“Lavoro Perugina” da padre in figlio: un eredità familiare accettabile?

“Togliere il lavoro ai papà per darne (un po’) ai (loro) figli”: potrebbe essere questo l’ultimo messaggio che si trova scartando un bacio perugina, un messaggio apparentemente d’amore ma che sa di amaro.
In questa cupa estate 2012, in cui – solo per fare riferimento a due notizie odierne – il tasso di disoccupazione è salito al 10,8% (il tasso più alto  da gennaio 2004) e la fabbrica Richard Ginori di Sesto Fiorentino manda  in cassa integrazione 337 lavoratori, la multinazionale Nestlé ha avanzato una proposta assai singolare: ai lavoratori over 50 della Perugina di San Sisto propone una riduzione d’orario (da 40 a 30 ore settimanali) e di stipendio (25%) in cambio dell’assunzione part-time dei propri figli (75%).

Lungi dal voler entrare nel dibattito/polemica che questa proposta ha scaturito, sarebbe interessante capire le ricadute materiali e psicologiche che questa proposta ha sulla famiglia.

Partiamo  dalle ricadute materiali. Proporre la trasformazione di un rapporto full time in due part time significa dividere un posto di lavoro in due senza garantire uno stipendio adeguato a nessuno. Questa soluzione, infatti, non crea alcuna possibilità per il giovane di diventare economicamente indipendente, di “fare famiglia”, in breve di… diventare adulto. Inoltre, impoverisce ulteriormente la sua famiglia di origine, mettendo in difficoltà gli anziani che, con l’avanzare dell’età e il bisogno di cure (che lo stato non è più in grado di sostenere), rischiano di diventare indigenti.

Il discorso è semplice: rispetto ad una retribuzione già “piccola” e “ferma”, entrambi guadagnerebbero troppo poco per vivere dignitosamente, quindi, da un punto di vista economico, questa soluzione è inutile poiché peggiorativa per entrambi i soggetti essendo incapace di produrre ricchezza e contribuire alla crescita demografica del Paese.

In questo quadro, se la prospettiva è quella di con-vivere e con-lavorare insieme ai genitori per una vita intera emerge il primo risvolto psicologico discutibile di questa proposta, ossia quello di acuire ulteriormente la difficoltà che i giovani del nostro Paese hanno a staccarsi dalla famiglia di origine, sia per l’evidente mancanza di politiche ad essi rivolte, sia per i noti motivi culturali.

La famiglia sembra essere ormai diventata l’unico ammortizzatore sociale del nostro Paese. E’ la famiglia che mantiene i giovani disoccupati e precari, che si prende cura di anziani e piccini e che garantisce il mutuo dei figli. Non è infatti un caso che questa proposta venga fatta proprio in Italia.

Certo, si potrebbe obiettare, la scelta di aderire a tale proposta è volontaria, ma in questo momento di particolare incertezza, ha un che di ricattatorio (secondo risvolto psicologico discutibile): più di un genitore, preso dalla paura del futuro dei propri figli, potrebbe fare una scelta che, seppur non convincente, sente come l’unica possibile, cadendo nell’errore di aderire ad una cultura del lavoro assistenzialista, corporativista, familistica e discriminatoria. Attraverso questa proposta, ancora una volta, i neo-lavoratori non vengono scelti per merito, ma per discendenza, facendo passare la logica dell’importanza dell’essere “figli di” piuttosto che “persone a prescindere da”.

Dall’estremizzazione di una solidarietà familiare richiesta dalla carenza di politiche adeguate al familismo il passo è, quindi, molto breve. Questa proposta svilisce, infatti, il senso di uguaglianza, di pari opportunità e di dignità che deve accompagnare il percorso lavorativo di ogni persona.

Peraltro la proposta Nestlé non presenta nulla di nuovo, essendo la cattiva copia di una prassi consolidata degli anni 70 in cui in alcuni ambienti di lavoro i figli potevano ereditare il posto dei genitori. Almeno, però, l’assunzione del giovane era contestuale al pensionamento del padre ed era senza riduzione alcuna di remunerazione.

Ma è anche una cattiva copia della politica solidale (“lavorare meno per lavorare tutti”) che la Volkswagen, aveva attuato – con successo – negli anni novanta per fronteggiare l’allora calo della domanda e il conseguente rischio di licenziamento di 30.000 dipendenti, proponendo una settimana di lavoro più corta (28,8 ore) a fronte di una riduzione del 20% di retribuzione.
Paradossalmente, la soluzione familistica della Nestlé non ha nulla di vantaggioso, né per la famiglia singola, né per la “famiglia umana”: da un punto di vista economico e solidale, infatti, sembra non portare a nulla.

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