L’acqua non è una merce

Centomila firme nel primo weekend della campagna referendaria per l’acqua pubblica. È un autentico risveglio civile che trova il suo motore nella più grande coalizione, alla quale aderiscono le Acli, mai messa in campo in Italia. Fermare la privatizzazione dell’acqua, riaprire la strada della sua pubblicizzazione, eliminare i profitti. Lo chiedono i tre quesiti referendari volti ad abrogare la legge dell’attuale Governo e le norme passate che considerano l’acqua e la sua gestione una merce. L’acqua è un bene essenziale e un fondamentale diritto umano che non può essere assoggettato alle “leggi” dell’economia e agli interessi privati.

Al di là delle assicurazioni del Governo sulla proprietà pubblica dell’acqua e sull’istituzione di un’Authority di vigilanza, è evidente che chi raccoglie, distribuisce e vende un bene ne è il proprietario mentre è necessario mantenere i livelli di responsabilità del pubblico su tale risorsa. Senza acqua non c’è vita: ciò basta per escludere le risorse idriche dalla sfera di un commercio senza regole. L’Italia deve riconoscere l’acqua fonte della vita e diritto umano fondamentale e universale, irrinunciabile e inalienabile, come già detto da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate. Bisogna lottare contro l’idea che tutto, per assumere valore, debba passare attraverso scambi monetari. Tanto più questo vale per l’acqua. Una società che confonde ad arte i beni con le merci, è una società che fa prevalere l’egoismo a scapito dei legami sociali, della solidarietà e della responsabilità collettiva. Vogliamo difendere la dimensione sociale dell’acqua a partire dai territori, dove le amministrazioni locali, abbagliate da ingannevoli prospettive di risparmio e innovazione, sembrano non avere gli strumenti per una corretta riflessione e si consegnano al mercato. Eppure, basterebbe guardarsi intorno. Ad Arezzo, prima città italiana a privatizzare l’acqua nel 1999, gli esiti sono stati disastrosi: scarsi investimenti, tariffe altissime, bollette illegittime a discapito delle fasce più deboli della popolazione. Inoltre, la conversione in legge del decreto Ronchi lede le autonomie locali e la sovranità di Regioni e Comuni, in spregio alle dichiarazioni sui territori, sul federalismo, la sussidiarietà. In tempo di crisi, poi, preoccupano le ripercussioni che la privatizzazione dell’acqua comporterebbe sui bilanci familiari. In una dimensione globale, infine, dobbiamo pretendere che l’acqua sia considerata in relazione ai cambiamenti climatici che riducono le fonti idriche della Terra spingendo milioni di persone a emigrare. È dunque in discussione il diritto alla vita per gli “ultimi”, soprattutto dei poveri dei Sud del mondo. L’Italia prima di pensare a una privatizzazione di un bene vitale dovrebbe impegnarsi a livello internazionale a difendere l’acqua e l’accesso a essa da parte di tutti gli esseri umani, evitando di ricorrere ai privati per la distribuzione. Ma ha senso chiederlo a un Governo che riduce i fondi per la cooperazione internazionale e che ha introdotto i “respingimenti”?

L’acqua non è una merce
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR