La rete cambia il modo di pensare (e fare) associazionismo?

La Rete, internet, cambia il modo di pensare e di pensarsi? La domanda non è per nulla retorica. Ma la risposta è comunque implicita. Ed è sì.
Una domanda che di recente si è posto tra gli altri anche p. Antonio Spadaro, gesuita e direttore della rivista Civiltà cattolica con il suo Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete.
Un libro – manco a dirlo – figlio di uno dei suoi blog che si chiama appunto CyberTeologia.it: un diario sull’evoluzione del modo di dire e pensare il Dio di Gesù al tempo della Rete, tra cyberspazio e tweets.
La domanda, anzi, le domande che p. Spadaro si pone nel libro riguardano l’impatto della rivoluzione digitale sul “pensare la fede cattolica”. E quindi sul viverla, da credenti, in questa epoca. Un testo che – spaziando da Pierre Levy a Theilard de Chardin, dalla “realtà aumentata” alle “app” – è un invito ad aprire un dibattito ampio che va consapevolmente oltre il campo specifico di ricerca da cui è nato.
Dalla cyberteologia al cyberassociazionismo?
Per questo motivo provo a estendere la riflessione a un altro settore: la rete cambia anche il modo di pensare (e fare) associazionismo? E quindi di organizzare la cittadinanza attiva, la partecipazione politica, la solidarietà?
Alcune indicazioni utili ci arrivano dalla cronaca, anche molto vicina: il successo politico del Movimento 5 Stelle, che è nato dall’attività di informazione ed opinione di Beppe Grillo, anche e soprattutto attraverso il suo blog; o il ruolo che molti hanno ritenuto chiave dei social network nella recente “primavera araba”.
Dalle tante sollecitazioni di p. Spadaro, trovo utili due considerazioni preliminari che ribadiscono l’insufficienza di altrettante comuni semplificazioni:

La rete non è un mezzo (di comunicazione): la rete è un luogo, un contesto da conoscere abitandolo e da abitare per conoscere chi e cosa c’è. Quindi entrarvi consapevolmente, farne parte – per esempio, in quel sottoinsieme della Rete che sono i social network – richiede di apprenderne le regole di ingaggio, certo, ma non solo né soprattutto una corsa all’innovazione tecnologica e all’essere all’avanguardia.

La rete non è di per sé uno spazio virtuale, quindi irreale, “altro” rispetto alla vita vera dei soggetti che la abitano. Questa è la semplificazione più dura a morire, dovuta all’uso che si può fare di alcuni strumenti esistenti nella Rete e non alla natura intrinseca della realtà di cui parliamo. Le nostre identità in rete (il nostro sito, il nostro blog, il nostro profilo Facebook, l’account twitter, le nostre foto su Flickr etc) non sono “altro” rispetto alla nostra vita e alla nostra identità. Ne sono un’integrazione, e sempre meno accessoria.

Queste interpretazioni semplificate del web, nonostante una certa maturazione recente, sono ancora vive tra i dirigenti del mondo delle associazioni e del volontariato e tendono un po’ a distorcerne l’azione.
L’ansia per il come, l’amnesia del chi
Trovo qualche analogia con un fenomeno che mi è capitato di studiare a suo tempo: l’ingresso del marketing nel terzo settore o, meglio, del terzo settore nel mercato (dei fondi pubblici e comunitari, degli sponsor, delle donazioni etc).
In quell’occasione, all’irrigidimento di molti attivisti e volontari di fronte alla penetrazione “dell’aziendalese” in un mondo che è e deve essere senza scopo di lucro, si è contrapposta per diverso tempo una ansia fanatica e un po’ maldestra di pura applicazione delle tecniche mutuate dal mondo profit. Troppi e per troppo tempo non si sono accorti che la novità non stava tanto nell’imparare a padroneggiare con scioltezza espressioni di tendenza come target, stakeholder e segmentazione. Ma stava nel rendersi conto che anche “i buoni” vivevano in un “mercato”, un luogo con le sue regole e i suoi abitanti: concorrenti – ebbene sì – portatori di interesse, donatori, soci, sostenitori, volontari, amici etc etc che vogliono sapere chi sei e valutano come lavori; un luogo dove ci sono anche vincitori e perdenti.
Anche oggi, con la Rete, le questioni strategiche sono più il “chi” e il “cosa” che il “come”: per abitare il web è imprescindibile riscoprire, ri-pensare, ri-dirsi la propria “identità” e le proprie idee guida (non basta un bel logo appoggiato al nulla o uno stereotipato testo di presentazione) e “condividerle” con gli altri abitanti attraverso contenuti che rappresentino iniziative e realtà concrete, credibili e utili: basta un click per perdere un volontario, un amico, un donatore, un utente di un servizio.
È interessante che in Italia siano state le organizzazione non governative a chiedersi prima e in maniera più convinta se e come la Rete, e i social network e il web 2.0 in particolare, possano essere un luogo associativo, di mobilitazione e partecipazione. Le Ong, globalizzate nel dna, sono anche state infatti le prime nel sociale a entrare in crisi nel nostro Paese, soprattutto quando sono venuti meno i fondi ministeriali: all’improvviso, così proiettate all’esterno, si sono trovate a dipendere da uno Stato a cui non interessavano più e senza legami col territorio in cui erano nate.
Concludo segnalando il cantiere permanente aperto sul tema da Volontari per lo sviluppo, la rivista della Focsiv, la Federazione di organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana. In un loro dossier, pubblicato di recente, leggo tra le altre cose questa affermazione di Paolo Ferrara, responsabile della comunicazione di Terres des hommes: «Il web 2.0 è quella piazza in cui le associazioni sono nate». Una constatazione imprescindibile per cominciare a rispondere alla nostra domanda.

La rete cambia il modo di pensare (e fare) associazionismo?
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Fonte UNHCR
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