Lavoro:senso e speranza per l’uomo – 2

La gratuità è all’origine della vita e quindi anche del lavoroPubblichiamo la seconda parte del contributo di don Raffaello Ciccone, accompagnatore spirituale delle Acli di Milano ([downloadacli menuitem=”334″ downloaditem=”3502″ direct_download=”true”]leggi tutto[/downloadacli]) sulla gratuità e il lavoro.Dopo aver evidenziato nella prima parte il ruolo della gratuità nell’esperienza lavorativa don Ciccone analizza alcuni testi del magistero per aiutarci a vivere il lavoro con gratuità. 
GRATUITA’ E LAVORO – SECONDA PARTE
IV. La gratuità e l’economia.
Benedetto XVI scrive la sua enciclica “Caritas in veritate”(CV)  nel 2009, a 40 anni circa dall’altra enciclica di Paolo VI: “Popolorum progressio” (1967).
Paolo VI voleva aprire gli occhi sulla faticosa ascesa del terzo mondo verso quella soglia minima di diritti e di dignità, propri per ogni persona.
Benedetto XVI continua il suo incoraggiamento per il mondo cattolico che, tra l’altro, nell’umanità è il più sviluppato. L’aspetto forse più realistico e meno scontato della “strada allo sviluppo”, tracciata nella CV, è dato dalla sfida alla mentalità comune secondo cui il «fare» dell’uomo rappresenta l’ultima parola sulle cose.
Al punto sorgivo dello sviluppo, infatti, c’è qualcosa (letteralmente) che lo trascende: la “gratuità”, «senza della quale il mercato non esplica la sua funzione» (“n. 35”) e «senza della quale non si realizza nemmeno la giustizia» (“n. 38”). La “gratuità” si colloca all’inizio di tutto. Generati alla vita, non ce la diamo da soli, e questo è vero dal primo istante e continua ad essere vero quando siamo aperti al nostro sviluppo, cioè ad aderire a quanto ci educa a tirar fuori tutte le potenzialità del nostro essere.

L’”economia” non fa eccezione a questo dinamismo normale dell’umano, nel quale il ricevere “gratuitamente” precede qualunque «fare, conoscere e avere». La parola “vocazione”, riferita allo sviluppo, torna ripetutamente: l’umanità è “chiamata” allo sviluppo ed essa risponde col proprio “lavoro”: una “chiamata” che, misteriosamente, risponde alla nostra profonda attesa di «essere» pienamente.Il lavoro genera sviluppo, e questo lavoro consiste nel mettersi in moto, ultimamente “gratuito”, della libertà umana. Molti riconoscono che il lavoro è un dovere, una fatica da compiere perché ha un valore “sociale” (riconosciuto persino nella “Costituzione”). Ma l’appello ai valori “astratti” non genera nulla, non ha la forza di mettere in moto intelligenza e amore (“n. 30”). Solo l’esperienza bellissima della gratuità come libertà e offerta genera novità e concretezza sul campo.
“Fraternità, sviluppo economico e società civile” è il tema del terzo capitolo dell’Enciclica, che si apre con un elogio dell’esperienza del dono. «La gratuità è presente nella vita dell’uomo in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. (…) Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità» (34).
Il Papa sottolinea con forza che ciò vale in particolare per il mercato: «La logica mercantile va finalizzata al perseguimento del bene comune di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. (…) La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica» (36).
La “Caritas in veritate” enfatizza questi grandi ideali, che sono anche criteri operativi, affiancando nella complementarietà la giustizia commutativa, che presiede ai contratti e regola i rapporti con i singoli, alla giustizia distributiva verso tutti i membri di una comunità. Questa mescolanza e questa responsabilità fondano e generano equità e fiducia. Così l’enciclica afferma che «Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave» (35).
Tutto passa attraverso

le istituzioni (che fissano le regole e le fanno rispettare),
la società (che opera su un principio di coesione e di convinzione),
il mercato (che opera secondo criteri economici di convenienza e non contro il bene comune, fissato dalle regole di concorrenza e di correttezza).

L’equilibrio tra queste forze dovrebbe essere ispirato da un convinto (e non costretto) solidarismo operante così da combinare libertà e responsabilità.
La CV invita allora ad analisi puntuali sulle istituzioni, sulla società, sul mercato, sull’economia, sul profitto, sul terzo settore, su sviluppo e sottosviluppo, sulla globalizzazione, sulla crisi: tutti i grandi temi del XXI secolo, ereditati dal XX secolo .
 
V. “Fraternità, sviluppo economico e società civile” è il tema del Terzo Capitolo dell’Enciclica, che si apre con un elogio dell’esperienza del dono
Un impegno fondamentale da ricostruire nella società in cui si vive: società civile e realtà aziendale, è la fraternità, che è il vero volto della gratuità.
Il capitolo III dell’enciclica è sicuramente il più intrigante per chi lavora in azienda.
Interessa i lavoratori, gli imprenditori, i dirigenti, i manager e ognuno per la sua parte.
Può significare molte cose. A modo di esempio

l’adozione di provvedimenti e servizi che alleviano le difficoltà familiari  dei dipendenti, come l’istituzione e la gestione degli asili nido, interni all’azienda stessa (dove è possibile);
le mense interne in collaborazione con aziende vicine se piccole, in gestione di cooperative;
uno stile di decisione che coinvolge anche i lavoratori; si passa a discutere i progetti, a mettere insieme le competenze, verificandosi alla pari, salvo poi le scelte ultime che spettano ai responsabili;
rendere l’azienda più accogliente e più vivibile come tinteggiatura dei locali, areazione, dislocazione dei macchinari, rumori, ecc.;
saper modulare i tempi secondo alcune scelte ed esigenze concordate con i lavoratori;
organizzare lavori a gruppi, ecc. Chi lavora in azienda, con migliore buona volontà e migliore fantasia, troverebbe possibilità di aggiustamenti, posta una certa elasticità e comprensione e una ricerca di esperienze fatte in altre aziende.

Le stesse aziende stanno sviluppando strategie di miglioramenti che, tra l’altro, fanno maggiormente affezionare e mettono a loro agio i lavoratori stessi. Ovviamente, tuttavia, la prospettiva prima non è il profitto ma il rispetto per il riconoscimento della persona che lavora.
Tra colleghi e dipendenti la ricerca di attenzione e di relazione è fondamentale per lavorare con l’altro, chiunque sia l’interlocutore.
E c’è la responsabilità di sentirsi di sostegno e di aiuto nelle difficoltà, accettando sostituzioni che portano sollievo alle fatiche dei colleghi e fanno trovare soluzioni accettabili. Così ci sono solidarietà che sostengono persone a disagio che non sono capite o credute e, nello stesso tempo, irrobustiscono davanti a delusioni e scoraggiamenti.
Un sorriso, un ringraziamento, un ambiente di lavoro sereno e accogliente esprimono in modo coerente, anche  tra non credenti, l’“amare il prossimo come se stessi”.
 
don Raffaello Cicconeaccompagnatore spirituale Acli Milano
 
 

Lavoro:senso e speranza per l’uomo – 2
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR