Lavoro: senso e speranza per l’uomo – 4

Beatitudine, felicità e lavoroDopo la gratuità (1 e 2) don Ciccone, accompagnatore spirituale delle Acli di Milano, affronta il difficile tema della felicità e della beatitudine nel lavoro ([downloadacli menuitem=”334″ downloaditem=”3526″ direct_download=”true”]scarica file[/downloadacli]). Egli propone una riflessione che, a partire dalla Scrittura, invita a cambiare prospettive e punti di vista, per giungere a un sentire più equilibrato e che situa il lavoro in una dimensione più ampia per la vita dell’uomo.
Beatitudine, felicità e lavoro – prima parte

E’ quasi una sfida parlare di felicità e lavoro. Da come si vive, dalla fatica che si fa, dalle lamentele che ci si ritrova a sentire e a formulare. Come un “ossimoro”: Ghiaccio bollente, acqua asciutta, o qualcosa del genere.
È difficile parlare di felicità nel lavoro anche attingendo dalla Bibbia poiché, dopo il racconto del rifiuto e della disobbedienza della nuova umanità al Signore (Genesi 3), il lavoro interiorizza fatica, pena e la maledizione della terra, anche se il significato del lavoro resta intatto: sviluppo e custodia del creato.

Il premio per la fedeltà: il benessere
E tuttavia nella Scrittura si ricorda che ogni persona desidera la felicità che poi viene chiamata con vari altri nomi: vita, pace, la benedizione di gioia, speranza.
Il Signore stesso garantisce la sua protezione e quindi i suoi doni per coloro che gli sono fedeli e che “camminano nella legge” (Sal 119,1), ascoltano la sapienza (Pv 8,34), hanno cura del povero (Sal 41,2).
Nell’Antico Testamento il Signore ricompensa la fedeltà alla sua parola, nel tempo corrente, con una vita lunga, un benessere dignitoso e molti figli: è l’orizzonte entro cui ci si muove per sentirsi protetti, aiutati da Dio e in pace. In questo premio entrano l’abbondanza e quindi la benedizione del lavoro da parte del Signore. Dall’abbondanza alla contentezza.
E l’abbondanza viene garantita quando si è attenti e ricchi di misericordia verso i poveri (Dt 14,29: «Il levita, che non ha parte né eredità con te, il forestiero, l’orfano e la vedova che abiteranno le tue città, mangeranno e si sazieranno, perché il Signore, tuo Dio, ti benedica in ogni lavoro a cui avrai messo mano», vedi anche Dt 24,19). Ma l’abbondanza è ancora garantita quando ci si preoccupa di fare festa per tutto il tempo stabilito, probabilmente senza la premura di accorciarne le durate (Dt 16,15: «Il Signore, tuo Dio, ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani, e tu sarai pienamente felice»).
Il premio per la fedeltà: il Paradiso
La riflessione teologica poi, via via che ci si avvicina al periodo della nascita di Gesù (II/I secolo a. C.), scopre con chiarezza e con lucidità l’ambiguità e il paradosso della soluzione precedente: i giovani che vivono nella fedeltà a Dio fino alla morte del martirio (esperienze nel tempo dei Seleucidi: III/II secolo a.C.) non ricevono alcun riconoscimento da Dio nel tempo presente. La riflessione teologica apre gli occhi sulla misericordia di Dio che, proprio per loro, soprattutto per loro, apre il suo Paradiso per i giusti e prepara la risurrezione. Così l’orizzonte oscuro e drammatico della persecuzione che sbarrava il passo alla fiducia verso la fedeltà di Dio si allarga nella luce e nello splendore della vita nuova. Ne è particolarmente testimone il libro della Sapienza.
Felicità come beatitudine
Nella Scrittura si ritrova anche il richiamo alla beatitudine come garanzia che Dio si compiace del giusto che accoglie la Sapienza del Signore e cammina sulla retta via (Salmo 1).
Ma restano famose le Beatitudini di Gesù (Mt 5-7; Lc 6,20-38) poiché significano la presenza amorevole di Dio, proprio nel tempo della fatica, e garantiscono il cambiamento dei criteri e delle logiche di male e di violenza del mondo: «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra; Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati; beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt5,5-6.9).
La rivelazione di Gesù garantisce che Dio mantiene le sue promesse nella sua misericordia. E, sconcertando le interpretazioni correnti e come segno di scelta, Gesù si mette dalla parte dei piccoli, dei poveri e di coloro che hanno bisogno di aiuto. Gesù vive come «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), facendo proprie le beatitudini. Ma proclama, insieme, la vera beatitudine: «Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato. Ma egli disse: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Alla ammirazione per la beatitudine della madre, per aver generato un tale figlio, Gesù risponde sulla beatitudine delle scelte e non della generazione (Lc11,28). La beatitudine è la dimensione nuova di gioia che si costruisce sulla forza e sulla luce del Signore.
Il lavoro e la felicità
Nella riflessione di uno stile che si fida di Gesù, il Figlio di Dio tra noi, diventa obbligatoria una ricerca che faccia intravedere un itinerario che unisca insieme il lavoro dell’adulto, impegno e vocazione quotidiana nella vita, e i nostri criteri e atteggiamenti di vita.
Appoggiandoci sulla sua Parola e quindi sulla speranza piena che Egli porta, va ripensata allora una nostra profonda, anche se faticosa, soddisfazione e, alla fine, il senso di una nostra felicità.

Si tratta di chiarirsi che la felicità non è qualcosa che cade sulla testa, imprevista, all’improvviso, come la vincita alla lotteria, ma la felicità di cui si parla nel lavoro è frutto di un processo lungo e spesso difficile.
La felicità può essere significata anche come soddisfazione.
Possiamo sentirla anche come tempo sereno di operosità che escluda l’angoscia.
Si tratta di una felicità in un contesto dove non ci si è scelti perché i colleghi di lavoro si trovano già presenti, per lo più, e addirittura dove lo stesso lavoro non si sceglie. Spesso si accetta quello che capita, nella speranza di uno migliore.
Parlare di felicità nel lavoro, rivedendo i nostri sentimenti e ripensando le lamentele che ci arrivano, sentiamo di affrontare prospettive impossibili perché ci si scontra con mentalità diverse che non sempre si condividono, con caratteri che ci mettono in difficoltà, con rapporti gerarchici che non sempre sostengono un equilibrio e rispettano le persone. E dal momento che si è in un contesto di competizione, addirittura all’interno del lavoro stesso, indotto a bella posta per creare agonismo e rivalità, sono facili molto più le gelosie, le invidie, le recriminazioni per non parlare di odi e rancori.

Felicità, progetto educativo
Un interessante articolo di P. Gian Paolo Salvini (Prospettive educative nella “Caritas in veritate”, Civiltà Cattolica, 6 novembre 2010, quad. 3849) ci riporta al problema educativo e quindi al significato stesso di educazione, richiamandone il suo obiettivo.
«I giovani si trovano di fronte a una cultura tecnologica o tecnocratica, anonima e potente, che produce mezzi affascinanti, ma non dà scopi, offre una serie infinita di possibilità, ma non dà criteri sensati di scelta. Si ha perciò l’impressione che l’educazione serva soprattutto a insegnare come adattarsi al nostro mondo attuale per usarne meglio le opportunità che offre, anziché a dare forma a un soggetto che sia autenticamente umano». Si chiarisce allora che »scopo dell’educazione è di condurre alla felicità, o almeno di indicare piste valide per arrivarci». E però si aggiunge: «La felicità dipende anzitutto dalla qualità delle relazioni che riusciamo ad avere».
Per innestare la riflessione complessa e preziosa, viene ripreso, nella riflessione educativa, il significato del dono e del gratuito, uno dei punti di appoggio fondamentale per ricominciare o ritrovare il senso dell’educazione (Caritas in Veritate n. 34).
L’uomo è un essere donato. Nessuno può darsi la vita e nessuno può attribuirsi da solo un’identità. Nessuno può diventare adulto da solo. Per questo vanno congiunte insieme l’educazione e la relazione: che hanno come parametro il rapporto fondamentale familiare. «Sono i rapporti primari che vanno coltivati e ai quali è necessario educare i giovani, con infinita pazienza, ma anche mostrando e soprattutto testimoniando il loro valore. Si tratta del luogo dove si è amati per quello che si è, non per quello che si fa. È nella relazione familiare che inizia il nostro cammino. Un mondo senza famiglia sarebbe inconcepibile. È il cuore stesso della nostra identità. La famiglia vive di cose molto concrete, ma, insieme ad esse, produce un bene immateriale, la relazione, che è insostituibile. La famiglia è il luogo in cui sperimentare la fiducia, imparare a fidarsi, poter mostrare le proprie debolezze senza per questo essere espulsi. È il luogo dove siamo unici e insostituibili, dove veniamo riaccolti e perdonati. E sono tutte cose gratuite».
Proprio da queste brevi note mi sembra che si debbano trarre alcuni elementi per parlare della felicità nel lavoro. Compito difficile, ma che ci obbliga alla fatica di capovolgimenti di mentalità, situazioni, punti di vista comportamenti diversi e molto autocontrollo.
La felicità ha bisogno di uno spazio, come l’aria per i viventi, il cielo per gli uccelli e l’acqua per i pesci ed ha bisogno di rapporti e di relazioni.
La felicità si alimenta nel suo contesto ed offre elementi di novità reciproca.
Così bisogna avere il coraggio di fare un bilancio in positivo

· del fatto che lavoro,
· del mio essere lavoratore,
· del mio rapporto con gli altri che offrono a me e da me ricevono.

La conclusione di questa ricerca, onesta e faticosa, magari fatta insieme ad altri che condividono tale orizzonte, ci fa scoprire ciò che offriamo e ciò che riceviamo.
                                                                                              don Raffaello Cicconeaccompagnatore spirituale Acli Milano
 

Lavoro: senso e speranza per l’uomo – 4
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