Lavoro: senso e speranza per l’uomo – 1

Vivere il lavoro con gratuità

In questo primo contributo don Raffaello Ciccone, accompagnatore spirituale delle Acli di Milano, ci introduce in un aspetto importante del lavoro, la sua gratuità.
 

Esso è tuttavia spesso dimenticato o messo da parte, perché ritenuto utopico e quindi non praticabile nella quotidianità.

La riflessione cristiana, che propone una visione dell'uomo reale e aderente alla sua natura, sottolinea la centralità della gratuità anche nel lavoro. 
 

GRATUITA' E LAVORO – PRIMA PARTE

E’ un tema molto curioso e suscita, in genere, perplessità, diffidenza, stupore.

Eppure, proprio in un mondo di lavoro e di persone impegnate a livello sindacale e di servizi, è necessario parlare di gratuità.

A ben vedere, tutto il mondo si sostiene sulla gratuità e i grandi significati e valori, i grandi avvenimenti e cambiamenti positivi avvengono all’interno della gratuità.

La vita nasce nella gratuità

La vita nasce in un rapporto di amore e tanto è amata e rispettata quanto più ci si preoccupa di mettere in secondo posto interesse ed economia. In tal modo ognuno di noi guarda con orrore alla prestazione a pagamento per amore, o all’amicizia per interessi personali o di gruppo. Ognuno, in teoria, disprezza i meccanismi di avidità che generano ricatti, essenzialmente il contrario della gratuità.

Attraverso il lavoro noi viviamo in un mondo di gratuità che ci è stato regalato

1. Il nostro mondo eredita infinita tecnologia, esperienze lavorative e estesissimi manufatti in modo assolutamente gratuito. Ci viene offerta una civiltà di cultura, di conoscenze, di lavoro. Abitiamo un mondo che non abbiamo fatto noi con le nostre mani, ma lo hanno fatto coloro che ci hanno preceduto.

Banalmente utilizziamo le piccole e grandi scoperte, dalla ruota al fuoco, dalla forchetta alla sedia.

Abitiamo le loro città, le loro case, percorriamo le loro strade, preghiamo nelle loro chiese e ci divertiamo con le loro tecnologie.

Banalmente, utilizziamo le scoperte e non le paghiamo. Paghiamo i consumi di energia elettrica per il petrolio o il lavoro che comportano, ma non paghiamo la scoperta, l’intuizione, la ricerca, i 9000 esperimenti di Edison per trovare il filamento che non bruci subito nella lampadina. Ci viene tutto regalato.

Paghiamo la carta, il lavoro per pubblicare un libro ma non paghiamo il genio, il capolavoro, la Divina Commedia di Dante Alighieri. Paghiamo il biglietto del museo ma l’opera d’arte ci viene offerta gratuitamente da contemplare, e questo vale per la musica, la scultura.

E nello stesso tempo offriamo ai nostri discendenti città, case, chiese, strade e civiltà che noi abbiamo costruito e modificato. E tutto questo gratuitamente.

2. Il lavoro ci fa accorgere dei tanti doni che Dio ci ha dato e di cui non ci accorgiamo né per ringraziarlo, se siamo credenti né, se non siamo credenti, per ritenerci almeno fortunati. Purtroppo l’atteggiamento fondamentale è rissoso, annoiato, indispettito ma non ci rendiamo conto, per lo meno, di essere in piedi e non in carrozzina, di respirare da soli e non dipendenti da una macchina, di saper correre, parlare, ragionare, scrivere e ricordare.

3. Spesso chi è diventato esperto e competente nel proprio lavoro, ne scopre anche la dignità profonda e scopre possibilità e opportunità di valore che nel cammino lo ha fatto maturare e crescere. Il lavoro però esige che si sia capaci di umiltà e disponibilità ad imparare. Quando si ricerca, quando si lavora, il primo atteggiamento è proprio quello di capire e di rendersi conto.

Bisogna, infatti, entrare nella struttura, nella logica, nelle vene del lavoro e conoscerlo come si deve conoscere un legno prima di lavorarlo. Solo allora ci si sente capaci e liberi.

4. Per questo sarebbe opportuno che ogni giovane facesse esperienza di lavoro, anche lavoro manuale, senza legare al denaro la propria prestazione. Il lavoro educa alla responsabilità di fronte agli altri, educa a saper rispondere di persona per ciò che si fa. Il lavoro gratuitamente ci fa migliorare

Ricordo un genitore che aveva fatto un accordo con un amico: «Ti passo sottomano un mini stipendio che tu consegni a mio figlio alla fine di ogni settimana di lavoro per alcuni mesi; ma mi fai un piacere. Lo fai lavorare nella tua bottega e gli insegni il tuo mestiere».

Il nostro lavoro ha una quota non trascurabile di gratuità

1. Normalmente riteniamo che il lavoro si giochi a livello di attività economica in un rapporto stringente di logica tra il dare e l’avere, e che la paga mensile chiuda ogni obbligo.

