La società sotto assedio

Guardare alle disuguaglianze dalla prospettiva dell’economia e del lavoro, ancorché un esercizio complesso, fa emergere la situazione attuale in tutta la sua gravità.

Se, come afferma papa Francesco, la disuguaglianza è all’origine di tutti i mali sociali, allora i dati relativi allo squilibrio esistente tra lavoro e capitale definiscono un quadro di particolare chiarezza circa il pericolo di estinzione che corre la nostra società per come l’abbiamo vissuta ed intesa finora. Si direbbe che si sta pienamente realizzando la triste profezia della società sotto assedio, così ben dipinta da Bauman qualche anno fa.

Trattando di disuguaglianza innanzitutto ci sono alcuni miti da sfatare: intanto non è sostenibile la tesi per cui la disuguaglianza ci sarebbe sempre stata ed è, quindi, connaturata alla storia umana. Ammesso che si debba accettare una condizione per il solo fatto che essa esiste, anche semplicemente per le proporzioni odierne raggiunte dal fenomeno questo argomento va confutato. Seppure un certo grado di disuguaglianza fra i Paesi del mondo si è ridotto soprattutto per il progresso compiuto da Stati una volta in via di sviluppo, un ampio divario continua a permanere, e inoltre si è drammaticamente accentuato quello all’interno degli Stati.

Tutti i modi in cui possiamo valutare la disuguaglianza economica (povertà, deprivazione, distribuzione dei redditi, infrastrutture, ecc.) concordano nel raccontare l’esponenziale crescita del fenomeno specialmente negli ultimi anni, cioè proprio negli anni in cui la crisi ha colpito duro.

In Italia, in particolare, la distribuzione dei redditi e della ricchezza mostra un sensibile peggioramento.

Ma allora quali sono stati, in questo periodo, i rapporti tra lavoro e capitale? Hanno contribuito a inasprire la situazione? Quali sono state le dinamiche che hanno prodotto gli attuali squilibri? I dati non ammettono discussioni: una battaglia è stata combattuta e il lavoro è risultato sconfitto rispetto al capitale, specie se di marca finanziaria.

Lo rivelano i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione degli ultimi anni, per le quali non bastano pochi miglioramenti a recuperare una situazione ampiamente compromessa e lo rivelano le condizioni di lavoro (part time involontario, bassa retribuzione che ha creato il fenomeno dei lavoratori poveri, sovraqualificazione, crescita del lavoro atipico specie per i giovani, le morti sul lavoro, che nei primi mesi del 2015 raggiungono un non invidiabile record, ecc.).

La decrescente dinamica dei redditi da lavoro sul Pil mostra il progressivo minor peso del lavoro nel sistema economico e l’affermarsi di una strategia che ha perseguito la compressione del costo del lavoro raggiungendo come risultato solo peggiori relazioni nei luoghi di lavoro, scoraggiando l’innovazione e la riqualificazione dell’economia.

Questa è la conclusione a cui è pervenuto l’Ilo, l’International labour office, che nel proprio rapporto 2014 sottolinea l’andamento seguito dalle principali economie sviluppate negli anni di crisi: diminuzione del Pil, diminuzione dell’occupazione (anche più della produzione), maggiore produttività, lieve crescita dei salari nei Paesi forti; diminuzione dei salari nei Paesi periferici.

Contestualmente alla caduta dei salari si assiste all’aumento dei profitti delle imprese, soprattutto nel mercato finanziario. La produttività aumenta ma non i salari e le due variabili cominciano a divaricarsi: in 36 Paesi considerati dal 1999 a oggi la produttività media è più che raddoppiata rispetto ai salari. L’Ilo individua le cause del rallentamentodei redditi da lavoro per le economie sviluppate prevalentemente nella finanza globale e in una globalizzazione squilibrata.

I maggiori profitti non si sono trasformati in investimenti: si è pensato di favorire quelli privati flessibilizzando il mercato del lavoro, mentre si è ottenuto l’effetto opposto. Specie per l’Italia i bassi salari e i profitti crescenti si sono rivelati essere la debolezza del nostro sistema e della perdita di competitività dell’economia italiana.

L’altra conseguenza evidente è una progressiva concentrazione della ricchezza, che ha raggiunto vette inimmaginabili a favore di un ristrettissimo numero di persone e a danno della gran parte della popolazione mondiale. Gli effetti sono devastanti: in tutto il mondo pochissimi individui assommano imponenti fortune e un grande potere, mentre la classe media e i più poveri non hanno accesso alle cure, all’istruzione, alle opportunità di vita, con un aggravio delle già presenti disuguaglianze di genere e di generazione.

A fronte di questa situazione le opzioni politiche finora proposte e praticate a livello europeo riguardano da un lato il risanamento del debito pubblico e le politiche di austerità, e dall’altro lato gli accordi commerciali internazionali.

Nel primo caso lo slittamento di piano è evidente ed è ben riassunto dalle parole di Luciano Gallino, il quale in una recente intervista ha affermato: «il paradosso è che la crisi, fino all’inizio del 2010, è stata una crisi delle banche. Poi è iniziata una straordinaria operazione di marketing: si è fatta passare l’idea che il problema fossero i debiti pubblici degli Stati». Il rigore che ne è derivato per appianare il debito non tiene conto del fatto che gli interessi alimentano il debito e che un grave esborso di denaro è necessario per pagare gli interessi per i prestiti ottenuti dal mercato finanziario, che gioca anche con gli Stati la carta della speculazione.

Le risorse sono sottratte ai cittadini e alla spesa pubblica, ma non viene applicata la medesima severità nei confronti della riforma della finanza internazionale: non a caso è ancora il settore finanziario quello che garantisce le retribuzioni più alte e che crea ogni anno il maggior numero di miliardari. Allo stato attuale la politica di austerità non ha dato i frutti sperati: gli unici effetti visibili sono la crescita delle disuguaglianze interne tra gli Stati membri dell’Unione e lo sgretolarsi del sogno europeo.

D’altra parte, gli accordi commerciali con il Canada e gli Stati Uniti che l’Unione insiste per concludere, prospettando mirabolanti risultati per quanto concerne la crescita del Pil e dell’occupazione, sono ben lontani dal rappresentare la panacea di tutti i mali e, oltre ad implicare gravi pericoli sotto il profilo dell’abbassamento degli standard rispetto ai diritti dei lavoratori e dei cittadini, non garantiscono maggiori posti di lavoro bensì spesso il contrario, come mostrano studi recenti condotti negli Usa.

Lo stato delle cose e le soluzioni proposte pongono un problema democratico rilevante, dal momento che per assicurarsi che gli orientamenti continuino a essere questi e che vengano favorite politiche atte a creare margini di profitto più elevati i potenti spendono quantità inaudite di denaro per fare azione di lobby presso le istituzioni pubbliche (nazionali e internazionali) e di pressione sui politici.

La tenuta del tessuto sociale, della coesione, della solidarietà, delle conquiste sociali realizzate dai lavoratori nei decenni sarà definitivamente lesa se non si inverte la tendenza e si pone un argine alle spinte che relegano il lavoro a fattore residuale rispetto al capitale.

Oggi immaginare un mondo diverso è possibile, non solo perché il pensiero economico ha recuperato molte delle analisi keynesiane a lungo relegate in un angolo dall’iper-liberismo (sono ormai noti economisti autorevoli fuori dal coro come Stiglitz, Atkinson, Piketty, Krugman, Mazzucato…), ma anche perché si fanno largo le esperienze politiche alternative di alcuni governi e l’azione dei movimenti della società civile che in tutta Europa si battono per ridurre le disuguaglianze, anche attraverso la richiesta di riformare la finanza e il contrasto ai trattati ingiusti.

Le Acli, come associazione popolare, sono presenti e attive in questi campi. Sono impegnate nelle iniziative più efficaci per ridurre le disuguaglianze, rinnovando così le fedeltà al lavoro, alla Chiesa, alla democrazia. In presenza di un sistema anti-sociale, in cui l’imperante modello economico richiede e produce un modello politico coerente con i propri interessi, le Acli si battono per ripensarlo sulla base del primato della politica, del bene comune, della consapevolezza dei limiti dello sviluppo in un contesto di risorse date.

Per questo, come ha affermato il presidente Gianni Bottalico in chiusura del recente Incontro di studi di Arezzo, «nel futuro del Paese c’è bisogno delle Acli, di un’associazione che sappia stare alle periferie e alle frontiere sociali e culturali, capace in autonomia di giudizio di elaborare un’idea di società più giusta e solidale».

In allegato le slide del laboratorio “Il lavoro, il capitale, gli accordi internazionali e il debito: il cuore delle disuguaglianze” Parte I e Parte II,  realizzato dall’area Politiche di cittadinanza presso l’Incontro nazionale di studi di Arezzo.

 

La società sotto assedio
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR