è più alta la probabilità che le donne escano dal mercato del lavoro (specie quando nasce un figlio) e ciò non fa che rafforzare il modello del maschio breadwinner3. Ammessa l’esistenza di una domanda di occupazione femminile sul mercato del lavoro, l’accesso e la conservazione del lavoro sono impediti spesso da gravidanza e maternità; infatti l’attesa è ancora che si interrompa l’attività lavorativa femminile per prendersi cura dei figli4.
Tale sottoutilizzazione della risorsa femminile nel mondo del lavoro non tiene peraltro conto di recenti teorie – la più nota delle quali va sotto il nome di womenomics – che mostrano come le donne sembrino reagire al divario anche in tempo di crisi (continuano a studiare di più e malgrado i problemi riescono a recuperare parte dello svantaggio sociale) e che esse rappresentano la leva su cui si dovrebbe investire per lo sviluppo economico. Gli studiosi, infatti, concordano sul fatto che senza un maggior apporto alla produzione di ricchezza da parte delle donne l’economia mondiale non cresce abbastanza. Proprio i Paesi più attardati nel campo del lavoro femminile possono avere i maggiori benefici da una riduzione del gap tra occupazione maschile e occupazione femminile. La maggiore occupazione femminile, oltre ad aumentare il reddito e le relazioni sociali della donna e della famiglia, porterebbe all’emersione di talenti, ad un mercato del lavoro più meritocratico, ad un maggior dinamismo della società e dell’economia perché il lavoro femminile ha un effetto moltiplicatore, aumentando l’occupazione nel settore dei servizi [Ferrera, 2008]. Si tradurrebbe altresì in diminuzione del rischio di povertà e vulnerabilità di fronte ad eventi imprevisti. Senza contare che nei Paesi in cui la presenza delle donne nel mondo del lavoro è maggiore, anche i problemi demografici trovano una soluzione positiva e decresce la povertà infantile.  Al contrario, nel nostro Paese i dati mostrano che l’occupazione femminile è attualmente al 46,4%, collocandoci al penultimo posto in Europa, dopo Malta5.
Tutto ciò è almeno in buona parte effetto di un sistema che premia gli occupati, in prevalenza maschi. Perciò più le donne si conformano ai modelli occupazionali maschili, più probabilità hanno di essere trattate come individui a pieno titolo dal sistema assistenziale e, in alcuni Paesi, anche da quello fiscale. Ma anche quando un lavoro c’è, a motivo della duratura e persistente segregazione occupazionale, le donne occupano di frequente posti marginali e mal retribuiti. Le carriere qualificanti restano costruite per un lavoratore sostenuto da una famiglia e ad essere premiati sono comunque i percorsi lavorativi continui e tradizionali, che non favoriscono le donne.
Dunque, essere considerate quale singolo soggetto nei sistemi assistenziali e fiscali non significa di per sé uguaglianza o fine della povertà femminile, se l’individuo contemplato – come si è visto – è un lavoratore salariato e libero dai carichi familiari. Lo stato sociale ha in tal modo contribuito a creare e rafforzare le forme di dipendenza familiare. Nel sistema italiano le politiche sociali hanno assunto che il male breadwinner includesse nella sua responsabilità i familiari e i parenti e che questa responsabilità durasse nel tempo. Ciò ha comportato che il trasferimento delle risorse pubbliche a tutti quei soggetti avvenisse per tramite suo, così che questi è diventato il mediatore di protezione sociale per tutti i componenti familiari. Per altro verso ha fatto sì che ci fosse l’estensione declinata al femminile del modello di cura [Naldini, 2000], cioè che questa responsabilità fosse attribuita solo alla donna. Il sistema di welfare ha in questo senso concorso alla definizione e costruzione della dipendenza economica femminile e all’elaborazione delle risposte istituzionali ai rischi di povertà per le donne.  A prevalere è stato, infatti, il paradigma del rapporto tra welfare ed economia formale, che distingueva tra percettori di salario e non percettori (cioè tra lavoro produttivo/retribuito e lavoro riproduttivo/non retribuito), considerando le donne naturali erogatrici di servizi di cura (cioè con divisioni di genere molto marcate all’interno della famiglia nucleare). In tal modo da un lato la famiglia si è affiancata alle politiche sociali come loro ovvio supporto (in base all’affinità di attività), dall’altro è divenuto il presupposto scontato delle politiche sociali. Ciò non ha consentito di cogliere soprattutto le condizioni dei singoli soggetti al suo interno e l’effettivo peso della famiglia e del contributo femminile all’economia. Dunque, anche gli interventi di welfare concorrono a mantenere la dipendenza perché fondati su un modello familiare (e femminile) tradizionale, secondo il quale le donne non hanno bisogno di una propria fonte di reddito che le schermi dalla povertà perché dipendenti dal partner/famiglia. Con il risultato che le donne si sono impegnate per il benessere dei componenti della famiglia senza avere il controllo dei mezzi economici, spesso rinunciando ad un lavoro retribuito per esigenze di cura. Si può dunque affermare che, «in questo senso, molte donne hanno vissuto da povere anche in famiglie che povere non erano» [Mingione, 2000, p. 5]. Se la povertà femminile è rimasta a lungo nascosta dentro i contesti familiari, dando per scontato che tale contesto – per effetto degli stessi ruoli in esso giocati – avrebbe protetto la donna dalle forme individuali di deprivazione, attualmente ciò non è più scontato, soprattutto perché si deve tener conto delle grandi trasformazioni intanto avvenute, e della conseguente instabilità dei percorsi biografici e familiari. Infatti oggi «l’accelerazione del processo di defamiliarizzazione ha reso dovunque più visibile la vulnerabilità delle donne rispetto ai processi di impoverimento» [Mingione, 2000, p. 5].
In sintesi, l’attuale modello di protezione sociale svantaggia le donne, dandone per scontato il lavoro di cura e oscurandone l’importanza. Questo mancato riconoscimento ha reso la donna dipendente economicamente dall’uomo e limitato i suoi diritti di cittadinanza. Siccome ci si basa sull’esperienza degli uomini e sulla dipendenza dal mercato, l’autonomia attraverso il reddito è il bene sociale principale che fonda la cittadinanza e dà titolo per i diritti sociali. Di conseguenza, anche il sistema di welfare e il contrasto alla povertà si muove prevalentemente su queste linee. Nel caso della donna quella stessa autonomia non può prescindere dalla conciliazione tra lavoro e lavoro di cura. Il risultato è che uomini e donne hanno, nella sostanza, cittadinanze diverse. I due aspetti, nel tempo, si sono poi rafforzati vicendevolmente: i modelli di genere hanno contribuito a sviluppare certi tipi di welfare; questi ultimi, basandosi sulla divisione sessuale dei ruoli, hanno costruito e rafforzato le differenze di genere nella famiglia e nel mondo del lavoro.  A riprova dell’interazione esistente si osserva che a seconda del tipo di welfare considerato si hanno livelli diversi di povertà femminile e risposte istituzionali differenti. Da questo punto di vista è auspicabile un ripensamento generale, riflettendo sulle trasformazioni sociali dei rapporti stato-mercato-famiglia e mettendo in evidenza le dinamiche di interazione. Si dovrebbe fare più attenzione alle politiche del lavoro femminile, allo sviluppo dei sistemi pensionistici e di politiche di welfare dei servizi, tenendo comunque conto, nel costruirle e nel valutarne gli effetti, delle attività di cura.  Altrimenti l’influenza reciproca tra le tre sfere non farà che rendere croniche le forme di deprivazione e di esclusione femminili. Già nel 1990 Chiara Saraceno aveva intuito che, specie nel nostro Paese, nuove povertà potevano scaturire dall’esito di combinazioni perverse del funzionamento del sistema occupazionale, redistributivo, di riproduzione delle disuguaglianze territoriali di classe e di genere, intrecciate con le trasformazioni della famiglia.  Anche il concetto che la donna dipenda dal welfare è ambiguo perché essa contribuisce grandemente al benessere collettivo; sarebbe allora meglio considerare le reciproche dipendenze – chi dipende da chi [Bimbi, 2000] – prima di riformare il sistema. Le politiche non possono più fondarsi sul classico modello di famiglia fordista, che è ormai minoritario. In ogni caso va problematizzato il ruolo della famiglia, il cui apporto è insieme dato per scontato e non supportato, chiedendosi in primo luogo se esso è in pericolo [Trifiletti, 2000]. Per ora non pare che il tema dell’intervento familiare e del valore della cura sia entrato a pieno titolo nel discorso pubblico.