Se è vero a livello di contratto, il lavoro mantiene comunque una sua dimensione fondamentalmente gratuita. Ha infatti bisogno di un atteggiamento profondamente nuovo.

2. Si entra nella scoperta di risorse proprie, di soddisfazioni derivate dal saper fare e quindi dall’aver fatto un servizio ad altri.

Si entra nel lavoro con un atteggiamento di libertà e di riconoscenza. Sembra strano ma si è contenti di avere imparato poiché si è scoperto di saper fare, di costruire qualcosa, di sapersi muovere. In questa logica cresce via via il senso della propria utilità, della capacità di poter dare una mano.

3. Non è un caso che un buon lavoratore senta a volte la vocazione di farsi maestro dei giovani con forme interessanti di volontariato, preoccupandosi di coinvolgere dei giovani in un cammino di esperienze e di competenze comuni. Ci troviamo allora sul versante sempre molto stupefacente della gratuità. Questo, però,  avviene meno nelle strutture aziendali grandi ma più spesso all’interno di realtà piccole e artigianali. Purtroppo, con i nuovi apprendisti ci può essere spesso il pericolo della gelosia per salvare il proprio lavoro e quindi il rifiuto di un aiuto serio ai giovani che iniziano il loro apprendistato, nel timore di essere, in poco tempo, sorpassati.

4. Esiste anche una permanente rivoluzione e puntualizzazione dei computers che entrano nelle esigenze delle persone per aiutare a sviluppare meglio il proprio lavoro. Una buona competenza facilita un servizio verso le persone.

5. Va senz’altro chiarito, ma ogni operazione che comporta un impegno ed un servizio ad altri è un lavoro, che sia pagato o no. Esiste perciò un infinito lavoro sommerso di cura che si svolge in famiglia soprattutto dalle donne nelle loro funzioni di casalinghe per le esigenze della conduzione domestica nei riguardi dei componenti della famiglia, siano giovani o anziani.

6. Ma esiste una particolare gratuità anche nel lavoro stipendiato di ogni giorno, nel lavoro per il mercato per cui si opera. E’ avvenuto molte volte che un meccanico abbia detto ad un amico: «Ho fatto un lavoraccio ma ti ho messo la macchina a puntino». Quel meccanico ha lavorato con amicizia e quindi ha avuto la stessa preoccupazione di chi vuole fare bene un lavoro come se lo dovesse fare per sé. Ha certo chiesto del danaro per le spese, per il lavoro fatto, ma ha regalato all’amico la sua pazienza, l’attenzione, la sua creatività, la propria intelligenza.

Queste non si pagano: restano nel lavoro come un dono. Siamo sulla traduzione della regola d’oro che Gesù ha dato: «Ama il prossimo tuo come te stesso».

7. E questo vale per ogni lavoro quando si opera con attenzione, competenza e responsabilità. Lo stipendio si gioca sul mercato e sta alle sue leggi. L’attenzione e la passione con cui facciamo un lavoro si sviluppano, invece, al di fuori della legge del mercato. Si entra infatti nella sfera del bisogno che ognuno ha e che non può risolvere da solo. Il lavoro risponde ad un servizio, sia che si parli di malattia e quindi del medico, di studio e quindi dell’insegnante, del commerciante che procura prodotti che si producono lontano, dei giornalisti che lavorano di notte per poter comunicare notizie “fresche” la mattina, sul quotidiano o per radio.

8. Bisogna insistere sulla gratuità, perché ci fa superare la materia e ci immette nella dimensione dello Spirito e quindi di Dio.

Il lavoro diventa gratuito quando so sviluppare con amore ciò che faccio. Lo stipendio è lo stesso, ma tra due insegnanti seri, certo, ma che moltiplicano in modo diverso un lavoro individuale per alcuni ragazzi in difficoltà, impostando schede di esercizi personalizzate, la differenza non si gioca sullo stipendio, ma sull’attenzione, sulla responsabilità, sulla premura, sulla introspezione delle risorse e i limiti di ciascuno. Tutto questo, in fondo, nessuno lo chiede come obbligo ma lo si desidera intimamente e lo si spera: viene offerto come dono.

Lo stipendio è in funzione del mercato: ma non c’è corrispondenza tra denaro (materia) e lavoro (operazione di persona pensante). A noi importa fondamentalmente che il nostro lavoro “serva”. E’ in gioco la dignità della persona umana: il lavoro ne fa parte e, in questo senso, il danaro non ci paga e noi non ci vendiamo!

E’ liberante scoprire che il nostro lavoro può diventare, per libera scelta, un dono che facciamo a noi, ai colleghi, al capo, a gente che non conosciamo ma a cui sarà utile.

don Raffaello Ciccone
accompagnatore spirituale Acli Milano

 

Lavoro: senso e speranza per l’uomo – 1
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR