Lavoro, un cantiere aperto per le Acli

Come l’agenda della politica anche l’agenda delle Acli sarà per il prossimo quadriennio dettata dalla crisi. Anche noi dovremo render conto di quale contributo avremo saputo dare alla soluzione dei gravi problemi del presente.
Il primo punto di questa agenda sarà rilanciare lo sviluppo e far crescere l’occupazione.
Dobbiamo mandare un segnale chiaro alla società italiana: lo sviluppo siamo tutti noi. Non ci sarà la crescita per decreto: la politica è chiamata a fare la sua parte come l’imprenditoria e tutti i poteri economici, ma lo sviluppo ci riguarda tutti ed è una responsabilità che sta sulle spalle dell’intero paese.
Certo le Acli non sono chiamate a promuovere investimenti economici e infrastrutture. Ma c’è una dimensione immateriale dello sviluppo che ci riguarda direttamente: si tratta di concorrere a costruire coesione, senso di responsabilità collettivo e valorizzazione del capitale sociale. Si tratta di saper riandare alle radici di quella laboriosità e imprenditorialità diffusa che rappresentarono i motori della ricostruzione del paese nel dopoguerra. In fondo si tratta di ridare fiducia al nostro popolo piegato dalle difficoltà e ad ogni cittadino disorientato nella solitudine.
Tutto ciò può dare un senso ai sacrifici di oggi solo se orientato alla costruzione di una nuova società di domani.
Sviluppo significa inoltre promuovere partecipazione nell’ambito economico allargando i confini della democrazia ai lavoratori dentro le imprese al fine di rendere più forte e competitivo il nostro sistema, come la Germania con la cogestione bene insegna.
L’allargamento della base occupazionale sarà il vero indicatore del successo futuro dell’Occidente e del suo sapersi riposizionare nell’economia globalizzata. Senza aumentare l’occupazione nemmeno per l’Italia ci sarà possibilità alcuna di miglioramento delle condizioni di benessere economico e sociale, ma neppure si aprirà la strada del risanamento dal nostro ingente debito pubblico.
Il secondo punto in agenda sarà garantire la tutela delle persone e dei gruppi sociali più deboli. Non basterà più la difesa delle tradizionali politiche sociali e nemmeno il presidio di una spesa pubblica, che già è stata abbondantemente falcidiata dai tagli per contrastare il debito sovrano. La vera difesa dei diritti può oggi avvenire solo se la società civile saprà riorganizzare il sistema di erogazione e gestione dei servizi sociali, superando il luogo comune che ci debba pensare lo Stato. Dobbiamo trarre lezione dalla nostra storia, quella di un ottocentesco paese dove a fianco di ogni municipio c’era una società di mutuo soccorso, o una cooperativa di consumo, o una cassa peota, dobbiamo saperci affrancare da un welfare statale che ha trasformato il suo intervento in un grande serbatoio di diritti senza anima, piegato a visioni assistenzialistiche, umiliando troppe risorse sociali e rendendo il terzo settore ostaggio delle pubbliche amministrazioni.
Oggi essere riformisti vuol dire accettare appieno la logica della promozione delle opportunità piuttosto che il ricorso ai risarcimenti e conseguentemente difendere i diritti e le tutele della parte più debole della popolazione significa prima di tutto rinnovare completamente il modello di welfare promuovendo un nuovo patto tra mutualismo, impresa sociale, volontariato e sistema pubblico.
E’ proprio sul terreno del nuovo welfare che le Acli possono concorrere a costruire quella economia civile, proposta dalla Caritas in veritate, che è l’unica risposta profetica e lungimirante alla crisi e agli interrogativi che pone il mondo contemporaneo, perchè propone una nuova sintesi tra profitto e gratuità, in una visione dello sviluppo dove crescita e bene comune possono armonizzarsi senza moltiplicare disuguaglianze e squilibri sociali e ambientali.
