L’amore intelligente: alle radici dell’agire per il bene comune

Questo mio intervento vuole essere una lettura della “Caritas in veritate” a partire dalle stesse parole del tema che mi è stato affidato: “l’amore intelligente: alle radici dell’agire per il bene comune”.
Cercherò dunque di chiarire, alla luce dell’enciclica, che cosa comporta concretamente un amore intelligente che coniuga insieme la carità con la ragione per cui l’amore diventa, appunto, “intelligente”  e orientato al bene comune.
Possiamo subito osservare che la stessa formula “amore intelligente” è tipicamente ratzingeriana nel senso che è evidente in essa l’intenzione di tenere unita, e non di separare, le due polarità complementari della carità e della razionalità.

Articolerò dunque la mia riflessione in tre parti:

La Caritas in veritate come “bussola” dell’agire sociale
La fraternità e il dono come principio per ripensare l’economia
Un vocabolario dell’economia civile come linguaggio sempre più familiare agli amministratori pubblici di ispirazione cristiana

1. La Caritas in veritate come “bussola” dell’agire sociale
Ha scritto padre Bartolomeo Sorge che la Caritas in veritate è un prontuario sociale cristiano per il XXI secolo”. È la bussola per orientarci sui temi della complessa questione sociale che si è trasformata in questione antropologica.
Cerchiamo allora di leggere le sfide dell’economia, del lavoro e dell’equità sociale con lo stesso coraggio e libertà di pensiero che Benedetto XVI ha mostrato, in maniera esemplare, in questa sua ultima enciclica. Il punto di partenza è chiarissimo: «la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati. Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione» (n.9).
Per mettere in pratica questa missione di verità, è necessario innanzitutto – dice il Papa – realizzare una svolta culturale per dare vita ad un “nuovo pensiero”, ad una nuova mentalità, ad una metànoia, come dice il Vangelo, poiché senza tale discontinuità tutto resterebbe immutato come prima. Se allora proviamo a leggere il n.53 dell’enciclica, troviamo queste parole impegnative: “Oggi l’umanità appare molto più interattiva di ieri (basti pensare alla globalizzazione, ai flussi migratori, alla società in rete). Tuttavia, questa maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione, dice  Benedetto XVI. Serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia. L’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà”.
Abbiamo dunque bisogno di un nuovo pensiero che vada oltre l’individualismo moderno e si apra ad una antropologia della relazione, dell’interdipendenza e della solidarietà. Questo è il primo passo che, come cristiani, siamo tenuti a compiere se vogliamo affrontare correttamente, e secondo la prospettiva dell’amore intelligente le grandi sfide dell’economia oggi nel mondo.
Benedetto XVI afferma con chiarezza che “la verità è logos che crea dia-logos e quindi comunicazione e comunione (…). La verità apre e unisce le intelligenze nel logos dell’amore” (n.4).
Come si vede, il termine veritas, per Benedetto XVI, non è un principio astratto o formalistico. Anzi, il titolo dell’enciclica – che è davvero tipico dell’impegno di questo Pontefice per allargare l’orizzonte della ragione – vuole appunto legare la veritas intrinsecamente alla caritas perché solo attraverso questa saldatura emerge l’amore intelligente. Ma vorrei dire ancora di più.
Con questo legame tra veritas e caritas Benedetto XVI introduce una dinamica nuova nel pensiero contemporaneo. Del resto non è un caso se nella Sacra Scrittura verità e carità vengono usati come due nomi di Dio e in questo senso diventano radicalmente indissociabili. Così facendo Benedetto XVI evita una concezione riduttiva della caritas, un suo slittamento cioè nel campo dei sentimenti e delle emozioni.  Solo una carità ancorata alla verità potrà apparire ben salda nella storia e non si esaurirà in emozioni a se stanti, poiché scopo della carità è l’edificazione della communitas, della polis, della città di tutti e in ultima analisi della “unità della famiglia umana”.
Proprio perché la carità è «la principale forza propulsiva per lo sviluppo di ogni persona e dell’umanità» (n.1), diventa giusto evitare quelli che il Papa chiama «sviamenti e svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di essere fraintesa» (n.2).
Dunque «senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo» (n.3). Ed è per questo motivo che un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili magari per la convivenza sociale, ma del tutto marginali». Per questo occorrerà pervenire ad un livello di maggiore profondità, come ora vedremo.
2. La fraternità e il dono come principio per ripensare l’economia
