La res publica 2.0

Il web e i suoi canali hanno modificato lo spirito della comunicazione, anche politica. Si accorciano le distanze, finiscono in soffitta i vecchi schemi verticali di diffusione dei messaggi e si allargano orizzontalmente gli spazi della partecipazione democratica alla vita degli Stati.

Partiamo con questo schema della comunicazione politica, in auge fino a pochi anni fa: dall’alto (top) si calano i messaggi che i recettori, quelli in basso (down), diffondono e amplificano. L’immagine del classico partito con sezioni e circoli sul territorio rende benissimo l’idea. Di fatto uno schema così ha funzionato solo grazie alla presenza di un paio di elementi nel “basso” del corpo sociale, cioè l’omogeneità culturale e la fedeltà. L’affievolirsi dell’una e dell’altra non ha cambiato questo schema. La differenza sta nel messaggio: più seducente, attraente, emotivo, più persuasivo e meno argomentativo. E ciò è possibile grazie all’uso massiccio di un mass media particolarmente adatto a sollecitare la quotidiana dose di emotività: la televisione. La politica si fa emozione, potremmo dire, e lo schema top-down si rigenera. Per meglio colpire in basso, la comunicazione si professionalizza. L’immagine dei partiti attuali, liquidi e un po’ fatui, rende bene anche questa seconda fase.
L’avvento di internet non ha subito minacciato lo schema. Le organizzazioni politiche e sociali hanno approcciato alla rete attraverso un sito web, per diffondere i messaggi con più rapidità: in tempo reale. Questo aumenta il tempo dedicato dall’organizzazione all’organizzazione, spesso affaticata a pubblicare su internet qualunque cosa. Addirittura qualcuno ritiene esaurito il proprio compito organizzativo con l’upload: come a dire “l’ho messo sul sito ora tocca a voi!”.
Si vive il sito web come una vetrina in più, in cui esporre i propri prodotti (intellettuali), cercando di renderli attraenti al navigatore. Questo sforzo, però, richiede professionalità: per allestire un buon sito non basta disporre dei colori in piacevole sequenza o selezionare il lettering più trendy. L’allestimento di una vetrina elettronica richiede molte capacità, non solo informatiche. Occorre un preciso piano editoriale, coerente con il marchio da promuovere, ed essere aggiornati. La vetrina di un negozio di abbigliamento non lascia i capi invernali nel periodo primaverile: vale anche per i siti. Nel web vi sono siti aggiornati a… mesi fa. Meglio il nulla, in questi casi. Si evita un pregiudizio. L’aggiornamento, si dirà, richiede risorse: è vero, è vero…
Quanto detto della vetrina non è dispregiativo. La lista dei documenti e degli interventi, la possibilità di scaricare materiali, l’agenda degli appuntamenti, la mappa dell’organizzazione e tutto quanto configura cosa sia e cosa faccia un’organizzazione è un bene prezioso. Nel caos informativo, disporre di un luogo – in questo caso virtuale – affidabile e semplice da consultare è un tesoro da custodire. La “pulizia” e il costante aggiornamento specchiano un’organizzazione solida, efficiente, in grado di dar risposte: responsabile.
Ma l’elettronica permette di andar oltre. Non più solo informazione, ma anche relazione. In fondo è quanto, con naturalezza, è portato a fare ogni essere umano: comunicare, creare contatti, dialogare. L’espressione “web 2.0” indica questo orientamento: il social networking. Il “vecchio” recettore si trasforma in interattore, in emittente che rilancia e rimanda ad altri in un rimbalzo potenzialmente infinito. Un’audience certamente poco prevedibile ma attiva. Strumenti come Facebook, Twitter, Myspace, i blog e in genere i media conversazionali offrono lo strumento (e l’occasione) per relazionarsi. Così cambiano le condotte individuali e collettive, in cui rientrano quelle politiche. Quelle che superano lo schema top-down.
Nel 2003 l’Amministrazione britannica lancia Mysociety, una forma di e-democracy con semplici ed efficaci servizi a disposizione del cittadino, tra cui la possibilità di segnalare problemi e disservizi, inviare petizioni, essere informati sull’attività del regio parlamento. Dopo 7 anni si calcola che ben 200 mila sudditi abbiano scritto almeno una volta al premier, che alcune petizioni abbiano modificato la legislazione esistente, che 65 mila buche stradali siano state aggiustate. È uno degli esempi che lo studioso Francesco Pira cita in un saggio nel quale sostiene che stiamo andando verso una nuova forma di democrazia, potenziata dall’intelligenza collettiva: quella che ha dato luogo a fenomeni come Wikipedia. È qualcosa in più – afferma – dell’e-gov: aggiungendo una “w” passiamo al we-gov, ovvero cittadini che co-creano le politiche pubbliche. È una strada che ci sta davanti, come afferma Alberto Cottica (ex Modena City Ramblers e attuale esperto web per il consiglio d’Europa), le sfide sono troppo grandi perché il governo possa farcela da solo: Obama l’ha capito ed è il primo presidente wiki.
Non sono cose lontane dalla nostra cultura. Sempre Pira cita esempi nostrani. A Cagliari il sindaco Zedda ha lanciato sul web l’Ideario: nei primi 100 giorni ha ricevuto 520 idee con 2.600 commenti e 12 mila voti. Costo zero e alto potenziale creativo. Se innovativo si vedrà. Chiedere aiuto alla rete per risolvere un problema significa dichiarare con chiarezza i propri vincoli e le proprie risorse. Niente nebbia. Tra gli altri esempi italiani troviamo cose altrettanto simpatiche, tra cui i contributi per Pisapia e Fassino nonché il blog parlamentare di Sarubbi. Qui i giovani non mancano. Pira conclude la sua argomentazione affermando che laddove ci sono forme discorsive rappresentate pubblicamente, la scintilla della cittadinanza può attivarsi. Interessante.
Qualcuno sorriderà di fronte a queste cose. Ma il buon annusatore sociale coglie il mutamento dai segnali deboli. Di fronte ai segnali forti, catastrofi e crisi manifeste, siamo capaci tutti a dire cos’è. Esserci – qui ed ora – significa anche sapersi relazionare online, rimbalzare, partecipare. La curiosità di sapere “cosa si dice di me” in rete (vanity search o ego surfing) permette alle organizzazioni di rilevare la propria credibilità in rete, per esempio verificando il numero di volte in cui si è linkati. Non basta essere lì e “vedere”. I media conversazionali richiedono tempo, trasparenza, credibilità, curiosità, contenuti: elementi che costruiscono una certa reputazione. Vuol dire organizzarsi per inserirsi nel dibattito pubblico: cosa ne pensa la rete di un partito di cattolici? Cosa ne pensa dei sindacati? Come vorrebbero essere rappresentati i lavoratori? Molte persone partecipano politicamente poco, ma elettronicamente molto.
È un buon investimento sociale. L’Ipsos, ad esempio, ci informa che le consultazioni del 2011 registrano un forte aumento della partecipazione elettronica. Ecco i dati: mentre il 50% dei nostri concittadini considera la tv come fonte prevalente d’informazione, il web è tale per l’11%. O ancora, ogni 100 elettori italiani, ben 5 hanno fatto campagna elettorale per i referendum attraverso la rete: “un’e-mobilitazione”. Se il pensiero corre anche alle rivoluzioni del Nord Africa o agli scontri di Londra col Blackberry in mano, si è capito tutto. L’elettronica non è solo la “tecnologia del tempo” ma lo “spirito del tempo”: il media è il messaggio (senza sottovalutare il messaggio, perché bisogna dire cose non sfuocate, interessanti e – come già detto – credibili).
Siccome l’agire si colloca sempre in una struttura conversazionale, il fatto che essa sia elettronica non cambia il fatto. Si passa dal top-down al link. È questo il nuovo paradigma.
*Roberto Rossini è il responsabile della funzione Comunicazione delle Acli
(da Azione sociale 4/2011)

La res publica 2.0
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