La Riforma fiscale secondo noi

Le linee di riforma presentate nella bozza di delega per la riforma fiscale e assistenziale dovranno, nelle intenzioni di Via XX Settembre, generare risorse per il bilancio dello Stato già dal 2013: non si tratta quindi di una “impostazione teorica” ma di un intervento con cui dovranno confrontarsi governo e parlamento, anche della prossima legislatura.
Lo stato attuale del nostro sistema fiscale richiede certamente interventi strutturali: dall’ultima vera riforma (quella di Visco nel 1997), si sono succeduti provvedimenti non sistematici che hanno minato gli elementi fondamentali di un sistema fiscale (chiarezza, semplicità, equità); ben venga dunque la proposta del ministro Tremonti, anche se molto poco dettagliata, in quanto consente la ri-apertura di un dibattito.
Sgomberiamo innanzitutto il campo dal tema della riduzione delle aliquote (da 5 a 3 poste a 20%, 30%, 40%): come scritta, la bozza non rappresenta che un’operazione “estetica”, non consente alcuna valutazione; si tratta, infatti, di declinare questa semplificazione con la definizione degli scaglioni di reddito e un sistema di deduzioni.
Quali, secondo noi, le questioni aperte? Vediamone alcune.

La continua “emergenza”Le manovre di luglio e successive modifiche e la proposta di riforma fiscale sono provvedimenti dettati e segnati fortemente dallo stato di emergenza dei conti pubblici del nostro Paese; la scelta di uscire da una situazione di galleggiamento continuo e di “ricatto” da parte del mercato e degli investitori non può prescindere da un intervento di consistente abbattimento del nostro debito pubblico (oggi al 120% del nostro Pil) possibile, forse, solo con l’introduzione di una imposta patrimoniale una tantum. Serve una politica capace di scelte difficili, coraggiose (anche impopolari).
L’erosione delle entrateUno dei punti previsti dalla proposta è il radicale riordino del sistema di detrazioni e deduzioni cui possono accedere i contribuenti (sistema che, oggi, genera oltre 160 miliardi di euro di minori entrate per lo Stato). Probabilmente alcune di queste leve dovranno essere mantenute in quanto elemento fondamentale per garantire un prelievo equo (in tal senso anche la reintroduzione di una no tax area per i redditi più bassi, questa volta collegata, da capire secondo quale procedura di verifica, alla “soglia di povertà”); altre, invece, quelle a carattere temporaneo, potranno essere ridotte lasciando spazio a non meglio precisati “regimi di favore fiscale su natalità, lavoro, giovani”. Sono tre “aree” di condivisibile interesse, ma restano tuttavia importanti nodi da sciogliere in ordine alle premialità a favore della famiglia (per le quali il dibattito è molto acceso, ma sono davvero scarse le risorse da mettere in campo) e del lavoro (in questo senso andranno eliminati alcuni effetti distorsivi dell’attuale sistema che generano un disincentivo nel passare da familiare a carico a lavoratore con redditi bassi). La Legge delega impone di incidere su questi sistemi già con effetti nel 2013, pena l’introduzione di tagli lineari alle agevolazioni: ci aspetta una fase di profonda analisi e di fondamentale dibattito politico a tutela dei valori e dei concittadini che rappresentiamo.
Il federalismo fiscaleIl 30 giugno il ministero dell’Economia e delle finanze ha presentato la “Relazione sul federalismo fiscale”. Si tratta di un documento che, dopo aver illustrato un’analisi sulle distorsioni generatesi nei decenni nei rapporti tra Stato ed Enti locali, indica nettamente l’esigenza di una maggiore responsabilità di Regioni, Province e Comuni nelle fasi di imposizione fiscale. Come si intreccia questa fase istituzionale con la riforma fiscale e assistenziale che, ricordiamo, già comportano. tra maggiori entrate e minori uscite, un recupero di 16 miliardi di euro? È scongiurato il rischio che la pressione, in termini di minori trasferimenti, sugli Enti locali non si trasformi in un incremento del prelievo fiscale a loro disposizione? Il margine di autonomia per gli Enti locali anche nel definire la base imponibile non genererà situazioni “poco eque” tra cittadini di aree diverse del Paese? Sono alcuni degli interrogativi che in questa fase, molto “confusa”, ancora non trovano una prospettiva di risposta e sui quali, anche come associazione, siamo chiamati a vigilare.
La riforma della assistenzaElemento che contraddistingue il documento governativo è l’abbinamento (coordinamento?) degli interventi nel comparto fiscale con quelli nel settore assistenziale. Di fatto si prefigurano interventi di ulteriore forte contrazione delle risorse: lo Stato ridurrà al minimo gli interventi in tale campo, demandando agli Enti locali. Due elementi ci interessano su questa parte del documento: la riforma delle prestazioni di invalidità  – in pratica sarà costituito un fondo nazionale che sarà suddiviso tra le Regioni sulla base delle caratteristiche della relativa popolazione – e un nuovo “meccanismo” di valutazione della situazione economica familiare.
Su questo secondo punto due valutazioni, di condivisione. La prima: l’indicatore della situazione economica familiare attualmente adottato a livello nazionale – Isee può, e deve, essere migliorato: a livello locale sono stati sviluppati, negli ultimi anni, strumenti di valutazione più efficienti ed equi. Crediamo sia opportuna una seria analisi di ammodernamento dell’Isee a favore di uno strumento che consenta una maggiore adattabilità alle caratteristiche socio-economiche dei relativi territori e una migliore flessibilità in ordine alle specifiche politiche degli enti erogatori. La seconda: un meccanismo di monitoraggio delle prestazioni, e dei percettori, in grado di non generare sovrapposizioni di interventi e di migliorare i controlli non è procrastinabile. Si tratta di una misura ormai indispensabile sulla via dell’equità degli interventi che consenta, non solo di passare da una logica basata sulla “prestazione” ad una fondata sul “percettore”, ma favorisca anche l’azione di un raccordo tra i differenti interventi nonché quella, per noi determinante, dei controlli: un sistema di valutazione della condizione economica familiare non può prescindere da una sistematica azione di controllo su quanto dichiarato che, come operatori, riteniamo sia alla base anche di un percorso educativo dei cittadini beneficiari di risorse, talvolta cospicue, di natura pubblica.
La bozza di delega, purtroppo, non ha recepito le proposte Acli di miglioramento della Carta acquisti insistendo, invece, sulla linea di un intervento dei Comuni nella gestione della stessa, linea che rischia un pericoloso disallineamento di intervento a favore dei cittadini più in difficoltà e di procedure di accesso alle prestazioni.
La proposta del governo prelude, infine, a un ritocco delle aliquote Iva: si tratta, lo hanno sottolineato in molti, di un provvedimento a forte rischio inflativo e, in buona sostanza, di impatto diretto sui cittadini con reddito più basso. Siamo proprio sicuri che non si possa ottenere lo stesso gettito potenziando ulteriormente la lotta all’evasione? È pur vero che i “proventi” della lotta all’evasione sono di fatto già “impegnati” in altri interventi dello Stato, tuttavia alcuni studi ci dicono che questo sia possibile; noi pensiamo che sia anche doveroso tanto quanto il nostro impegno a diffondere, nella nostra azione quotidiana di intermediari, una cultura della legalità e della solidarietà.
*Michele Mariotto è vicepresidente delegato Caf Acli(da Azione sociale 3/2011) 

La Riforma fiscale secondo noi
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR