La Sicilia come esempio della crisi italiana

Nel numero 970 della rivista Internazionale viene proposto un interessante articolo di Stephan Faris, apparso ad ottobre sul settimanale statunitense Bloomberg Businessweek, in cui si analizza la crisi italiana prendendo come cartina di tornasole la Sicilia.
Il viaggio di Faris in Sicilia parte da Giarre, cittadina di 28.000 abitanti con il poco lusinghiero record di opere pubbliche incompiute: sono 25, una ogni mille abitanti!

Si va dal teatro comunale i cui lavori sono iniziati all’inizio degli anni ’90 interrotti e riavviati per dodici volte, senza portare a compimento l’opera;
all’ospedale per la cui costruzione ci sono voluti 30 anni, e che quindi era già obsoleto ancor prima di essere terminato;
per arrivare al “capolavoro” della costruzione di un campo da polo mai utilizzato da 20.000 posti! Sarebbe come costruire un campo da hockey a Nairobi, fa notare sarcasticamente il giornalista…

Con esempi del genere si capisce come il governo regionale della Sicilia nel 2011 aveva un deficit di 5,3 miliardi di euro su un bilancio complessivo di 27 miliardi.
La Sicilia, che è la regione più grande del Paese, rischia di diventare la “Grecia d’Italia”.
Il paragone però non è del tutto corretto. Il pericolo in Sicilia non sta nel rischio di implosione della sua economia. Come nel resto d’Italia, i problemi della regione sono più politici che economici.
Dal 1946 l’isola ha usufruito dello status di regione autonoma, ma l’autodeterminazione non ha incoraggiato il senso di responsabilità. In particolare per far fronte alla disoccupazione, la soluzione trovata dai governanti siciliani è stata quella di creare posti di lavoro dal nulla.
Il governo regionale impiega 18.000 persone, cinque volte più della Lombardia, che ha il doppio degli abitanti. Inoltre le giunte provinciali e comunali impiegano altre decine di migliaia di lavoratori con contratti a tempo determinato. Solo a Palermo ci sono 20.000 impiegati della pubblica amministrazione. La portata del problema e l’incapacità di risolverlo sono sotto gli occhi di tutti: tutto questo denaro, che non è stato utilizzato per investimenti produttivi, è servito per comprare voti.
I problemi della Sicilia sono una versione estremizzata di quelli italiani. Tutto il Paese si è avviato verso l’insolvenza molto tempo prima che la crisi esplodesse. E mentre altri paesi, un tempo noti con l’acronimo PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) hanno reagito alla crisi abbassando il costo del lavoro e aumentando la produttività, il costo del lavoro in Italia ha continuato a crescere.
La situazione italiana, vista dall’osservatore statunitense, è allarmante, considerando che la legge di riforma del mercato del lavoro è annacquata in Parlamento e che prima delle prossime elezioni la speranza che si possa fare qualcosa di concreto è ridotta allo zero.
Dal numero 38 di Segn@libro, la newsletter della Biblioteca/Archivio storico delle Acli

La Sicilia come esempio della crisi italiana
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Fonte UNHCR
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