L’economia civile è una sfida anche per le Acli, perchè richiede di innovare fortemente la nostra rete di servizi ed opere sociali ed insieme di far divenire il non profit e il volontariato capaci di contaminare positivamente, in virtù della forza del dono, tutto l’operare economico. Siamo pertanto chiamati ad essere non solo attenti osservatori dell’economia sociale, ma veri e propri protagonisti dell’economia civile e, in tal modo, promotori di nuova occupazione, in particolare giovanile.
Il terzo punto dell’agenda della crisi riguarda il rinnovamento della politica. Abbiamo speso molte energie in quest’ultimo anno per dare nuova voce alla politica. Nel momento in cui la fiducia dei cittadini verso i partiti ha raggiunto i livelli più bassi nella storia repubblicana, anche la società civile e le proprie organizzazioni sono maggiormente chiamate in causa. Consapevoli della spirale involutiva che si è creata in molte società occidentali tra individualismo dilagante, corporativizzazione del consenso, intreccio di interessi e di privilegi che ha invaso anche il tessuto sociale, consapevoli della fragilità della rappresentanza anche nelle organizzazioni di più lunga e significativa consistenza sociale, le Acli non si sono mai fatte portavoce di un pensiero manicheo in virtù del quale tutto il marcio sta nella politica e tutto il buono sta nella società. Siamo ben consapevoli della profonda esigenza di dover rigenerare il civile tanto che l’abbiamo inserito nel titolo di questo nostro Congresso. Non di meno siamo ben consapevoli che il fallimento della vecchia politica è avvenuto con il progressivo indebolimento del rapporto con le organizzazioni della società che l’ha resa sempre più autoreferenziale.
Solo la costruzione di nuovi legami tra società civile e politica può oggi ridare fiato a formazioni capaci di affrontare e risolvere la crisi nella quale versa l’intero paese che ha radici ben più profonde e lontane nel tempo della crisi finanziaria ed economica di questo ultimo quadriennio. Ridestare un nuovo protagonismo dei cattolici in politica è quindi compito di vitale importanza per far uscire dalla palude questo nostro paese, che ha bisogno di trovare alimento ed idee dalle culture popolari e dalle migliori tradizioni di impegno civile che si sono espresse nella storia del dopoguerra. Riscoprire la mediazione sociale come canale di un rinnovato impegno politico non è  esclusivo compito dei cattolici italiani, ma è impegno categorico per quanti hanno affidato il proprio pensiero e il proprio agire nella non facile strada della coerenza con la Dottrina sociale della Chiesa.
Ma se queste tre sfide saranno l’agenda del paese e conseguentemente l’agenda delle Acli per il prossimo quadriennio, il nostro 24° Congresso dovrà cimentarsi con due principali compiti:
1. rilanciare una più incisiva iniziativa programmatica che metta in campo nuove proposte e non solo rivendicazioni;
2. dar vita ad una selezione dei gruppi dirigenti all’altezza di questi nuovi compiti coniugati all’insegna del protagonismo dei territori, al pieno dispiegamento delle capacità, premiando impegno e dedizione e costruendo una forte attitudine a fare squadra.
Solo da qui può nascere la vera autoriforma interna di cui abbiamo un grandissimo bisogno; una riforma che da un indistinto e generalistico modo di affrontare le questioni sociali ci sappia trasformare in una vera organizzazione di rappresentanza di giovani, donne e immigrati espressioni delle fasce più deboli del modo del lavoro. Ma tutto ciò può  nascere solo perseguendo una rigenerazione interna dello stile associativo non minore di quella che saremo in grado di mettere in campo verso la comunità locali.
Una stagione inedita ci aspetta, probabilmente contraddistinta da forti travagli sociali, ma è questo territorio sul quale le Acli si misureranno nel prossimo quadriennio. A noi il compito di dar vita ad un grande cantiere aperto che prepari menti e cuori liberi, per impegnarli nella ricostruzione morale e sociale del Paese.

Lavoro, un cantiere aperto per le Acli
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
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