La categoria svantaggiata delle madri sole
I cambiamenti in corso fanno sì che né la maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro, né gli scarsi servizi di cura del welfare riducano il rischio di trovarsi in difficoltà, poiché la responsabilità e il tempo da dedicare al lavoro di cura per la donna non vengono meno e il sostegno dello stato sociale non è sufficiente. Di qui anche il rischio di “cedimenti strutturali” delle donne in sovraccarico di lavoro: esse spesso sperimentano sulla loro pelle oltre al dramma della povertà materiale, quello della discriminazione, della solitudine e dei disturbi di salute. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, il 25% della popolazione italiana è affetta da disturbi dell’umore, con un rapporto di due a uno tra donne e uomini.
Il ruolo economico e sociale della famiglia, come si è brevemente illustrato, ha in parte protetto le donne dalla povertà, tuttavia ha reso il rischio esponenziale in caso di fine del legame familiare. Nell’odierna situazione di instabilità e fragilità del tessuto sociale le donne rischiano di più di cadere nella povertà per la maggiore dipendenza economica. Dipendono dalle risorse del nucleo familiare e risentono delle sue rotture. C’è un rapporto dinamico tra trasformazione della condizione femminile e rischi di povertà, in cui si constata, in modo diverso dagli uomini, l’intreccio che si realizza tra i tre ambiti macrosociali generativi della deprivazione.  Attualmente esiste una grande varietà di povertà femminili, che derivano da combinazioni diverse tra conformazioni familiari vulnerabili e biografie occupazionali deboli.
Poiché la povertà femminile si situa all’incrocio tra biografie individuali e mutamento sociale, sono più vulnerabili economicamente ed esposte a periodi di povertà quelle donne che, inserite in un contesto familiare protettivo, all’interrompersi del rapporto coniugale restano senza risorse e coperture. Oppure quelle donne che un tale contesto in ogni caso non hanno. Quella delle madri sole è, dunque, una categoria particolarmente svantaggiata.
In tutta Europa crescono le famiglie monogenitore, soprattutto con capofamiglia donna6, ma le madri sole sono ancora un gruppo sfavorito per quanto riguarda le risorse economiche, temporali e di rete, proprio perché scontano l’interrelazione negativa tra le dinamiche di genere dei tre sistemi che regolano i meccanismi di inclusione/esclusione. Esse, infatti, rappresentano una categoria di cittadini che paga più di altre i costi di un sistema di welfare non sempre efficace e le storture di un mercato del lavoro assai difficile. Sono, in un certo senso, l’esempio più rappresentativo della povertà femminile, in cui è particolarmente visibile la tensione tra responsabilità di cura familiari e proiezione pubblica.
Il sostegno a questo gruppo può costituire un indicatore dell’intensità dei diritti sociali riservati alle donne con famiglia nei differenti regimi di welfare. Tuttavia, nelle politiche sociali europee le madri sole sono ancora un soggetto invisibile perché non vengono viste come tali (e fatte oggetto di interventi specifici) ma sempre considerate in via indiretta o incluse in altre categorie, come quella generica dei “poveri” [Ruspini, 2000]. Il modello tuttora in vigore non riesce a tener conto dei lavori multipli7 delle donne e dei mutamenti della famiglia che talvolta lasciano le donne nell’impossibilità di garantirsi un reddito. La dipendenza femminile quindi sussiste: però anziché dipendere dal coniuge si dipende dalle politiche sociali, con l’aggiunta del biasimo sociale (perché la prima dipendenza è accettata pacificamente, la seconda molto meno) e la previsione di misure di sostegno che sono spesso discrezionali e temporanee [Ruspini, 2000].
Di fronte all’interazione sinergica dei meccanismi che penalizzano le donne in generale e le madri sole in particolare, il sistema risponde ancora in modo antiquato: le politiche di welfare – regolate sull’individuo lavoratore e sviluppate in un contesto di grande disponibilità di lavoro – non sono in grado di dar risposta ai bisogni emergenti e ai soggetti oggi più esposti ai processi di impoverimento o di marginalizzazione (giovani e donne). Le madri sole (o, meglio, i genitori non in coppia) assommano tutte le contraddizioni irrisolte della nostra società e meriterebbero un’attenzione pubblica, un riconoscimento generale delle loro difficoltà. Gli eventi che portano una donna ad essere madre sola ed esposta al rischio povertà la rendono più incerta e fragile psicologicamente e rendono drammaticamente manifeste le differenze di salario e di reddito tra uomini e donne, occultate dalla famiglia. La povertà delle madri spesso poi diventa povertà dei figli, trasformandosi in vera emergenza sociale. La situazione è aggravata dal fatto che separazioni e divorzi sono diffusi in tutti i ceti sociali, anche quelli popolari, dove una rottura familiare può accentuare le condizioni di emarginazione e povertà. Per contrastare questo tipo di deprivazione servirebbero interventi integrati: sul versante lavorativo, sia rispetto all’accesso (perché molte di queste donne magari cominciano a lavorare tardi in nicchie marginali o nel lavoro nero, restando impigliate nella precarietà) sia rispetto a misure per la conciliazione; sul versante del welfare (rendendo anche note le seppur scarse misure di aiuto esistenti nel nostro sistema); sul versante abitativo e fiscale.
Per le madri sole con figli a carico, per le quali la scarsa autonomia e l’insufficiente appoggio dei servizi pubblici produce lo slittamento verso una condizione di deprivazione, assumono dunque, nel quadro attuale, grande rilevanza aspetti come la presenza, almeno temporanea, del padre dei bambini, le relazioni sociali di cui possono beneficiare, il contesto territoriale e socio-culturale in cui vivono. Non di rado si tratta di donne isolate dalle reti sociali di supporto informale, con ulteriore aumento del rischio povertà e senza prospettive di emancipazione economica e sociale. In tale situazione i quartieri degradati e periferici delle grandi città in cui sovente si trovano a vivere rappresentano un contesto di esclusione sociale molto più accentuato di quanto siano state le campagne per le loro antenate. Le madri sole soffrono di povertà materiale ma anche di mancanza di tempo ed energie: tali aspetti insieme interagiscono ostacolando l’autonomia di queste donne. Il ruolo svolto dalle reti familiari a loro supporto può facilitare il loro benessere e la loro indipendenza. Tuttavia anche il sostegno dei familiari non sempre è possibile ed accessibile: da un lato può essere discontinuo, dall’altro può comportare costi morali di dipendenza e interferenza. Può quindi rivelarsi difficile negoziare il sostegno con la rete familiare anche laddove questa sia presente, accentuando i problemi specie quando la madre sola ha un lavoro retribuito ed impegnativo. Dunque, la presenza di reti sociali ampie (non limitate alla famiglia) dentro le quali sviluppare reciprocità di sostegno, e poter così soddisfare i bisogni sociali oltre che economici, è un’opzione importante per le madri sole.
In definitiva, poiché il sistema è strutturato nel modo illustrato, il rischio di povertà è alto per chi cumula un percorso lavorativo discontinuo (con scarsa tutela previdenziale) ad un percorso personale svantaggioso (senza opportunità di farsi tutelare da un altro soggetto e/o di essere sostenuta), come nel caso delle madri sole. I mutamenti sociali e nella struttura familiare stanno quindi portando in evidenza le disparità tra i generi e mutando la condizione femminile.
L’atteggiamento delle donne sta, di conseguenza, cambiando anche rispetto all’idea di percepire un reddito e di costruirsi il diritto ad una pensione personale, anche se ancora legati ad una storia occupazionale completa mentre in altri sistemi già più legati ai diritti di cittadinanza.
Le donne sembrano consapevoli dell’importanza di una pensione da lavoro personale, ma anche di un percorso lavorativo e di servizi più e meglio tarati sulla condizione femminile: in una recente indagine condotta tra le donne del movimento Acli8, rispondendo ad una domanda sull’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, molte intervistate hanno dichiarato di essere d’accordo, perché questa equiparazione è segno di parità e garantirebbe loro una pensione più alta (15,6%), ma, al contempo, che una vera uguaglianza di genere si raggiunge solo considerando l’intero percorso lavorativo (39,8%), ovvero considerando l’accesso al lavoro, le differenze retributive, i percorsi di carriera, ecc. ed eliminando le disparità esistenti in questi ambiti. Senza trascurare l’importanza di una migliore rete di servizi di sostegno per la cura, indicata da numerose interviste, che deve essere comunque presente.
In sintesi, le madri sole povere sono principalmente donne che non hanno mai lavorato o hanno avuto carriere irregolari. Tutte queste donne sono associate dalla vulnerabilità sociale: sono in una situazione di marginalità rispetto al mercato del lavoro e sono inserite in reti sociali che poco possono offrire in termini di risorse. Esse sono peraltro a rischio povertà malgrado siano solitamente più abili nel combinare le risorse: questa capacità strategica di fare uso delle risorse pubbliche e di quelle private disponibili fa sì che i redditi da altra fonte percepiti dalle madri sole superino nel complesso quelli dei padri soli [Gambardella, 2000].
La condizione delle madri sole denunciata dal Rapporto di “Save the Children” scaturisce dall’insieme delle situazioni brevemente analizzate in questo articolo. Si tratta di donne particolarmente svantaggiate per la collocazione familiare e lavorativa e, di conseguenza, rispetto al sistema di protezione sociale. Come bene è stato altrove evidenziato «è proprio questo il problema alla base dell’inadeguatezza delle risposte istituzionali ai rischi di povertà per le donne: il non riconoscimento delle specificità e dei bisogni caratterizzanti i modelli familiari non tradizionali in un contesto toccato da intense trasformazioni. La crisi dell’istituzione familiare combinata con il diversificarsi dei modelli di convivenza e con la più elevata speranza di vita hanno determinato nuove necessità e nuovi bisogni che richiedono strategie di intervento ad hoc al fine di produrre risposte mirate» [Ruspini, 2000, p. 36].
In conclusione, come il già citato fondatore della Grameen Bank aveva riconosciuto, sono proprio le donne l’elemento sociale che genera e sostiene lo sviluppo, l’autopromozione per uscire dal bisogno, il riscatto sociale, e finanche l’idea di comunità solidale. Sostenere le donne e aiutarle ad esprimere le proprie potenzialità di cambiamento ha una duplice valenza, privata e pubblica: da un lato si migliora la qualità della vita di persone concrete, dall’altro lato si porta beneficio alla collettività nella sua interezza. Specialmente in Paesi come l’Italia il punto di vista delle donne costituisce per gli studiosi una lente d’ingrandimento della società; dal loro benessere, inteso come concetto multidimensionale, dipende il futuro del nostro Paese, in quanto esso è la cifra del benessere sociale diffuso.
I primi interventi dovrebbero proprio riguardare, come sembrano suggerire i dati del Rapporto di “Save the Children”, le categorie più fragili, come quella delle madri sole.
La soluzione può consistere nel riconoscere il valore del lavoro domestico e familiare e nel fornirgli un sostegno, in modo che la collettività condivida coi genitori la responsabilità e i costi delle cure a bambini e persone a carico. Serve, quindi, in ultima istanza, un’analisi generale del sistema sociale ed economico, puntando l’attenzione su come la riproduzione sociale è garantita e tutelata.
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 2/2010. L’autore è coordinatrice delle attività di ricercadell’Ufficio studi delle Acli nazionali)
 

Bibliografia
Bimbi F. (2000), Autonomia individuale, dipendenze preferite e beni sociali nei modelli di welfare, in “Povertà delle donne e trasformazione dei rapporti di genere”, Inchiesta, anno XXX, n. 128, aprile-giugno, pp. 22-26.
Bimbi F. (2003 – a cura di), Differenze e disuguaglianze. Prospettive per gli studi di genere in Italia, Il Mulino, Bologna.
Ferrera M. (2008), Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia, Mondadori, Milano.
Gambardella D. (2000), L’arte del packaging di risorse nelle strategie di sopravvivenza delle donne povere, in “Povertà delle donne e trasformazione dei rapporti di genere”, Inchiesta, anno XXX, n. 128, aprile-giugno, pp. 56-60.
Micheli G.A. (2002), Modelli di legami forti e segnali di disagio, in “Scenari demografici in Lombardia”, IRER, Guerini e Associati, Milano, pp. 31-55.
Mingione E. (2000), La povertà delle donne in Italia: dalla casalinga proletaria meridionale all’anziana sola, in “Povertà delle donne e trasformazione dei rapporti di genere”, Inchiesta, anno XXX, n. 128, aprile-giugno, pp. 5-8.
Naldini M. (2000), Le politiche a sostegno delle responsabilità familiari nei casi storici italiano e spagnolo, in “Povertà delle donne e trasformazione dei rapporti di genere”, Inchiesta, anno XXX, n. 128, aprile-giugno, pp. 99-104.
Paci M. (1993 – a cura di), Le dimensioni della disuguaglianza. Rapporto della Fondazione Cespe sulla disuguaglianza in Italia, Il Mulino, Bologna.
Ruspini E., Bimbi F. (2000), Oltre la femminilizzazione della povertà. Indicatori sociali sessuati e analisi di genere dell’esclusione sociale, in “Povertà delle donne e trasformazione dei rapporti di genere”, Inchiesta, anno XXX, n. 128, aprile-giugno, pp. 1-4.
Ruspini E. (2000), L’altra metà della povertà, Carocci, Roma.
Saraceno C. (1990), Nuove povertà e nuovi rischi di povertà, in “Povertà e trasformazione dello stato sociale”, N. Negri (a cura di), Franco Angeli, Milano.
Trifiletti R. (2000), Obblighi di famiglia, dipendenze preferite e messa in visibilità del lavoro di cura, in “Povertà delle donne e trasformazione dei rapporti di genere”, Inchiesta, anno XXX, n. 128, aprile-giugno, pp. 105-112.
Note
1 Per consultare il Rapporto: www.savethechildren.org.
2 Dati Istat. Cfr.: www.istat.it.
3 Per maschio breadwinner (o male breadwinner) si intende il lavoratore tipico dell’era fordista, che era per l’appunto un maschio adulto, sostenuto da una donna e/o da una famiglia, per la quale era l’unico percettore di reddito. La sua presenza era così diffusa e caratteristica da identificare un intero modello socio-economico (male breadwinner model), caratterizzato da famiglie a ruoli segregati, con organizzazione complementare e indipendente dei ruoli [Micheli, 2002], in cui il padre lavorava mentre la madre curava la casa e i figli.
4 Tale obbligo sociale è ancora così radicato in Italia da essere ben presente anche nei figli, benché piccoli.  A riprova può essere citato quanto emerge da un progetto di ricerca europeo (TYR – The Youngsters’ Reply), condotto mediante lo studio di composizioni scritte da giovani adolescenti su tematiche di genere in 4 Paesi dell’Unione: Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. In tale contesto una bambina italiana, rivelando che se la cura e la presenza sono richieste ai padri, sono invece pretese dalle madri, ha scritto: «mio padre lavora tanto ed è per questo che io a volte sono triste, mentre mia madre ha lavorato fino a qualche giorno fa ma vedendo che io e i miei fratelli abbiamo bisogno di lei si è licenziata. Noi ne siamo onorati perché a lei quel lavoro piaceva tanto. Mamma ci dà tanto amore perché sa che in questi dieci anni che ha lavorato ci ha trascurato!» (Camilla, I media, Centro). Cfr. www.irefricerche.it.
5 Dati Istat. Cfr.: www.istat.it.
6 In Italia la quota di nuclei con capofamiglia donna è aumentata sensibilmente dall’apporto delle famiglie immigrate monogenitore, specialmente formate da madri che svolgono il mestiere di assistenti familiari e dai loro figli: come mostrano recenti ricerche, questa condizione riguarda circa il 15% delle colf straniere nel nostro Paese (cfr.: Acli/Unar 2007).
7 Nel caso delle donne il lavoro non è coniugato al singolare ma al plurale: oltre al lavoro per il mercato esistono altri lavori, non tutti monetizzabili, non tutti fonti di identità ma tutti necessari per sé e per gli altri. Su questo tema si veda pure l’articolo: Consumo, formazione e lavoro: tre parole declinate al femminile, di David Recchia e Federica Volpi, Formazione e Lavoro n. 1/2010.
8 Cfr. Povertà e impoverimento. Giovani e donne, attori di un’altra economia, D. Recchia e F. Volpi (a cura di), Marcianum Press, Venezia, 2010.
 

La povertà al femminile: il caso emblematico delle madri sole
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR