Lavoro: senso e speranza per l’uomo – 8

I laici e l’impegno nel mondo: “Fiorire là dove il Signore ti semina” (J. Cardjn)Non è facile pensare al nostro lavoro. Al lavoro che abbiamo o cerchiamo, a quello che amiamo o detestiamo, a quello in comune o individuale, a quello che ci gratifica o ci deprime, ci esalta o ci abbatte, a quello meno o più dignitoso o sicuro o retribuito. È una sfida audace e faticosa. In essa il punto di partenza comune potrebbe essere il fatto che «la società è diventata una macchina per comprimere il cuore», come scriveva Simone Weil. E i lavoratori sono tra i più compressi. In queste espressioni sentiamo tutta la fatica odierna.
Eppure il vangelo di Gesù genera vita se annunciato proprio all’uomo in situazione. La posta in gioco è quella di una fede incarnata nella vita, saper stare dentro gli ambiti della vita: lavoro, famiglia, società. La visione cristiana ha come perno centrale Gesù di Nazaret inserito appieno nelle vicissitudini e fatiche quotidiane, in comunione con il Padre creatore e dove lo Spirito diventa linfa nuova di vita. Il Concilio in maniera opportuna, a tal proposito ricorda «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo qual modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo. Ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo. Ha amato con cuore d’uomo» (GS 22).

La fede cristiana non è credibile se vissuta fuori dai fuori processi culturali nei quali l’uomo esprime e organizza la sua ricerca di senso. Anzi, saper agire in maniera tale di orientare ciò che è umano perché l’uomo non degradi. Il cammino non è dunque tracciato, sta a noi percorrerlo con coraggio e sicurezza. Andare verso il futuro richiede un atteggiamento spirituale di pieno impegno, fra la gente e nello stesso momento l’impegno di Dio è sempre là. Vivere tutto alla presenza di Dio, ma questa presenza non toglie nulla al nostro compito e al nostro impegno. Anzi ci spinge a una sorta di spiritualità simile a quella di Abramo, imparando a vivere tutte le mutazioni che sono in corso. Ciò costa fatica, domanda duttilità, richiede di abbandonarci stando sub tutela Dei, sotto la tutela di Dio.
Lavoro, famiglia, vita sociale, sono questi i luoghi del nostro vivere che marcano la ferialità del quotidiano. Si radica qui l’indissolubile legame tra la fede e la vita, nella ricerca comune di individuare il bene e in che modo l’incontro con il Dio di Gesù Cristo possa modificare e illuminare il senso delle nostre vite e con ciò gli ambiti dell’agire operoso. Tale impegno si esprime nel dare concretezza e nel far proseguire l’edificazione di quell’uomo interiore, come ricorda s. Paolo (Rm 2,23-24: Ef 3,14-16), ovvero la costruzione di una solida architettura dell’anima che dia forma in senso cristiano all’unità della persona nel suo radicamento in Cristo Gesù.
È in questa visione prospettica che si tratta di: «far progredire tutta la società e la creazione verso uno stato migliore,ma anche, con carità operosa, lieti nella speranza e portando i pesi gli uni degli altri, imitare Cristo, le cui mani si esercitarono in lavori manuali e il quale sempre opera col Padre alla salvezza di tutti, e infine con lo stesso quotidiano lavoro ascendere ad una più alta santità» (Lumen gentium, 41).
Un invito particolare viene a noi nel momento in cui facciamo riferimento a Cristo lavoratore presente nell’eucarestia, nella condivisione di “un pane dato a noi” cogliamo il modello del lavoro che Dio vuole per l’uomo. Egli è il significato concreto che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro: «il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo… e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la sua stessa natura» (Laborem exercens, introd.).
A fronte di questo sguardo sul mistero del pane condiviso comprendiamo come il «fondamento per determinare il valore del lavoro umano non è prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona» (n. 6). Così che mediante il lavoro l’uomo trasforma la natura e realizza se stesso come uomo e, «in un certo senso, diventa più uomo» (n. 9).
Nasce qui la dimensione solidale da costruire e di cui abbiamo bisogno nel mondo del lavoro. Diviene la mission specifica dei laici che hanno, anche, il compito di pensare e realizzare nuove forme di sussidiarietà, finalizzate ad attenuare le forme d’esclusione derivanti da un mercato del lavoro che “apre” a parole ma che, in realtà, si chiude per chi non possiede un capitale sociale e culturale tale da rendere la flessibilità un’opportunità, evitando lo scivolamento e la cronicizzazione delle nuove forme di precariato che caratterizzano irrimediabilmente, invece, chi non possiede quegli stessi mezzi.
Il senso cristiano del lavoro e la difficoltà, accennata all’inizio, di ribadirne anche oggi tutto il suo valore consiste in questo sforzo d’aderire pienamente alla salvezza portata da un Dio fatto uomo che ridefinisce la fatica, la delusione, la stessa morte trasformando la libertà in vita. Quando si svolgono le proprie attività, anche di natura temporale, in unione con Gesù divino Redentore, ogni lavoro diviene una continuazione del suo lavoro, penetrato di virtù redentiva. “Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto” (Gv 15,5).
Il lavoro perciò viene a comporsi con le situazioni di vita nelle quali noi seguiamo il Signore con gli stessi sentimenti di obbedienza al comandamento di Dio e di carità verso i fratelli, e lievitiamo così – come ricorda il testo della Mater et magistra n.237 a cinquant’anni da quando fu scritta – del fermento evangelico la società in cui si vive e si opera. Qui scaturisce il desiderio di essere liberi e attraverso il nostro lavoro, di essere anche noi una cosa sola con il Padre. Questo l’aiuto che domandiamo alla chiesa madre e maestra, questo quanto rinnoviamo ed esigiamo da noi stessi.
                                                          padre Elio Dalla Zuanna                                               accompagnatore spirituale Acli nazionali

Lavoro: senso e speranza per l’uomo – 8
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