La virtù dimenticata della riservatezza

È di poche settimane fa la notizia dell’ennesima, imponente rapina avvenuta in una abitazione privata. I ladri si sono introdotti furtivamente nell’appartamento quando era privo dei suoi abitanti e hanno avuto tutto il tempo per svaligiarlo ed appropriarsi dell’ingente bottino.
Fin qui, purtroppo, niente di nuovo. I furti in appartamento o in villa sono sempre numerosi nel nostro Paese, nella piccola provincia come nelle periferie, più o meno benestanti, delle grandi città. Pare, però, che i rapinatori conoscessero gli spostamenti dei rapinati e abbiano per questo avuto la possibilità di agire indisturbati; questo non solo per averli probabilmente controllati e seguiti, ma anche per averli spiati tramite i social network, sui quali i proprietari di casa rendevano pubbliche le loro uscite, i loro personali programmi, i loro orari.
Questo episodio mi ha sollecitato alcune riflessioni. Quando ero bambina ebbero inizio i primi programmi televisivi in cui si prese a stabilire un contatto diretto con i telespettatori utilizzando lo strumento del telefono, l’unico allora disponibile.
Ricordo che le persone contattate a stento confessavano al presentatore di turno il proprio nome e omettevano spesso la propria provenienza, perché – sostenevano – non volevano agevolare i ladri con tali informazioni! Al di là dell’ingenuità di certe affermazioni e di certi tempi della televisione (che oggi sembrano preistoria), credo però che valga la pena rimpiangere una virtù davvero dimenticata, come quella della riservatezza.
Quelli di oggi appaiono sempre più come i tempi della sfera personale vetrinizzata (per dirla come farebbe il sociologo Codeluppi) e dei sentimenti, anche quelli più personali e intimi, strillati e “messi in piazza”, cosa che dice tutt’altro rispetto alla profondità con la quale pretendono di essere espressi. Quella che talvolta corre in rete e che spopola in tv è una sconcertante pornografia dei sentimenti. C’è un desiderio e una volontà negli italiani (e non solo) di mettersi in mostra, di raccontarsi quasi imponendosi agli altri, di far conoscere “i fatti propri” che rasenta l’ostentazione e l’esibizionismo (e che suscita in altri il più puro e deteriore voyerismo).
Siamo purtroppo figli di un egocentrismo e di un individualismo, che sono tra i principali problemi umani e culturali dei nostri anni, perché pongono al centro solo se stessi e non contemplano l’altro se non come proprio pubblico, come surrogato virtuale e appendice di un sé abnorme e megalomane. Anche se ne accetto l’amicizia.
Nella lista di “amici telematici” che si può creare nei social network spesso c’è un malinteso circa il significato della condivisione. La necessità di essere sempre connessi, di fare quasi la telecronaca della propria vita, di avere sempre più contatti mi sembra un frainteso senso dell’amicizia ma anche, cosa più grave, dell’esistenza, specie quando, per sapere di esistere, molti paiono affidarsi al numero di risposte che ricevono a quanto si è pubblicato.
Mi chiedo: se si ha in programma una gita a Tindari di letteraria memoria, non è forse meglio e, a quanto pare, meno pericoloso, parlarne al vero amico/a faccia a faccia piuttosto che metterlo in bacheca su Facebook o scriverlo su Twitter? È veramente necessaria questa sbandierata pubblicità?
Non è più gratificante, anche se personalmente impegnativo, coltivare un contatto diretto, una relazione significativa con una persona a cui poter comunicare il proprio sentire profondo e i propri progetti? Non è più umanamente sensato stabilire una gerarchia nelle amicizie, per cui non tutto si può dire indistintamente ai “tutti” di una lista?
Non ha più intensità e bellezza un sentimento che si tiene per sé o tra pochi, perché non comprensibile né traducibile nella sua complessità se non da alcune persone che hanno strumenti comuni ed affini per interpretarlo?
Senza voler fare un inutile elogio del passato, va detto che forse un tempo si era più riservati, e non solo perché certi mezzi di comunicazione non erano ancora disponibili.
Non ritengo che si fosse per questo meno aperti, trasparenti e sinceri. Né credo che non impicciarsi dei fatti altrui, come insegnavano le mamme, sia da intendere quale indifferenza quanto piuttosto come rispetto per l’altro e interesse ad incontrarlo pienamente in libertà e disponibilità.
Forse dovremmo riscoprire il valore di una sana riservatezza, non solo per difenderci da improprie intromissioni nella nostra vita privata e nel nostro ambiente materiale, ma anche per recuperare in profondità e in capacità riflessiva.

La virtù dimenticata della riservatezza
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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