Possiamo affermare che  la parola “fraternità” che viene ad assumere una posizione di grande rilievo nell’enciclica portando alla luce nuovi aspetti della dottrina sociale cattolica. L’essere fratelli – dice il Papa – esprime un legame costitutivo, che “precede” la nostra libera decisione di agire in modo solidale. Facendo ricorso al concetto di fraternità per ben 39 volte, l’enciclica mostra un coraggio insolito, chiama le cose per nome e introduce categorie di pensiero non abituali nel linguaggio politico ed economico. Dice Benedetto XVI: «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (n.19). Proprio la fraternità diventa allora il criterio decisivo. Essa non viene dall’uomo ma è dono di Dio. La ragione, da sola, è certamente in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità (n.19). E’ invece la fraternità (che riceviamo da Dio) a fondare la vera solidarietà: «non come filantropia, ma come “carità nella verità”, (amore intelligente, dice il nostro tema) capace di muovere lo sviluppo dal di dentro (n. 53). Aprire allora le porte della politica e dell’economia al principio di fraternità significa promuovere finalmente la civilizzazione della politica e dell’economia.
L’Enciclica dice testualmente che “la carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono” (n.34), che con la sua eccedenza, il suo ‘di più ’, la sua gratuità, non solo va oltre a ciò che è contemplato nelle regole del mercato, ma è in grado di superare la logica mercantile. Il principio di gratuità è tuttavia  intrinseco all’economia stessa. «L’essere umano – afferma il Papa – è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza» (n.34).
Benedetto XVI vuole così che la logica del dono entri “nel” mercato ed esprimere un secco “no” al mito dell’efficienza che discrimina le persone  e premia i più forti.
Il mercato da solo non basta. L’economia ha bisogno di regole e dunque di etica sociale. È tempo allora di porre fine alla separazione tra  la sfera economica e la sfera sociale e di re-incorporare l’economia nel sociale. È in questo modo che l’economia diventa civile.
Questo  invito alla “civilizzazione dell’economia” porta a superare la dialettica mercato-Stato, creando nuove forme di democrazia, partecipazione, redistribuzione e socialità nell’attività economica.
Nell’enciclica vengono elogiate le attività non profit, anche al di là del cosiddetto Terzo Settore. Si pensi al commercio equo e solidale, alle attività mutualistiche e sociali, al microcredito e alla cosiddetta economia di comunione, tutte modalità che sono apparse negli ultimi decenni ma che non trovano ancora spazio nel mercato tradizionale. Purtroppo queste attività non vengono adeguatamente favorite dal sistema fiscale e giuridico, troppo legato alla logica del profitto. Non si tratta però soltanto di creare settori o segmenti etici nell’economia e nella finanza, ma – dice il Papa – «l’intera economia e l’intera finanza siano etiche e lo siano non per un’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura” (n. 45).
Quello che il Papa prospetta è un sistema dove «soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico» (n.37), questi soggetti – che spesso sono mossi da motivazioni religiose – non si sostituiscano però alle imprese che operano a fini di lucro, di cui l’enciclica non auspica in nessun modo la sparizione, né allo Stato, che mantiene il suo ruolo di dettare regole e leggi, ma portino lo «spirito del dono» (n.37) in tutte le fasi del processo economico.
Allora proprio «questa concezione più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con la contaminazione virtuosa di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello di economia avanzate a quello dei paesi in via di sviluppo» (n.41).
L’obiettivo da conseguire è che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso» (n.38).
Ma occorre agire con intelligenza perché incombe il rischio, nota Benedetto XVI, che la logica del mercato (spesso non aperta all’etica e alla socialità) e la logica dello stato, si mettano d’accordo fra loro per escludere questo terzo tipo di attore dell’economia contemporanea (n.36). Quando ciò avviene «vengono meno la solidarietà nelle relazioni tra i cittadini, la partecipazione e l’adesione, l’agire gratuito, che sono altra cosa rispetto al “dare per avere”, proprio della logica dello scambio, e al “dare per dovere”, proprio della logica dei comportamenti pubblici, imposti per legge dallo Stato» (n.39). Certo il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti.
Passando poi al concetto di “sviluppo” che nell’enciclica ricorre per ben 250 volte, la prima osservazione da fare è che esso non si riduce alla semplice crescita economica. Uno sviluppo, per essere autentico, deve essere integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Il cristiano non può accettare di separare l’economia dall’uomo perché la questione sociale e la questione antropologica sono intimamente intrecciate tra loro. Afferma Benedetto XVI  che «il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un’intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell’uomo, nell’orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere» (n. 70).
Per capire che cosa sia lo sviluppo umano è pertanto necessario ripartire dalla domanda sull’uomo e sul significato del suo stare nel mondo. La risposta che offre Benedetto XVI è la seguente: “Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione”» (n. 16).
Proprio perché lo sviluppo è risposta dell’uomo alla sua vocazione trascendente è necessario che il progresso sia conforme alla dignità dell’uomo: «La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile. Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana» (n.17).
Il cristiano è chiamato a collaborare con tutti gli altri uomini di buona volontà per la costruzione del bene comune.
Per questo nella polis globale è necessario che tutti, credenti e non credenti, autoctoni e migranti, contribuiscano per stabilire le regole dell’etica pubblica. Anche i cattolici sono tenuti a svolgere il loro ruolo in questo contesto plurale facendo valere la loro identità e i loro valori. Osserva Benedetto XVI che la dottrina sociale della Chiesa “è nata per rivendicare questo ‘statuto di cittadinanza’ della religione cristiana (n.56). Se un punto di novità va messo in luce, questo è rappresentato proprio dai forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale (n.15), tra questione sociale e questione antropologica che sono strettamente connesse tra loro.
Combattere le disuguaglianze sociali e le nuove povertà è compito di tutti, al di là delle religioni e delle ideologie. Infatti, l’aumento delle disuguaglianze e delle povertà, «non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del « capitale sociale », ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile.»  (n.32).
Non possiamo però affermare solo retoricamente, nei Documenti magisteriali, che la fraternità va oltre la solidarietà e la giustizia sociale, e poi arrenderci dinanzi alle derive dell’utilitarismo, del corporativismo e del localismo. In quanto cristiani noi dobbiamo proporre qualcosa di più e non di meno di ciò che si può esigere sul piano della giustizia e della solidarietà.
3. Un vocabolario dell’economia civile come linguaggio sempre più familiare agli amministratori pubblici di ispirazione cristiana
Oggi abbiamo già a disposizione un ottimo strumento culturale per apprendere e padroneggiare il lessico economico nella prospettiva propria della DSC.
Mi riferisco al “Dizionario di economia civile” (Città Nuova, Roma 2009) curato da Stefano Zamagni e Luigino Bruni. Questa opera è importante perché offre a livello scientifico un nuovo modo di  concepire e di leggere l’economia (e il mercato) come fattore di civilizzazione.
Nel Dizionario troviamo sia voci che illustrano attività e pratiche sociali, come: capitale sociale, cooperative sociali, imprese sociali, associazioni di volontariato, non-profit, responsabilità sociale di impresa, Terzo settore; sia anche voci che descrivono principi e valori fondamentali, come: bene comune, cittadinanza, dono, equità, fraternità, giustizia, reciprocità, sviluppo, sussidarietà; sia infine voci che riguardano comportamenti economici più o meno alternativi, come: bilancio sociale, bilancio di giustizia, commercio equo e solidale, economia di comunione, finanza etica, gruppi di acquisto solidale (i famosi GAS). Ma non vorrei trascurare la presenza anche di testimoni e personaggi, talora poco o per nulla conosciuti ma significativi, come: Antonio da Firenze, Bernardino da Siena, Giacinto Dragonetti, Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giuseppe Tovini, Mohammed Yunus, Gino Zappa.
Come si vede, l’impianto complessivo di questo Dizionario è non solo originale ma riesce a coniugare rigore scientifico e pedagogia sociale.
Infine, consentitemi ancora un’osservazione conclusiva che ritengo importante, perché riguarda la necessità di  “tornare a pensare” – a pensare da cristiani con l’intelligenza della fede e nella direzione di quell’amore intelligente da cui siamo partiti. Ebbene questo Dizionario ci aiuta a scoprire che l’economia civile è figlia in buona sostanza della scuola francescana di economia, anche se di essa non si è avuta sufficiente consapevolezza fino ad oggi all’interno della Chiesa, e forse neanche nelle Università Pontificie. Oggi però, dopo Caritas in veritate la prospettiva dell’economia civile non potrà essere più ignorata. «La grande sfida che abbiamo davanti a noi – dice infatti Benedetto XVI – è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità» (n.36). E a me pare che tale Dizionario mostri in maniera convincente come l’economia, il mercato e l’impresa possono diventare anche un luogo dove far crescere la fraternità e la gratuità, ossia un luogo di umanizzazione e di civilizzazione.
(Diocesi di Casale Monferrato, 8 maggio 2010)
 

L’amore intelligente: alle radici dell’agire per il bene comune
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Fonte UNHCR
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Fonte UNHCR