La sfida educativa e il mondo giovanile

La parola sfida non dice una semplice domanda, ma ci pone davanti una richiesta pressante entro innumerevoli e sconosciute difficoltà, anche create con un atteggiamento di contrapposizione e di lotta e non può accontentarsi di una risposta come se si dovessero mettere su queste difficoltà, che paiono dei buchi, dei tombini, una sorta di botola che li chiude. Non stiamo allestendo una fabbrica di botole, ma vogliamo far corrispondere alla parola sfida, il termine scommessa. La scommessa è una risposta particolare che sa andare oltre la richiesta e operare in chi sfida un di più di quello che chiede e che lo può sorprendere e sicuramente esaudire oltre ogni sua domanda pure pressante.
Sono almeno tre le motivazioni che secondo me hanno fatto scattare tutta quella letteratura e quella preoccupazione che va sotto il nome di sfida, emergenza o urgenza educativa.

Disorientamento del mondo adulto
L’ideale dell’uomo adulto, della ragione adulta, del far camminare l’umanità verso la sua maturità, a suo tempo proposto dall’Illuminismo, appare oggi come una parabola chiusa. In crisi appare la ragione cosiddetta adulta, come in crisi è l’adulto come figura, in crisi sono perfino le Istituzioni. Gli adulti sono disorientati, stentano a distinguere ciò che vale da ciò che non vale; faticano a orientarsi in mezzo a situazioni che sono cambiate e che spiazzano; situazioni per le quali si ha l’impressione di non avere la bussola adatta. È un senso di spaesamento, nel senso letterale del trovarsi in un “paese sconosciuto”, diverso da quello cui si è abituati.
Nella generazione adulta sembra essere venuto meno un progetto di vita, che mostri il senso secondo cui essa vive e dica anche implicitamente se vi sono possibili ragioni di vita convincenti. Sembra non essere in grado di mostrare e di narrare il valore e la bellezza della vita, in tutti i suoi aspetti. È come se la bisaccia fosse vuota, o piena di cianfrusaglia che non ha valore e serve solo a ingombrare: fa volume, ma non ha peso. Incantati dal luccichio della società dei consumi e al tempo stesso svuotati dal suo carattere effimero, gli adulti non riescono a dire ai giovani la bellezza della vita e a mostrare quale esistenza meriti di essere vissuta: «alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita».
Più che un atto di accusa verso gli adulti è il riconoscere l’esito di un modello di civiltà che ha portato allo svuotamento delle coscienze e a quell’affanno di vivere che fa vittime in primo luogo gli adulti, affaticati, smarriti, ripiegati su se stessi; e lascia i giovani troppo soli nell’affrontare la responsabilità della vita. Se tra gli adolescenti o i giovani nessuno vuole più diventare adulto, vi sono altresì molti adulti che vogliono rimanere giovani o adolescenti. Tutto ciò ha radici profonde: dalla ragione debole, al pensiero nomade; dalla provvisorietà delle relazioni interpersonali, alla incombente perdita di senso, dello “sperimentalismo” imperante: «sospensione dell’identità effettiva da parte del soggetto, che si riserva in tal modo la possibilità di ritrattare la titolarità di comportamenti oggi posti; (…) forte dipendenza dall’approvazione di altri; grande valore accordato a criteri di giudizio emotivi, e insieme inclinazione al massimalismo ideologico quale strategia di difesa dei sentimenti incerti.(…) i comportamenti non procedono dalla persuasione, piuttosto la persuasione assente è cercata mediante l’esperimento dell’agire; il test, che solo potrebbe rendere certo il guadagno dell’azione compiuta, è cercato dalla saturazione del desiderio, che deve però intervenire prima di sera…»1.
Aumento della domanda educativa
Noi diciamo che c’è urgenza educativa perchè è aumentata la domanda, perché i giovani sono di fronte a una eccedenza di opportunità, devono giocare di più la loro libertà, sono messi di fronte abitualmente, non solo in alcuni momenti della loro vita, a un numero di scelte maggiore. Se pensiamo anche solo alla scelta di quale scuola frequentare dopo la terza media, un ragazzo è di fronte a una gamma di possibilità molto più ampia di qualche anno fa quando si doveva scegliere solo tra avviamento e scuola media, se si erano fatti per giunta gli esami di ammissione. Siamo in un mondo più libero e per questo più bisognoso di attrezzarsi per decidere bene. Non siamo in contesti chiusi in cui il giovane, il figlio, l’allievo dipende solo o quasi dalle informazioni, dai modi di pensare, dalle visioni di mondo del padre o del maestro. Ogni persona ha davanti a sé ancor prima di percepirne il valore innumerevoli possibilità di comportamento, di valutazione, di stimoli, di proposte. Così è per il tempo libero, per le attività ludiche, per le relazioni, per gli spazi del territorio, per le amicizie. La Gravissimum Educationis, il testo del Concilio che parla esplicitamente di educazione, dice che è più facile oggi e più urgente educare e che l’incidenza dell’educazione sulla vita è più grande. Educare ha un valore aggiunto.
Delegittimazione della autorità
Uno dei nodi che la società di oggi presenta all’educazione è non solo la sua complessità, ma anche una sorta di delegittimazione della autorità. Non esiste nessun processo educativo che non abbia bisogno del contributo di una autorevolezza che è capace di valutare e orientare anche dicendo dei no, cioè facendo approfondire e crescere le ragioni delle scelte e la loro personalizzazione. Il padre ha il dovere di aiutare il figlio, l’insegnante l’alunno, l’educatore l’educando anche contro la sua volontà, entro un grande rispetto di una vera libertà. L’autorità soffre di non riconoscimento perché hanno perso autorevolezza le istituzioni che essa rappresenta: la famiglia, la scuola, la comunità cristiana. Così capita che gli insegnanti si scaglino o delegittimino i genitori. Colpa dei genitori che non seguono i figli. I genitori a loro volta deprezzano gli insegnati che non sanno fare il loro dovere e non sono capaci di dedizione. Ambedue parlano male del prete che ormai non sta più al suo posto o non riesce a dialogare con le giovani generazioni e il prete a sua volta se la prende con genitori e insegnanti. È la lotta di tutti contro tutti, credendo di poter essere autosufficienti e di poter educare distruggendo l’immagine della autorità e la acquisizione di una necessaria autorevolezza. L’educatore deve poter esercitare la sua responsabilità come soggetto nel processo educativo, non è un semplice “direttore del traffico”. In periodi di grandi cambiamenti sicuramente vanno in crisi le istituzioni e vanno quindi ripensate, ma è ingenuo credere che si possa educare se le istituzioni e gli uomini che le rappresentano non vengono riconosciuti come importanti nei processi di scelta che riguardano la vita personale, sociale, culturale e spirituale.
Nella sua lettera sull’educazione, papa Benedetto XVI offre alcune indicazioni preziose che possono bene essere la traccia dell’azione educativa delle giovani generazioni, a partire dalla famiglia:

l’educazione «ha anzitutto bisogno di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore». Non si insisterà mai abbastanza su questo punto. Un’autentica pedagogia funziona quando le relazioni sono sane. Due genitori enciclopedici, ma incapaci di comunicare amore, non saranno mai in grado di educare, perché il sapere cresce in un clima di sentimenti positivi. Prima di verificare la quantità e il rigore delle informazioni, occorre perciò registrare il contatto relazionale che, soprattutto nel bambino e nell’adolescente, è una condizione indispensabile.C’è da riflettere perché proprio questa età scolare è quella che oggi sembra incontrare le maggiori difficoltà. È sufficiente visitare una qualsiasi scuola media, per condividere la fatica degli insegnanti nell’interessare gli alunni alla proposta formativa che viene offerta. Le cause sono più numerose, ma al fondo non si può pretendere che un fanciullo si interessi a nozioni di storia, fisica o religione se vive in una situazione esistenziale conflittuale o problematica sul piano degli affetti. L’estrema vulnerabilità di questa età dovrebbe portare a esaminare con maggiore attenzione il mondo delle emozioni, perché testa e volontà sono strettamente collegati al cuore. La famiglia e i luoghi educativi poveri affettivamente si rivelano impotenti sul piano dello sviluppo e contrastano la formazione di quell’equilibrio che porta i soggetti a considerare positivamente se stessi e il mondo che li circonda. Chi non ha trovato amore sulla sua strada, nella sua famiglia difficilmente potrà comprenderlo e crescere nei valori che lo implicano.Si tratta naturalmente anche di riflettere su cosa si intenda per amore e qui l’educazione trova un suo preciso campo di esame. Non è raro infatti che vengano scambiati per amore atteggiamenti possessivi, prepotenti, gelosi o eccessivamente permissivi, come se gli altri fossero un capriccio o una proprietà personale. Non è nemmeno raro incontrare genitori che smerciano il proprio autoritarismo in termini di bene, mentre questo si comunica attraverso un concreto clima di sentimenti autonomi e sereni, trasmettendo fiducia e tranquillità;

il rapporto educativo è «l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà». Un’ipoteca che spesso condiziona l’approccio al tema educativo è la sua identificazione con l’ordine impositivo o manipolante, come se si trattasse di costruire modelli umani predeterminati dalla società di appartenenza. Non si può negare che ciò avvenga, facendo apparire la stessa educazione come l’opposto di un cammino di libertà, mentre il suo vero fine dovrebbe essere quello di formare a uno sviluppo cosciente e consapevole delle proprie potenzialità, delle conseguenze delle proprie azioni e del rispetto che si deve alla libertà degli altri.Proprio perché l’uomo nasce libero, ogni generazione deve essere aiutata a crescere nel corretto uso della sua libertà. La libertà è la sua, nasce con lui e si sviluppa con lui, non la eredita, ma la fa rivivere in se stesso e nelle sue relazioni.La libertà è un valore universale, comune a tutte le culture, e oggi le si presta particolare attenzione, tuttavia non è sempre così semplice dire in cosa veramente consista. Grazie ad essa si è potuto edificare la storia, ma nel suo nome si sono potuti commettere anche i più orrendi crimini. Positivamente, essa è la facoltà di autodeterminarsi, non solo nella scelta dei singoli oggetti, ma nell’orientamento che si intende dare alla propria vita, escludendo ogni forma di coercizione o condizionamento. Poiché un tale autogoverno è sconosciuto a tutti gli altri esseri, la libertà è ciò che definisce l’uomo e che rappresenta il riconoscimento più alto della sua dignità. L’educazione, che si propone la formazione della persona umana, non può che trovarvi il suo principale punto di riferimento. La prima idea di libertà la si apprende in famiglia, cresce per esperienze e esercizi di liberazione, per convinzioni e prove.Tuttavia se è già tanto nascere liberi sul piano giuridico-costituzionale, è pur vero che l’uomo si accorge che cresce per diventarlo e che la libertà resta un perenne allenamento verso cui orientarsi con responsabilità. Per sua natura il bene diventa male quando viene imposto e non è coscientemente assunto, ma una libertà intesa come semplice arbitrio, svincolata dai valori, diventerebbe una semplice contraffazione di se stessa;

l’educazione «ha bisogno di trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina». Se educare alla libertà e con libertà costituisce la vera sfida dell’educazione, è giusto richiamare il rischio di un liberalismo educativo che pensa di poter raggiungere i propri obiettivi in modo passivo, abdicando alla funzione propositiva o, nel caso degli educatori e dei genitori, alla propria autorevolezza. Questa utopia sarebbe attendibile nella misura in cui l’ambiente rivelasse una condizione neutra, ma la realtà è molto diversa e i fattori di condizionamento, moltiplicati dagli attuali mezzi di comunicazione, diventano sempre più potenti.Un’educazione senza prescrizioni, senza concrete indicazioni di orientamento verso valori che sono in grado di comunicare il senso della vita e la via del bene, crea una libertà sregolata e, alla fine, autodistruttiva. Si impone perciò la ricerca di una via di mezzo tra l’autoritarismo e il liberalismo, dedicandosi pure al compito di denunciare e indicare le diverse agenzie del condizionamento. Si può discutere se è compito del cinema o della televisione essere educativi, ma la presa di posizione di persone stimate, tra cui Karl Popper, contro il potere oggi condizionante di questi mezzi va tenuta in conto.Benedetto XVI ritiene che un’educazione senza autorevolezza e senza disciplina è inefficace, scrivendo che questo «è forse il punto più delicato dell’opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro». Di qui la necessità di considerare che «anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme»;

nell’educazione è «decisivo il senso di responsabilità: responsabilità dell’educatore e del genitore certamente, ma anche, e in misura che cresce con l’età, responsabilità del figlio, dell’alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro».Educare alla responsabilità implica il rispetto del principio di gradualità, per questo si dice opportunamente «in misura che cresce l’età». Occorre conoscere il destinatario, saperlo incontrare, accompagnare, dialogare a livello interpersonale, rispettando i ritmi personali della crescita e non proponendo obiettivi eterogenei o impossibili che producono fallimento e frustrazione. C’è la responsabilità del figlio, dello studente, dell’insegnante, del genitore e di chi intraprende un’attività lavorativa, in cui ciascuno impara ad assumere il compito che gli compete.La responsabilizzazione costituisce anche la realtà assiologica verso cui dovrebbe tendere l’intero processo educativo: non si tratta infatti di creare dei perfetti esecutori, ma persone pienamente coscienti dei propri atti, che sanno operare con discernimento e criticità, imparando a fare scelte autonome in vista del bene oggettivo, personale e comune. Ciò è particolarmente urgente oggi che l’uomo ha acquistato un potere maggiore di quello che potevano avere le generazioni passate. Potere maggiore e libertà maggiore, dovrebbero tradursi in responsabilità maggiore, non solo nei riguardi di se stesso, ma degli altri e del mondo.

L’educazione dei giovani mira alla maturità umano-cristiana
Entro questo contesto occorre avere il coraggio anche di costruire dei percorsi non improvvisati, preceduti da criteri di maturità umana e cristiana che aiutano il giovane a costruire la sua personalità entro una visione cristiana della vita. È il cammino di ogni uomo o donna, per questo deve essere un percorso educativo che va oltre l’emergenza e si traduce in una vera scommessa. L’ispirazione cristiana non si sovrappone alla sfida educativa, ma la abita e la innerva, si fa carico di tutte le problematiche e le mette alla luce della fede.
Il giovane che crede in Cristo è un uomo, una donna consapevole del fatto che il dinamismo della fede produce un «salto di qualità» nella persona, senza però rinnegare (anzi, potenziando) quanto di meglio è inscritto nelle pieghe intime dell’essere umano. Per questo quando si forma si dà dei criteri di maturità umana e cristiana:

lo sguardo riflessivo su di sé. L’uomo non ha, certo, atteso il cristianesimo per esprimere una sapienzialità «naturale», che si esplicita anche nell’esigenza di rientrare in sé, di «guardarsi dentro», evitando, perciò, di vivere alla superficie. Tutto questo è condizione per potere «prendere in mano», consapevolmente, la propria vita. Ma, soprattutto per un giovane, la conoscenza di sé implica una lunga fatica, un’avventura sempre aperta per decifrare ogni giorno un po’ meglio il mistero che siamo a noi stessi. Richiede silenzio, ascolto, coraggio per affrontare anche le nostre negatività. Ciò costituisce una sorta di preparazione naturale alla conoscenza di sé nella luce della fede. La conoscenza cristiana è «sapienza e scienza d’amore nello Spirito Santo»2. È un conoscere sé e il mistero della nostra vita in Cristo, la qual cosa introduce a un’esperienza «saporosa» di Dio e di noi in Dio;

l’accettazione di sé. La cultura in cui siamo stati immersi in questi decenni ci ha aiutato ad accettarci in quanto «dato» di una storia concreta, biologica, familiare, sociale, culturale! L’accettazione della nostra situazione (fisica, bio-psichica, storico-culturale) è condizione indispensabile per procedere verso la maturità. Nell’ottica cristiana, la dinamica dell’accettare se stessi sollecita a un «salto di qualità» ricco di prospettive nuove. Siamo invitati, infatti, ad accettarci come creature amate e redente, con una vocazione da scoprire e realizzare. In definitiva, per il cristianesimo, accettarsi significa affidarsi, entrando nella logica e nel mistero di un Dio Padre, provvidente, compromesso con la storia dell’umanità;

la ricomposizione di un’unità interiore. Il diventare adulti, maturi esige una progressiva unificazione della persona. Unificazione come ricerca e individuazione di un baricentro psicologico, valoriale, di senso. Conosciamo tutti la letteratura sull’uomo della post-modernità, il quale – anche senza volere eccedere in letture riduttivamente negative -, porta però in sé il rischio profondo della divisione, della frammentazione, con le ben note conseguenze pratico-comportamentali: esperienzialismo incessante, nomadismo valoriale, insoddisfazione permanente. Ora, l’unificazione interiore intorno a un nucleo di senso esprime anche il conseguimento, da parte del giovane, di un livello adeguato di armonia. Ma questa si raggiunge attraverso un lavorìo profondo su di sé, che implica, fra l’altro, freno alle passioni, capacità di auto-dominio. E – com’è noto – la sapienza «naturale» ci ha insegnato molto anche a tale proposito. Se ci volgiamo alla visione cristiana dell’uomo, siamo introdotti alla scoperta della radice ultima di ogni attentato all’unità della persona: il mistero del peccato. Alla luce di ciò, si comprende come la maturità cristiana passi attraverso l’incorporazione alla morte e risurrezione di Cristo. Il paolino «morire in Cristo» diventa, pertanto, condizione e itinerario per ogni credente che voglia aspirare alla statura dell’ «uomo perfetto», cioè l’uomo spirituale, unificato e pacificato, che cammina nello Spirito di Gesù;

l’andare oltre se stessi. Il tragitto verso la piena maturità umana contempla anche un continuo decentramento da sé. Occorre distogliere gli occhi da un’auto-contemplazione narcisistica, segno d’infantilismo regressivo. L’uomo maturo, decentrandosi, innesca un meccanismo di costante apertura verso l’altro. Il «rinnegamento» di sé, cui ci sollecita il vangelo, è da intendersi non in senso masochistico, ma piuttosto secondo la logica della disponibilità continua a uscire dal rischio di serrarsi nel guscio del proprio «particulare». Certo, in tal modo si entra nella dinamica del dono di sé, che, considerato nella sua espressione più alta, conduce a «perdersi». Ma, a questo punto, si scopre la verità dell’(apparente) paradosso evangelico: la «perdita» di sé, ossia di un modo individualistico d’intendere e impostare la vita, in realtà, si risolve in un «guadagno», perché produce un’insperata e pacificante ricchezza interiore;

il dinamismo della comunione. Il giovane che cresce deve a mano a mano imparare a stare anche da solo. Però, questa ricerca di momenti, più o meno ampi, di raccoglimento e anche isolamento va veduta in ordine alla possibilità di potenziare una disponibilità comunionale. D’altra parte, la comunione, come tensione a una relazione profonda con l’altro, con gli altri, non è «aggiunta» volontaristica alla nostra struttura antropologica. Nell’io, infatti, come ci ha lungamente spiegato la tradizione personalistica, sono racchiuse le categorie del «tu» e del «noi». Da qui l’istanza insopprimibile della comunicazione. La persona è sì «povertà», nel senso che include la dimensione insuperabile del limite, ma è anche «sovrabbondanza», in quanto non può sussistere senza soddisfare il bisogno di «dirsi», di relazionarsi, di stabilire rapporti amicali. Nei giovani questa dimensione è assolutamente determinante, dati tutti gli strumenti in cui è immerso. Comunicare è sempre una sfida che deve districarsi tra tanti tradimenti e abbassamenti di livello e ne deve fare di strada per farsi comunione e non esposizione, vendita di sé, costrizione di altri, soggiogamento del debole, infatuazione da immagine… Insomma, pure quest’ultimo indice di maturità conferma che la nostra realtà umana ci si presenta come «sistema aperto», non «chiuso». Su di essa s’innesta la parola e il dinamismo della fede, producendo, se bene accolti, un «salto di qualità» nel cammino di maturazione personale, fino ad accogliere il dono della comunione, più grande di ogni nostro sforzo per raggiungerla. La comunione non è un affannarsi degli uomini a qualche tavolo di concertazione, è la vita donata da Gesù alla sua sposa che è la Chiesa, supera le nostre continue divisioni; è una luce alta che attira, è dono dello Spirito alla sua Chiesa.

(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 1/2010. L’autore è assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana)


Note

G.Angelini, «Età della vita e pienezza del tempo. Per un’antropologia drammatica», in Aa.Vv., Le età della vita: accelerazione del tempo e identità sfuggente, Glossa, Milano 2009, 92-93.
Ivi, p. 32.

La sfida educativa e il mondo giovanile
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Fonte UNHCR
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Fonte UNHCR